Archivio per maggio, 2007


Esercizio/gioco letterario ideato da Writer su AltreLatitudini LiberoBlog.
Caro diario,
Ipanema, è uno sfavillio di luci e colori. Oro e argento traboccano dai cristalli temperati delle vetrine, pulitissime, lustrate ogni giorno a specchio. I costumi microscopici delle marche più trendy richiamano i turisti ammiccando su bambole sorridenti e sensualissime. Il lusso sfrenato che gli spazi commerciali ostentano con sicurezza, inebria e confonde.
Visconde de Pirajà, la via principale si anima già alle sette di mattina, con i netturbini che puliscono le strade brandendo gli idranti e le scope di saggina come armi. Li vedi solo un attimo incerti ad ogni crocicchio. Si fermano davanti a una bottiglia di cerveja o caninha vuota, lasciata apparentemente senza motivo, proprio davanti al semaforo che fa da spartitraffico all’incrocio di due stradine secondarie. A terra una rosa, oppure un sigaro fumato a metà e ormai spento appoggiato di traverso sull’imboccatura. Qualche volta anche un vasetto di miele con dentro un foglio di carta ripiegato per tre volte. Sono le simpatie, — mi hanno spiegato — rituali propiziatori del candomblé. Un voto che le maes de santo fanno per ottenere il favore di uno dei loro santi protettori: Oxalà, Ogun, Iemanjà… Le simpatie possono far tornare l’amato a casa, farsi amare dalla donna dei sogni, allontanare una presenza negativa che mina la serenità del proprio focolare, o più semplicemente mettere il pane in tavola tutti i giorni. Non si potrebbero toccare queste simpatie,— mi hanno detto — scatenerebbero l’ira del santo contro di sé,  ma la città di mattina deve esser pulita, lasciata lustra per la solita giornata di spese folli dei turisti. E i portafogli pieni di dollari sonanti sono la pagnotta che tutti, empregados e ladroes si porteranno a casa stasera. E allora vedi gli spazzini chinarsi un poco, sussurrare qualcosa  verso la bottiglia vuota, la rosa appassita, il sigaro spento. E un segno della croce fatto in fretta, quasi in sordina per paura che qualcuno veda. Pudore brasiliano. Si chiede scusa al santo per l’offesa involontaria che si è costretti ad arrecargli. Il santo sa, capisce. E’ lavoro.
Le auto iniziano alle otto la loro danza sfrenata. Il rumore assordante dei motori ancora di vecchia generazione, l’odore acre della benzina di alcool, i clacson che suonano all’impazzata. Non c’è regola nel traffico di Rio de Janeiro. Ma c’è armonia musicale anche in questo. E’ un batuque, di ferraglia arrugginita. I grandi autobus sfrecciano nel traffico imponendosi con alterigia, quasi a dirti — spostati che io sono più grosso e più forte — e son sempre strapieni, dentro e fuori. Molti di quelli che non possono pagare il biglietto, infatti, si aggrappano ai parabrezza di dietro, si avvinghiano gli uni agli altri stando ben attenti a restare in equilibrio e a non cadere sull’asfalto. Sarebbe morte certa, se cadessero. Nessuno si preoccuperebbe di soccorrerti, tanto meno di frenare e lasciarti correr via.
Aprono i negozi, i supermercati, le piccole botteghe. L’aria diventa caldissima, rovente. 42° all’ombra quando è estate piena. Gruppi di ragazze in ciabatte e pareo e giovanotti in bermuda colorati e capelli lunghi al vento si dirigono verso la praia. E’ ora di prendere il sole, fare il bagno, pegar onda con il surf, o imbiondirsi i peli delle gambe. Tutto si fa in spiaggia, sorseggiando un maté ghiacciato. Persino l’amore inizia da qui. Insieme al sesso, non c’è passatempo più economico e a portata di mano. E’ anche questa una danza, un rituale. Prima le ragazze si sfilano il pareo colorato e lo distendono sulla sabbia calda. Si sciolgono  i capelli, lunghissimi e neri, spesso rovesciandoli in avanti e poi con un gesto veloce di reni, riportandoli all’indietro sulle spalle. E infine si aggiustano il micro costume, sciogliendo i fiocchetti sulle anche per poi riannodarli più stretti, posizionandoli infine in modo da aderire perfettamente alla sottile striscia di pelle bianca non abbronzata. Infine il bagno nell’acqua gelida dell’oceano. E’ così fredda da doversi scaldare le dita dei piedi più volte nella sabbia calda, prima di riuscire ad acclimatarsi a quella temperatura. Anche gli abitanti di Rio devono farlo più volte prima di tuffarsi tra le onde robuste. E quell’andirivieni tra la riva e il bagnasciuga, il saltellare tra le onde e la sabbia, diventa un ballo a se stante, affascinante e pieno di sottintesi. Si guardano attorno, le ragazze di Ipanema, sfidando il sole accecante, luminose di grazia e malizia. I ragazzi intanto sono già tutti sulla prancha, aspettano l’onda, la vedono, sembrano afferrarla quasi, quindi scivolano veloci e rotolano tra flutti e spruzzi. Gridano chiamandosi. E attirano l’attenzione. Attendono. Di nuovo. E di nuovo ancora. L’onda e il richiamo della carne che non tarderanno a farsi afferrare. Sfiniti poi, ragazze e ragazzi, sui pareo bagnati di sale e di sudore. E risate. Qualche canto. Una lattina di coca cola riempita di sassolini e conchiglie e chiusa con un chewing gum usato. Si agita e subito è ritmo, è musica. Basta poco per intavolare una canzone, un ballo. Il batuque nasce e muore in questo modo. E l’amore lo segue di pari passo.
La sera scende lenta e senza fretta su Ipanema. Le luci dei palazzi e dei negozi si accendono. Le strade si liberano della folla e del rumore delle auto. Un silenzio irreale avvolge le stesse strade che nemmeno una mezz’ora prima erano un delirio di suoni e voci. Solo il potente rumore di ferro delle serrande che si abbassano, e quello dei manganelli della sicurezza che picchiano su di esse per avvisare che sono lì, a presidiare il momento più critico della giornata. I supermercati si liberano della spazzatura. Gruppi di persone dai vestiti colorati è in attesa. Non si sa bene di cosa. Fino a quando il vigilantes fa un cenno con la testa e lascia liberi i suoi colleghi di allontanarsi. E allora è un ammassarsi su quei sacchi neri, da cui escono cibarie putride e vasetti di yogurt scaduti. Due donne si accapigliano, tirandosi per i capelli. Il pollo surgelato che una delle due brandiva, finisce a terra e un bambino piccolo ma sveglio si affretta ad avere la meglio e a nasconderlo sotto la maglietta scolorita. Scappa. Ha fatto giornata. Stasera avrà qualcosa da mangiare.
La chiesa antica di Nossa Senhora de Laranjeiras ha ancora le porte aperte e le candele accese sugli scalini dell’entrata. A piccoli gruppi, gente di ogni colore e nazionalità esce e si allontana in fretta. La messa serale è terminata ed è meglio raggiungere al più presto casa. Non è più sicuro circolare per le strade a piedi, a quest’ora. Gli assaltantes potrebbero nascondersi dietro la faccia di chiunque cammini sullo stesso marciapiede. L’assalto avviene nella frazione di un secondo. Un coltellino puntato alla gola o al fianco, un grido smorzato per dirti di dare tutto, orologio e persino scarpe da tennis di marca, se le hai ai piedi, e via. Reagire significherebbe morire, nella maggior parte dei casi. I marciapiedi di fronte ai negozi lussuosi, stanno iniziando la loro serale apparecchiatura.  Cartoni e giornali appaiono, disposti in modo da sembrare tanti tappeti dai colori tenui. Alcuni bambini vi sono già sdraiati sopra e già dormono, vestiti, perché non sai mai quanto tempo potrai farlo prima di dover scappare dalla ronda dei poliziotti;  altri stanno litigando per un posto sotto una tettoia. Potrebbe piovere, uno di quei rovesci torrenziali così tipici nell’estate carioca. Un riparo dalla pioggia è più prezioso dell’oro. E si paga con il frutto dei borseggi della giornata o con una lotta all’ultimo coltello. C’è una famiglia, padre, madre e due bambini. Uno sui tre anni, l’altro appena nato. Il volto della madre è bellissimo, nel suo candore e giovinezza. Non deve avere più di sedici anni. Il padre avrà poco più della sua stessa età. Mi guardano. Guardano senza vedere. Sanno di essere trasparenti, e forse anche noi  turisti , ai loro occhi non sembriamo persone. Solo portafogli.  Solo possibile sostentamento per i figli. Il piccolino di tre anni si avvicina. Mi prende la gonna e la tira forte. Urla. Ha fame. Piange, lacrime grosse come chicchi di riso scendono sulle guance paffute. Mi guarda con rabbia e ripete all’infinito: “Pão!” pane…  Mio marito lo solleva, lo accoglie amorevolmente tra le sue braccia, gli asciuga le lacrime con la sua maglietta. Non abbiamo borse, non abbiamo portafogli o altro. Non si esce per strada a quell’ora con accessori. Solo pochi spiccioli, perché se ti assaltano e non ti trovano niente addosso possono colpirti e farti del male per la rabbia di aver fatto un colpo a vuoto. Qualcosa devi sempre avere con te. Ma poco. Giusto il minimo indispensabile. Un bar è ancora aperto. Sta vendendo cafezinho caldo e pãozinhos de coco. Meglio di niente. Suco de laranja. Meglio ancora. Compriamo tutto, con i pochi cruzeiros che abbiamo. Domani cambieremo altri dollari. Stasera è importante che questo bimbo e quella mamma abbiano qualcosa da mettere nello stomaco. Il bimbo addenta il panino affamato, ancora singhiozza ma ride, con le guance gonfie di pane e gli occhi a fessura che lanciano scintille di gioia. Mi trafiggono dentro. Mi resteranno dentro per sempre. Lo lasciamo alla sua mamma, che ci guarda e annuisce. Allatta il neonato e sorride, guardando il bicchiere di poliuretano fumante di caffè e il pane che profuma di buono.
Scende la notte. Dalla mia finestra sulla Lagoa, osservo le nuvole tingersi di rosso e poi di cobalto acceso, mentre il Corcovado si illumina e il Cristo Redentor abbraccia la sua Rio de Janeiro.  Anche se vivrò qui per poco tempo, questa sarà per sempre la mia città.
Rio de Janeiro, 9 março 1990
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Pubblicato: 18 maggio 2007 da fiaeforum in Senza categoria
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Cari amici di F.I.A.E.

Vi invito a partecipare un esercizio di stile che ho lanciato su Liberoblog.

Questo è il testo.

Lancio su Libero (e anche su alcuni blog amici di altre piattaforme) un gioco letterario intitolato “La mia città”, in cui i partecipanti hanno la possibilità di scrivere un testo dedicato alla città in cui vivono.

I testi, di una lunghezza massima di cento righe (due pagine word  a carattere 12), possono contenere  eventi reali o inventati, descrizioni delle caratteristiche della città,  narrazioni in soggettiva, dialoghi, ecc. Possono essere in prosa o poesia. I testi possono essere scritti per l’occasione o già elaborati in precedenza. L’unico vincolo è costituito dal tema, devono essere pezzi centrati sulla città in cui si vive o che si sente propria.

Alcune regole, per rendere il gioco più divertente:

 1. Chi vuole partecipare lo dichiara in questo thread o, se colto da un attacco di timidezza, me lo comunica in messaggeria.

 2. Chi dichiara la propria adesione, viene inserito nella lista dei partecipanti al gioco nel box dedicato del mio blog.  Chi partecipa può (ma non è obbligato)  riportare nel suo blog l’elenco dei partecipanti

 3.Chi partecipa scrive sul proprio blog un testo con il tag “La mia città”. Il titolo è libero, ma deve contenere al suo interno il nome della città  che viene “raccontata”

 4. Chi partecipa s’impegna a commentare i testi degli altri bloggers  che  aderiscono al gioco. Sono graditi commenti sul merito del testo e non solo valutazioni estetiche del tipo “bellissimo” o “orrendo” 🙂

 5. Chi posta un testo è libero ovviamente di rispondere ai commenti. Gli autori sono pregati di non arrabbiarsi se ricevessero eventualmente commenti poco favorevoli. E’ un gioco, non un concorso.

 6.   Se il gioco dovesse andare bene, si può pensare di pubblicare i testi, se gli autori sono d’accordo,  su qualche rivista on line come “Scrivendo” o “Dadamag” o “Mediterraneo for Peace” .

 7. Si possono proporre testi fino al 31 maggio.

 8. Non si vince nulla, tranne il piacere di partecipare, divertirsi e scambiarsi pareri sui testi

Che ne pensate?

Writer

http://blog.libero.it/AltreLatitudini/


ISBN: 978-88-483-0845-8

Uscita: 24 Aprile 2007
Prezzo:€ 11,50
Pagine:192
Editore: Alpha Test
Vignette: Giovanni Vannini


INDICE

Introduzione
Il fenomeno Harry Potter
1. Note biografiche e curiosità su J.K. Rowling
2. I Libri di Harry Potter
3. I Film di Harry Potter
4. Attualità potteriana

5. Smistamento


Il gioco…
Cosa c’entra Voldemort con le Rune? Chi ha fornito a Robbie Coltrane il modello per il personaggio di Hagrid?  Perché il basilisco della Camera dei Segreti non è ‘mitologicamente’ credibile? Da dove arriva l’idea del marchio Nero? Che fine ha fatto la Ballata di Nick-quasi- Senza-Testa? Grattastinchi è esistito davvero? Perché i registi dei film di HP cambiano con la stessa frequenza dei docenti di Difesa contro le Arti Oscure?

…unito alla conoscenza
Cosa si propone questo libriccino? È presto detto: divertimento e tante curiosità in un colpo solo! Non ci troverete le solite domande sull’ubicazione delle aule di Hogwarts, sul colore degli occhi di un certo personaggio o su chi ha compiuto quella certa impresa. Troverete invece risposte che svelano un mondo di amenità e di notizie su tutto ciò che ha permesso l’esistenza del mondo magico di HP: sull’autrice, sui film, sul materiale dei libri e sull’attualità che ruota attorno a questo sorprendente fenomeno di costume.

Ci saranno cose che scoprirete per la prima volta, cose di cui gusterete aspetti sconosciuti o, magari, che potrete assaporare con l’intima soddisfazione di essere tra i pochi “dotti” in grado di indicare sempre la risposta esatta.

Mano alle bacchette magiche, dunque: il mondo di Harry Potter vi aspetta in queste pagine. Dissendium!

Il mio prossimo acquisto!

tutte le informazioni sul libro


Io, L'immortale di Angela Catalini


Io, L’immortale
Angela Catalini


Nel romanzo un immortale, Uberth, racconta in prima persona le peripezie che ha vissuto attraverso le varie epoche, alla ricerca delle sue origini. La storia potrebbe ricordare a qualcuno la trama del film The Fountain, ma l’autrice stessa ci tiene a sottolineare che il libro è stato scritto in tempi "non sospetti", e che la storia ha parecchie varianti. Per saperne di più andiamo a leggere la trama: "Il protagonista del libro si chiama Uberth ed è immortale, eppure l’immagine della morte è presente in tutta la narrazione. La morte è corteggiata, anelata, cercata. La narrazione in prima persona segue i pensieri del protagonista e attraverso il suo punto di vista vengono descritti gli altri personaggi, le epoche e le realtà che ha vissuto attraverso i secoli alla ricerca delle sue radici e del segreto che lo ha reso impermeabile alla morte. Il romanzo inizia immettendo senza preamboli il lettore nel cuore della situazione: Uberth si trova in un’isola sperduta dei Caraibi nell’ultima era possibile. La terra, infatti, è stata sconvolta dai mutamenti climatici e l’unico superstite dell’isola è un vecchio che ha perduto il senno. Quando il vecchio muore Uberth si ritrova nuovamente solo, una condizione che conosce fin troppo bene. Ma un giorno arriva una nave e finalmente incontra Esra, una sua pari. La donna è reticente e molto misteriosa perché nasconde un segreto che li porterà entrambi ad affrontare un viaggio molto pericoloso oltre il mare e gli oceani affinché si compia il destino al quale erano predestinati." Io, l’Immortale di Angela Catalini (Ennepilibri 2006, collana narrativa, pag. 80 — € 12,80 — ISBN 88-7908-103-9) (Fulvio Zorzer per FantasyMagazine)

Ho letto il libro. Angela, conosciuta virtualmente su un forum di scrittura e di scrittori qualche anno fa, blogger su splinder con il nick cristalpen e frequentatrice a pieno ritmo al forum  FIAE a cui partecipo anche io ormai da tempo,  scrive bene e in maniera asciutta ma allo stesso tempo emozionale. Sa dirigere il lettore verso il giusto obiettivo della narrazione e sa accompagnarlo in maniera sapiente verso la fine e la rivelazione. Questo è il suo primo romanzo, fantasy ma neppure troppo, la storia di un immortale con il peso della propria condizione che porta a spasso nel tempo e attraverso la storia, alla ricerca di un perché, di uno scopo, di una soluzione al fardello che vive con dolore. Il finale non è scontato come non è scontata la storia. Un libro che si "brucia" in pochissimo tempo, e se un difetto si può trovare è solo l’esser troppo breve. Bella prova, Angela! (p.s.: il fatto che abbia seguito passo passo le fasi "di lavorazione ed elaborazione" del romanzo non significa che il mio giudizio di lettrice sia inficiato dalla simpatia nei riguardi della scrittrice. Chi frequenta il forum di lettura e scrittura di Fiae sa che sono sempre molto sincera e per niente indulgente in fatto di scrittura, stile, trama e quant’altro )


 CLAUDIO MARTINI

DIECIMILA E CENTO GIORNI
Pagine 228

ISBN 88-497-0324-4

euro 13,00

Cosa lega l’Italia attuale con il Perù della fine degli anni ’70, con il Nicaragua degli anni ’80, con il Messico dei primi anni ’90, con la tragedia del Kosovo nel ’99?
Cosa lega la vicenda di Riccardo, impiegato cinquantenne affetto da bulimia, solitudine e attacchi di panico con l’esistenza di Fatima, profuga kossovara, sfuggita alla «pulizia etnica» della sua terra e approdata in Italia dove conduce una vita marginale e senza speranza?
Cosa lega il percorso di Consuelo, giovane donna dell’alta borghesia di Lima innamorata della vita e della poesia con quello di uno studente che milita nel movimento del ’77 a Bologna e decide di abbandonare l’Europa per dirigersi in America Latina?
La ricerca di un significato, la speranza di una vita più vicina ai propri desideri, la ribellione a un destino di povertà spirituale e materiale?
Il romanzo dipana queste storie in un arco di tempo ampio, i ventisette anni compresi tra il 1977 e il 2004, i diecimila e cento giorni del titolo, con una scrittura fluida e coinvolgente, intersecando vicende private con eventi collettivi di portata epocale.
Un atto di amore nei confronti di coloro che resistono all’indifferenza «che cinge l’Italia e il mondo intero come una gigantesca cappa di afa».

CLAUDIO MARTINI nasce a Taranto nel 1954 e si trasferisce a Torino con la famiglia nel 1956. Psicologo, ha lavorato a lungo in America Latina.
Dal 1993 è dirigente psicologo nella ASL N°3 di Torino, presso l’Unità Operativa Autonoma Tossicodipendenze. È attualmente in servizio nel Centro di Valutazione della Regione che gestisce i progetti di valutazione della qualità dei servizi tossicodipendenze.
Ha pubblicato quattro libri di saggistica nel campo della ricerca sociale e dei movimenti di alternativa alla psichiatria, di cui uno in spagnolo, nonché numerosi saggi scientifici e la raccolta di racconti brevi Sguardi (2004).  www.besaeditrice.it/collane/lunenuove/ln119.htm

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Ho conosciuto Claudio Martini/Writer su un forum, molto prima che pubblicasse il suo romanzo. Mi aveva colpito la sua scrittura rapida e concreta e ho continuato a seguirne il percorso professionale che lo ha poi portato al traguardo della pubblicazione. Ero molto curiosa di leggere questo libro, un po’ per la storia che in esso è contenuta, un po’ per seguire insieme al suo autore un percorso che mi incuriosiva: scrivere un romanzo e vederlo poi pubblicare. E’ un’emozione non da poco. Questo libro mi ha soddisfatto pienamente.

Sono rimasta attaccata alle storie personali.  L’America Latina è un bello sfondo, un panorama affascinante che mi restituisce sensazioni e ricordi tenerissimi, ma non mi ha catturato come invece le storie personali dei personaggi che si alternano nel libro. Alcune più focalizzate di altre, alcune con un interesse quasi ingordo, altre meno. La storia del protagonista di cui si saprà il nome solo alla fine, è quella che mi ha attanagliato alla poltrona. Bellissimo il suo percorso, incantevole e vera, tremendamente vera la sua storia d’amore con Consuelo. Anche gli amici che di tanto in tanto fanno capolino sul cornicione della sua storia e le loro vicissitudini, sono intriganti e tremendamente reali. Marco e Ale per esempio, e il loro incontrarsi per un momento, legati soprattutto al ricordo di un amico che in fondo apparirà quasi di sfuggita nelle loro vite, per poi allontanarsi nuovamente verso ognuno le proprie scelte, il proprio destino.
La storia di Riccardo e di Fatima mi ha coinvolto di meno. Forse perché Fatima risalta nel libro esattamente come si muove nelle varie scene: in punta di piedi, eterea, silenziosa, una presenza discreta che viene calpestata forse proprio perché non irrompe, non pretende, non si fa notare. Riccardo è forse più vivido, nella sua bulimia, nel suo dolore per la perdita dell’amore di Simona consumato a suon di cibo e di ansia. Stranamente Simona, a cui è dedicato non molto spazio, mi è risultata più presente, più irruente con il suo egoismo e la sua vanità poi devastati dall’incidente e dal suo qualunquismo.
Mi ha strappato una lacrima il loro incontro a casa di Riccardo, quando lui desolato ma inesorabile le conferma che sono cambiati, che hanno preso altre strade. Stupenda la scelta di non dare il nome al protagonista narrante, ma di suggerirlo solo alla fine, quasi la risposta a tutte le domande che comunque da lettore mi sono fatta fino alla fine.

E’ il romanzo di uno scrittore – psicologo di professine – che sa scrutare nell’animo delle persone e descriverne le pesonalità in maniera accurata, dettagliata. Le piccole abitudini, le manie, i gesti quotidiani di ognuno fanno uscire ogni personaggio dalle pagine e sembra quasi di poter stringere loro la mano e salutandoli riceverne in cambio una risposta.

Sono pagine di scrittura asciutta e senza ridondanza, ma con una carica poetica in ogni descrizione di posti, senzazioni, gesti così forte da lasciare lievemente turbati a pensare, a ricordare e a mandare a mente. Anche l’uso di certe parole forti, e certe descrizioni si diluiscono nella poetica sicurezza di uno scrivere sicuro, rapido ma puntuale

Un bel libro, davvero.

mia recensione pubblicata su Il parnaso ambulante