NOVE DOMANDE A DANIELA RAIMONDI. Intervista di Isabella Giomi

Pubblicato: 7 gennaio 2008 da fiaeforum in INTERVISTE, Senza categoria
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Inauguriamo il nuovo anno con un’iniziativa nuova e coinvolgente: a turno, tutti gli autori di Fiae intervisteranno persone e personaggi del panorama letterario italiano, famosi, non famosi, affermati, esordienti, emergenti, scrittori, autori, e operatori della scrittura e/o letteratura. La prima intervista qui di seguito, a Daniela Raimondi, scrittrice e vincitrice di innumerevoli prestigiosissimi concorsi letterari. Un esempio della sua scrittura, inoltre, è possibile averlo attraverso la lettura di un suo gradevolissimo  racconto e alcune sue poesie. Buona lettura.

Presenza quasi costante nelle top ten di molti concorsi letterari, Daniela Raimondi è nata a Sermide, provincia di Mantova. Nel 1980 si è trasferita in Inghilterra, paese dove risiede attualmente.
Laureata in Lingue e Letterature Moderne presso l’Universitá di Londra ha vissuto per due anni in Colombia, Perù e Brasile. Attualmente insegna italiano come lingua straniera a Londra. Ha pubblicato nella rivista italiana a Londra: "Il Punto" ed in varie riviste letterarie in Italia. Partecipa a concorsi letterari da qualche anno con risultati molto incoraggianti. Ha pubblicato un quaderno di poesie con la Montedit di Milano. Nel 2004 esce una sua raccolta di racconti “Nove donne e una zebra metropolitana”, con cui vince il premio Fonopoli. Nel 2006 è uscita la sua ultima raccolta di poesie “Mitologie private”, edizioni Clandestine

1. Nasce prima la poetessa o la narratrice?

Nascono in parto gemellare, una subito dopo l’altra. Ho iniziato a scrivere molto tardi, a quarant’anni, ma credo di aver cominciato con poesia e prosa contemporaneamente. Ho iniziato come tanti: con un romanzo autobiografico (mai terminato), e poesie d’amore. Penso sia un cammino comune.

2. Sono i tuoi racconti che si nutrono di poesia o viceversa?

Credo sia vero il primo caso: è la mia prosa a risentire maggiormente del fatto che io scriva poesia. L’essere poeta aiuta molto gli scrittori in prosa. Ogni poeta ha in sé la capacità, o per lo meno la potenzialità, di essere un narratore, mentre non è necessariamente vero il contrario: ci sono tanti e ottimi scrittori in prosa che non sanno assolutamente scrivere versi. Allo stesso tempo, forse è anche vero che la mia poesia è stata influenzata dalla prosa. E’ che mi sto spostando sempre più verso testi poetici che tendono a narrare una storia. Una scrittura, questa, che ha forse meno musicalità, indubbiamente meno lirica della poesia che ero abituata a scrivere tre, cinque anni fa. Sorrido quando, commentando una mia poesia, mi sento dire: “Bel testo, ma è prosa”. Queste persone non hanno mai letto Carver, Anne Sexton, Sharon Olds, ma anche autori italiani della nuova generazione. Il fatto che la mia poesia sia a volte considerata come prosa, non significa che io abbia usato una scorciatoia, un approccio più facile alla scrittura. Tutt’altro. Questa svolta nello stile di scrittura ha significato anni di lavoro, ho dovuto lottare contro l’istinto di scrivere in modo musicale. Mi è costato fatica liberarmi da quella liricità che mi contraddistigueva in passato, ripulire la mia poesia fino a renderla asciutta, lineare, nuda. E alla fine mi sento dire che è prosa, che mi preferivano prima. Ma non importa: questo è il cammino che sto percorrendo e sento che per me, per la mia scrittura, è il cammino giusto, quello da seguire. Anche a scapito di perdere qualche lettore. Per rispondere con una sola frase alla domanda, potrei dire che la mia prosa e la mia poesia si nutrono a vicenda, anche se, sicuramente, rimangono differenze importanti per quanto riguarda la lunghezza dei testi, il timbro della scrittura, la capacità di sintesi, la struttura delle frasi, e così via.


3. I tuoi scritti parlano quasi sempre di sofferenze femminili. Con la scrittura pensi semplicemente di dar loro una voce oppure seguono un preciso tracciato che mira in qualche modo ad una soluzione?

Sicuramente è il primo caso. Con la scrittura cerco di dar voce a personaggi che solitamente rimangono nell’ombra: le casalinghe, le donne sole, le donne semplici segnate dalla vita. E’ la loro sofferenza che mi interessa, il mondo interiore che si sono inventate per riuscire a sopravvivere. Mi interessano i loro sogni, o il modo in cui hanno dovuto ucciderli, quei sogni. Mi interessano le loro solitudini, i loro circoli mentali, che alla fine sono le stesse solitudini e gli stessi circoli mentali in cui ci dibattiamo tutte, prima o poi. Per quanto riguarda un tracciato che porti a una possibile soluzione… no. I miei personaggi non vivono quasi mai storie a lieto fine. Non offro soluzioni. I miei testi non seguono uno scopo, diciamo, didattico, né tantomeno politico (penso al femminismo…) Ma, attenzione: i miei personaggi sono donne disincantate, non rassegnate e nemmeno fataliste. Questo è importante.

4. Nel concepire una storia, ti ispiri a fatti reali oppure misceli tra loro elementi immaginari e realmente vissuti?

Quasi sempre parto da un fatto realmente accaduto o da un personaggio reale. Mi piace moltissimo, per esempio, scrivere di personaggi la cui vita mi ha particolarmente colpito. Ci penso e ci ripenso fino a che diventano vere ossessioni e mi preme dentro la necessità di scriverci sopra qualcosa. Poi, chiaramente, subentra la mia fantasia. Mi lascio trascinare dall’immaginazione, insomma, altrimenti non farei che riprodurre biografie. Mi interessano invece aspetti personali, drammi interiori, conflitti che spesso rispecchiano i miei stessi conflitti, toccano qualche mio nervo esposto. Perché indubbiamente c’è sempre qualcosa di autobiografico, in qualsiasi cosa scriviamo. “Madame Bovary c’est moi” – scriveva Flaubert. E sicuramente noi siamo sempre, in qualche modo, i personaggi che creiamo. In tutti noi che scriviamo c’è un poco di Madame Bovary, di quell’affermazione di Flaubert. Ma, allo stesso tempo, guai se ci lasciassimo condurre dal desiderio narcisistico di scrivere di noi. Chi scrive deve necessariamente rimuovere se stesso, la propria storia, dall’atto creativo. Questo non solo in narrativa, anche in poesia. Nemmeno la poesia dovrebbe essere lo specchio di se stessi. C’è il nostro cuore, il nostro vissuto, il nostro sentimento, ma deve subentrare forzatamente l’occhio esterno e severo dello scrittore. Se non ci fosse, ci si limiterebbe ad esercizi autobiografici, alla stesura di un diario personale. L’arte deve necessariamente essere invenzione, creatività, distacco dal proprio io narcisista. Si parla spesso della poesia come portatrice di verità. La verità, può essere comunque solo metafora, allegoria, e quindi invenzione. Dante non è mai sceso all’inferno, eppure quello che ci dice è verità, perché quello che dice è capace di arricchirci, ci insegna qualcosa. Perché chi legge poesia si aspetta di trovare sempre del vissuto, del personale dell’autore nei versi? Penso sia lecito inventare anche in poesia. Io l’ho fatto più volte, come lo fatto Anne Sexton, e molti altri. Non credo di peccare di falsità. Purché il lettore percepisca che quello che legge è vero. Purché lo arricchisca, lo commuova, smuova dentro di lui delle emozioni, una riflessione. Solo quello conta. Solo quella, per me, è la verità.

5. Riesci a esprimerti meglio con un racconto o con una poesia?

La poesia permette di esprimerci in modo estremamente profondo e immediato. Qui ci inoltriamo nella zona dell’inconscio, sia per chi scrive, che per chi ci legge. Fra autore, testo e lettore si instaura un legame che va al di là delle parole, che abbraccia i sensi, la nostra parte più intima. E’ quasi un messaggio sotterraneo. Un messaggio in codice che ci tocca e ci rivela qualcosa di noi che nemmeno sapevamo esistesse. Scriviamo poesia – parlo delle fortunate occasioni quando è buona poesia – in uno stato di quasi trance. E’ un momento magico. Siamo colpiti da una folgorazione, diamo vita ad un’immagine, un verso, una metafora, che chissà da dove ci è venuta, chissà chi ce l’ha donata. Inutile cercare di definiere cosa sia la poesia. Ma se siamo fortunati arriva, e allora ci permette di dire qualcosa che ci preme dire in poche parole, quasi uno schizzo a matita ma preciso, un tratto purissimo, immediato. E allora la poesia diventa un mezzo di espressione unico, insostituibile.
Mi è comunque successo che, partendo da una poesia, mi accorgessi che non funzionava, che quella vicenda, quel momento di vita, avevano bisogno di un respiro più ampio, di tempo e di silenzi propri. Allora ho cambiato percorso e mi sono spostata verso la prosa. Credo che la poesia sia un lampo, un attimo privilegiato dell’autore che purtroppo non capita né con frequenza né con regolarità. In narrativa, invece, c’è modo di lavorarci sopra. Di sedersi al tavolino e usare la parte del cervello che ha a che fare con la razionalità, la logica, la programmazione. Poi anche lì subentra chiaramente la creatività, come del resto anche la poesia ha bisogno di senso critico, di lavoro, riflessione, pulitura.
Quello che cambia fra i due generi è lo scatto iniziale, il momento stesso della creazione. Il lavoro richiesto in un secondo tempo, la ripulitura, la finitura, è simile in entrambi i casi e, sicuramente, la parte piu lunga e faticosa.

6. A volte i tuoi scritti sono percorsi da un sottile filo di ironia appena percettibile, che però basta a rimettere in equilibrio anche i casi più disperati. E’ un effetto voluto oppure è qualcosa che trapela a tratti dalla tua scrittura? O meglio, in che misura l’ironia interagisce con la disperazione?

Questo si riallaccia al discorso di prima, al fatto che le mie storie sono spesso tragiche e i miei personaggi femminili si trovano spesso in situazioni senza apparente via d’uscita. Credo, in ogni caso, di dipingere personaggi che hanno sempre una ricchezza interiore, una profondità di pensiero e sentimento che è poi quello che le fa andare avanti. L’ironia è sicuramente un’arma a cui ricorrono per la loro sopravvivenza. Sono donne che non si piangono addosso, ma cercano a tutti i costi di vedere il lato ironico del mondo.. La loro è spesso una risata amara, ma pur sempre di una risata si tratta. I miei personaggi femminili sono duramente provati dalla vita, ma mai donne totalmente rassegnate, mai unicamente vittime. Questo, almeno, è quello che mi propongo, altrimenti la mia sarebbe una scrittura fatalista e negativa. Spero, invece, che ogni donna che legge una mia poesia o un mio racconto, ne esca in qualche modo arricchita, e quindi più forte. Trovo che le donne siano straordinariamente forti. Seppur nella sofferenza, i miei personaggi femminili non sono mai donne deboli.


7. Hai un criterio di scelta personale nella scelta dei concorsi a cui partecipi, oppure vi partecipi ascoltando l’istinto e la sensazione che un bando ti comunica?

Ah, no. Ormai sono un’esperta. I primi anni facevo concorsi un po’ a casaccio. Ora sto molto attenta alla giuria, a chi organizza il premio e, chiaramente, al lato economico della cosa: considero la tassa di partecipazione al concorso e l’ammontare dei premi che, in generale, se alta è comunque una garanzia di una certa serietà. Con l’esperienza si finisce per scartare il superfluo e riconoscere i premi di un certo valore.

8. Le vittorie e i piazzamenti ai concorsi letterari ti hanno dato o ti stanno facendo "curriculum" letterario utili alla presentazione ai fini di un’eventuale pubblicazione presso le case editrici, come è indicato da manuali di scrittura creativa e da editori, oppure non servono gran ché?

Credo che i risultati ottenuti ai concorsi siano serviti a qualcosa solo nel campo della poesia. E questo solo per quanto riguarda i premi ottenuti nell’edito. Nel senso che i libri editi girano in concorsi con giurie prestigiose e nomi molto conosciuti. Il fatto di farsi notare a premi per l’edito significa far parlare di te, farti leggere da poeti affermati, farti conoscere. C’è chiaramente il problema che con l’edito uno si mette in concorrenza con i mostri sacri dell’editoria e si scontra inevitabilmente con grandi interessi, personaggi noti il cui nome necessariamente influenza i giudici. Ma almeno nell’edito si viene letti, il tuo nome e la tua scrittura hanno una voce.
Per quanto riguarda pubblicare, sicuramente le case editrici non usano particolari attenzioni verso i vincitori di concorsi, anche di concorsi importanti. Quando vinsi il Montale pensai che si sarebbe aperta una porta, ma non funziona così. Vale molto più la conoscenza, i giri che si frequentano. E’ lo stesso discorso per per la prosa. Con l’eccezione di qualche raro premio letterario (penso al Calvino, al Premio Teramo, al Palazzo al Bosco, tanto per fare qualche esempio), barcolliamo nel buio, anche con un curriculum pieno di premi letterari. In Italia si pubblica pochissimo. Chi pubblica in riviste letterarie, anche prestigiose, lo fa senza retribuzione (qualcosa di impensabile in altri paesi!) So di autori italiani che sono stati lanciati negli Stati Uniti, in traduzione. La situazione non è facile. In Italia se non sei un calciatore, se non hai ammazzato un figlio, se non sei un personaggio televisivo, se non lavori già nel campo dell’editoria, se non sei l’amante di qualcuno che conta, è un’impresa quasi impossibile pubblicare con case editrici importanti. Comunque io credo anche che se c’è talento, con moltissima fatica, ma prima o si finisce per emerge.

9. Scrivi solo racconti, oppure hai un romanzo nel cassetto (tuo già depositato presso un editore)?

Ho un romanzo che è stato accettato da un’affermata agenzia letteraria ma che per il momento non ha ancora trovato un’editore. Forse non lo troverà nemmeno mai. E’ una storia piuttosto surreale, ambientata a cavallo fra l’800 e il 900, che non rientra in nessun genere letterario definito. Anche se è piaciuto molto alla Nabu (l’agente letterario a cui l’ho affidato), è facile che non si riesca mai a collocarlo sul mercato. Sono alle prese con un secondo romanzo che spero di terminare entro la prossima primavera. È un libro con un marco più realista e tratta di una storia dove risulta più facile al lettore riconoscersi ed identificarsi nei personaggi. Speriamo sia il libro giusto.

Ringrazio Daniela anche a nome del FIAE per la sua disponibilità, e per le sue risposte illuminanti sulle strategie di scrittura e sulla concorsistica.  Isabella Giomi

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commenti
  1. Ipanema ha detto:

    Iniziamo il 2008 con un po’ di interviste[..] Il Blog Fiae inaugura il 2008 con un’iniziativa nuova: intervistare chi scrive anche se non è salito alla ribalta dei riflettori, ma comunque, con costanza, porta avanti un discorso convinto su questa passione, ossessione, arte. E’ online la pri [..]

  2. DanielaRaimondi ha detto:

    Grazie Isabella, per l’intervista e per lo spazio concessomi in questo blog.
    Mi permetto di aggiungere un link dove chi vuole può leggere un cv aggiornato sulle mie attività letterarie e le pubblicazioni.
    http://danielaraimondi.splinder.com/tag/curriculum_e_biografia

    Buon anno a tutti.
    Daniela

  3. Ipanema ha detto:

    Grazie per la tua visita, Daniela, e per il tuo commento.

    Ho aggiornato il link nella parola “scrittrice” mettendo quello da te segnalato.

    Sarà sempre un piacere averti qui con noi, a presto,
    Ipanema

  4. ciumeo ha detto:

    Ottima iniziativa, bella intervista. Un buon inizio d’anno, non c’è che dire!

  5. LiviaR ha detto:

    Concordo con ciumeo. E adesso… via verso nuove avventure.
    Buon 2008 FIAE!

  6. utente anonimo ha detto:

    Altissima, bravissima, poetissima
    🙂
    Daniela, bisogna precisarlo bene, negli ultimi due anni è stata una delle autrici più premiate d’Italia. E nel 2004 è stata tra i 7 poeti nominati per la raccolta inedita al Premio Montale Europa.
    Antonio F..ans

  7. vampyr8 ha detto:

    buon anno… anche se in ritardo 🙂

  8. DanielaRaimondi ha detto:

    ciao caro fan…. 🙂 felice di incontrarti anche qui.
    un saluto ad Isabella e a tutti gli altri utenti.
    daniela

  9. Menzinger ha detto:

    Sono un ammiratore di Daniela ormai da anni.
    Interessante il discorso su come narrativa e poesia procedano in parallelo, mi pare però che Daniela prediliga la poesia anche se posso assicurarvi che è anche un’ottima narratrice. Personalemente, ho deciso di far predominare la narrativa, anche perché la poesia trova meno seguito, ma le esperienze “poetiche” mi soono state certo utili anche in narrativa. Romanzi come il mio Colombo divergente e Giovanna e l’angelo, infatti, sono debitori della poesia in più punti.

    Interessante anche il discorso sui premi letterari, che conferma la mia impressione sulla loro relativa utilità ai fini di pervenire ad una pubblicazione.
    Comunque apprezzo molto i grandi successi ottenuti da Daniela.
    Cos’altro dire? leggetela! Leggiamola!

  10. Ipanema ha detto:

    Grazie a tutti per i saluti, benvenuta Daniela sul nostro blog, e un salve anche a Menzinger.
    Daniela la leggiamo in silenzio da tempo.
    Ciao a tutti! I.

  11. simonettabumbi ha detto:

    seguiere Daniela è come indossare un guanto di seta, ché la pelle resta affascinata. credo sia nata innanzi tutto la donna, e nei suoi 360 gradi ha saputo rispondere alle domande che le si accomunano. Lei respira, e tutto diviene, poi che siano versi o narrativa non importa, ciò che conta è che mi e ci lascia entrare.
    sono fortunata sì, ad averla incontrata. sono lì dietro, e lei lo sa.

    con stima
    simy

  12. DanielaRaimondi ha detto:

    Cara Simy, i tuoi commenti mi emozionano sempre. E’ quando si sente di aver raggiunto un cuore cosi’ da vicino che la scrittura fiorisce. E’ il migliore dei premi :-))
    un abbraccio e un augurio di Buon Anno.
    daniela

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