Archivio per aprile, 2008


Autore: Isabella Giomi

Titolo: La cantatrice muta

Editore: Laruffa Editore
codice ISBN:

Romanzo vincitore della II edizione di "Emozioni d’inchiostro"

Pagine: Dimensioni:
Anno: 2008 Prezzo: € 10,00
 
 Categoria: Narrativa
Elettra era un diluvio di armonia nel silenzio assoluto del notturno sul mare. Un fulmine avrebbe segnato l’intera vita di Elettra. Per lei energia e sensibilità estrema. Così il canto diviene la schermatura delle emozioni troppo forti. Un indimenticabile ritratto di donna in chiaro-scuro, una figura femminile fragile e intensa. Isabella Giomi è nata a Roma e lavora in una grande struttura pubblica. Ha scritto vari racconti in bilico tra il metafisico e l’intimista, alcuni dei quali, premiati o finalisti in concorsi letterari, sono stati pubblicati su antologie e riviste culturali, tra cui “Inchiostro”. Considera la scrittura un’estensione della vita e l’universo narrativo un mondo infinitamente perfettibile che cresce in sintonia con l’esperienza. I suoi personaggi sono spesso impostati in modo tale da scegliere decisioni finali sorprendenti, come, appunto, accade alla protagonista di questo breve romanzo. Ama, in questo ordine: i gatti, l’inverno e le verdure crude. E ricorda con una certa nostalgia gli anni ’80. Su Internet ha aperto un blog dove si parla di scrittura creativa: http://blog.libero.it/tanysha/.

A breve sarà  disponibile in libreria e su IBS il romanzo della nostra Isabella – cattleia, vincitore del prestigioso concorso "Emozioni d’inchiostro" pubblicato con la Laruffa Editore. Le nostre più vive congratulazioni a Isabella per questo suo nuovo successo, che  avendo seguito le fasi di proposta al concorso e successiva vittoria, editing e finalmente pubblicazione, consideriamo anche un pochino un  successo  targato FIAE. Cento di queste pubblicazioni, ISA!!!

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TUTTO IL NERO DELL'ITALIA: SECONDA EDIZIONE!

Pubblicato: 18 aprile 2008 da fiaeforum in Senza categoria

Tutto il Nero dell'Italia

DAL BLOG DI STEFANO SANTARSIERE, uno degli autori dell’antologia e scrittore FIAE

 

"Venti racconti si susseguono come raffiche di mitra, svelando la metà oscura dell’Italia"  Carlo Lucarelli

"Il Noir dilaga, nel nostro Paese. E parla lingue regionali, paga il doveroso tributo ai paletti del genere, scava nei temi caldi del contemporaneo e, con un occhio alla tradizione e uno al futuro, rinnovando le nostre inquietudini, rinnova anche sé stesso." Giancarlo De Cataldo 

TUTTO IL NERO DELL’ITALIA

Venti racconti noir di altrettanti giovani scrittori, uno per Regione di’Italia, a comporre un mosaico del lato oscuro del Belpaese dove la territorialità si declina in una scala verso l’inferno.

Ed è proprio la terra, il luogo d’origine, il filo conduttore del libro; una terra popolata dalla propria gente, colorata dai propri costumi, cullata dai propri dialetti, è il tappeto su cui ogni personaggio può giocare la propria vita, è lo spazio per fermarsi a ricercare la chiave di decodifica delle proprie esistenze che da qui partono e qui ritornano, ciò che ci permette di capire che non occorre sempre scappare per ritrovarsi: è la sosta dell’uomo in fuga…


"Giovanni ha 47 anni, è un impiegato all’Anagrafe, si sente stanco della sua quotidianità e vorrebbe che i suoi sogni e i suoi desideri trovassero forma e creassero “storie che vale la pena di vivere”. Le troverà in modo inconsueto, attraverso un insieme di racconti che qualcuno ha scritto e lasciato nel ripostiglio di casa. Si ritroverà, in questo modo, a seguire un percorso che spazia dalla Torino “magica” all’Antartide, alla steppa finlandese, a una megalopoli del 2075"

TITOLO:    I RACCONTI DEL RIPOSTIGLIO
AUTORE:  CLAUDIO MARTINI
EDITORE: BESA EDITORE

Disponibile in libreria da Aprile 2008, il nuovo lavoro di Claudio Martini. Da parte di tutto il FIAE, di cui Claudio/Writer è membro fin dai primissi giorni della sua costituzione, i più sinceri ed emozionati complimenti. A brevissimo un’intervista a questo scrittore bravissimo e dalle tematiche particolarissime.

6° INTERVISTA: REMO BASSINI

Pubblicato: 8 aprile 2008 da fiaeforum in INTERVISTE, Senza categoria
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Remo Bassini, scrittore, giornalista. Molte le esperienze di lavoro, prima dello scrivere:  cameriere, operaio, disoccupato, studente universitario di giorno  e portiere di notte, attore dilettante, volontario in un carcere, correttore di bozze, giornalista professionista. Dall’aprile 2005 ha assunto la direzione del giornale “La Sesia”. Ha scritto anche su Stadio e su L’Indipendente. E su Fernandel. Ha un blog, tra i più belli e attivi, dove si parla di scrittura a tutto tondo, di scrittura, editoria e  lettura: http://remobassini.wordpress.com/  Ha pubblicato: Il Quaderno delle voci rubate (La Sesia); Dicono di Clelia, (Mursia); Lo scommettitore, (Fernandel); La donna che parlava coi morti, (Newton & Compton). Intervista a cura di Amneris Di Cesare

Innanzitutto grazie, Remo, per avermi concesso l’onore di rispondere alle mie domande sulla tua personale visione della scrittura. Cominciamo con il fuoco di fila:

1. Sei sia scrittore che giornalista: quando hai scoperto che scrivere era il tuo destino, la tua strada? Molti sono i giornalisti che  diventano romanzieri. Passaggio obbligato? Due modi di scrivere, due approcci alla scrittura diametralmente opposti o invece assai simili?
Completamente diversi. Io al giornalismo sono arrivato tardi, avevo trent’anni, e alle spalle avevo dei timidi tentativi di scrittura, un romanzo interrotto, poesie. Sono due mondi e due modi diversi di intendere il “raccontare”. Il giornalismo ha regole precise, anche tempi e ritmi precisi e spazi. Esempio: scrivere un pezzo all’improvviso e in fretta, magari in quindici minuti perché altrimenti si ritarda l’avvio della rotativa, e scriverlo a seconda delle indicazioni: a volte avresti tanto da dire, e hai 900 battute a disposizione, a volte hai poco, e ti dicono che devi scrivere 3000 battute. I tempi  del romanziere, invece, sono quasi sempre senza vincoli. Ci sono autori che hanno impiegato un decennio per scrivere un romanzo. Comunque è raro che un giornalista sia anche scrittore; non per altro, dopo 12 ore al computer non hai voglia di rimetterti a scrivere, aspettando l’idea.

2. Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile ovunque tu vada? C’è un momento particolare, nella giornata, in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?
Scrivo di notte, sempre, e ho sempre dietro tanto il portatile quando il bloc notes. I primi due libri li ho scritti alternando la carta al video; gli ultimi due ha scritti esclusivamente usando il computer, evitando i programmi di scrittura che ti suggeriscono i sinonimi, mi sembra folle. L’agenda, piccola da tenere in tasca, però ce l’ho sempre dietro. Può sempre arrivare, improvvisa, un’idea, una frase, anche una lacuna, perché no? Magari leggo una parola che non conosco, così la trascrivo e poi cerco sul De Mauro.

3. Che cos’è per te lo scrivere? Un saccheggiare se stessi e regalarsi al lettore oppure è un calcolato e ragionato modo di far arrivare un messaggio, una denuncia, uno spaccato di vita?
Bella domanda. Credo di saccheggiare me stesso, i miei fantasmi, le mie frustrazioni, magari anche i miei sogni o le mie follie (del resto Flaubert diceva che uno scrittore deve pensare come un pazzo) e, al contempo, cerco, raccontando, di far arrivare la mia indignazione: perché sono e sarò sempre dalla parte dei calpestati. Mi spiego, perché sono tanti i modi per essere calpestati: chi è sfruttato, chi ha pesi dentro che sono macigni, chi è corroso dai sensi di colpa, chi denuncia e viene zittito, ecco alcuni esempi dei miei calpestati.

4. Ami sempre quello che scrivi, dopo che lo hai scritto? Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati? Ti capita il classico  “ma davvero questo l’ho scritto io?” che sembra avvenga in tanti scrittori di successo?
Rileggo solo qualche pagina, a caso. Raramente sono soddisfatto, Solitamente mi auguro che la prossima volta, il prossimo libro, debba essere migliore. O magari questa è solo una scusa: per non smettere mai di srivere.

5. W. Somerset Maugham (Come scrivo i racconti – n.d.r) aveva un taccuino su cui descriveva molte delle persone che gli capitava di incontrare nei suoi viaggi, alle cene, alle feste a cui partecipava. Li dipingeva attraverso dettagli minuziosi, gesti, voci, tratti somatici, espressioni del volto, persino pensieri percettibili solo attraverso un’attenta osservazione. Tu come li crei, come li costruisci i tuoi personaggi?
Per scrivere ho bisogno di stare in mezzo alla gente. Una panchina, un bar, un treno. Ascolto, osservo attentamente. Poi… dimentico tutto. Perché i personaggi che più amo sono nati dalla mie viscere. Ti dirò di più: li vedo solo mentre scrivo, so se sono pettinati o no, se sono eleganti o maldestri, nudi o vestiti, ma poi, finita la scrittura, sono volti che faccio fatica a ricordare. E questo mi spiace. Li sento dentro, ma è come se avessi perso un rapporto fisico che del resto non c’è mai stato: perché anche quando descrivevo una carezza, un amplesso, io ero comunque intento a pestare i tasti di questo portatile.

6. Quanto c’è, tra i tuoi personaggi, di vero, di “rubato” agli incontri, alle esperienze di vita, della gente conosciuta nel tempo e nella vita “vera”che hai vissuto?
E’ un discorso complesso, difficile. Ti faccio un esempio. Ho fatto il portiere di notte, e quindi in quegli anni conobbi prostitute, poliziotti, artisti, faccendieri, vidi coppie clandestine che si incontravano, vergognose, con paura. Certo, qualcosa è rimasto, ma allora io non avevo la sensibilità dello scrittore. Uno scrittore va al supermercato a fare spesa, vede una donna davanti che ha una borsetta rossa, e s’immagina che, magari, in quella borsetta ci sia una pistola. Insomma, non credo sia importante avere tante esperienze. Quello che conta è sapere andare in profondità. Vedere dentro la borsetta, insomma. Semmai: l’importante che la borsetta si sia vista per davvero al supermercato; se l’idea arriva da un libro o dalla televisione o da internet è un’idea artificiosa, vuota, non è un’idea. Piuttosto della televisione o di internet si guardi fuori dalla finestra. Guardando, verranno a mente – questo lo so che non è facile – “cose” che sono dentro di noi e che non sapevamo di avere.

7. “Si naviga a vista, lasciando che la storia prenda forma da sé”  (da il Manuale di Scrittura Creativa  Ed. Castelvecchi, Roberto Cotroneo) oppure sei fautore della “scrittura architettonica” come ha definito la propria metodologia di scrittura Davide Bregola?
Con nessuno dei due. Ognuno deve scegliere la propria strada. Chi riesce a controllare tutto può permettersi una scrittura di viscere, chi invece ha timore dei propri disordini mentali è giusto che si faccia scalette e schede dei personaggi. Io sono anarchico nella scrittura, non accetto regole. Ma m’interrogo, sempre, e interrogo, sempre. Provo a spiegarmi meglio. Sto scrivendo il mio quinto romanzo. Bene, ho fatto leggere i primi due capitoli ad alcune persone. Ho visto che quelli che leggono tanto, o sono addetti ai lavori, hanno apprezzato, mentre persone semplici, da un libro ogni due mesi se va bene, sono rimaste perplesse. Ho fatto mie le loro perplessità. Anche perché, come diceva Popper, non c’è niente di più facile che lo scrivere difficile. E’ arrivare alla gente, aggiungo io, il vero problema.

8. Racconta Stephen King che:  “A. Trollope scriveva romanzi gigamentali e li sfornava con sorprendente regolarità. Era impiegato all’ufficio postale britannico (le cassette rosse dove imbucare la posta in giro per tutta la Gran Bretagna sono una sua invenzione); scriveva per due ore e mezzo tutte le mattine, prima di recarsi al lavoro. Non erano ammesse né deroghe né variazioni. Se allo scoccare delle due ore e mezzo era a metà di una frase, la lasciava incompleta fino al mattino dopo"     Quando scrivi un romanzo, scrivi con costanza, almeno una decina di cartelle al giorno, come consiglia Stephen King nel suo On Writing, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?
Ieri ho scritto in cinque ore ventimila battute. La notte precedente ne avrò scritte duecento, poche righe insomma. Non mi forzo mai a scrivere una storia. Però mi impongo di scrivere tutti i giorni, questo sì: ma lo vedo come un esercizio necessario.

9. Operaio, cameriere, disoccupato, volontario in un carcere, portiere di notte:  molti mestieri tutti   faticosi, concreti. Ci sono scrittori  che affermano che scrivere “è per chi ha vissuto sulla pelle”,  che la letteratura è la medaglia che lo scrittore si guadagna sul campo, perché “si scrive di pancia”.  Pensi che sia veramente così, che se non si vive e non si soffre, non si ha niente da dire, da raccontare, da mostrare?
Io credo che per scrivere occorra essere fortissimi e debolissimi allo stesso tempo. La vita e la morte, la morte e la vita. E la sofferenza, certo, che però non si può pesare. Le mie esperienze certo sono servite: ma al contesto, alle cornici, agli ambiti narrativi. L’essenza delle storie viene dal nostro cuore, o anima, o inconscio. Da dentro, insomma.

10. Dicono di Clelia, Ed. Mursia, il tuo primo romanzo del 2005: ho riflettuto a lungo su questa donna enigmatica e semplicissima al tempo stesso, eterea perché fisicamente non appare mai, ma che in tanti sognano, cercano, desiderano. Mi ci sono riconosciuta proprio per via di quell’inafferrabilità e nel suo fuggire, ma non solo. Clelia è una donna castissima, che decide, lucidamente, di diventare prostituta. Pensi che  l’ambivalenza sia una caratteristica comune a tutte le donne? E l’inafferrabilità la principale caratteristica della donna ideale nell’immaginario maschile?
Credo che l’ambivalenza sia in tutti noi, uomini e donne siamo tutti, con dosaggi differenti, un po’ santi e un po’ puttane. Clelia è anche uno specchio, quindi, per entrambi i sessi. Poi ha un fascino speciale, Clelia. E’ bella, è dolce ed è soprattutto, come hai ben visto tu, inafferrabile; di un amore inafferrabile non ci si stanca mai.

11. La donna che parlava coi morti, il tuo ultimo lavoro, Ed. Newton & Compton, 2007. Un’altra donna, protagonista di un altro tuo libro. Ma non già colei che parla coi morti, Marta, bensì Anna è la protagonista del romanzo. Un personaggio così ben caratterizzato da sembrar quasi esca dalle pagine, dia voce a tante personalità tutte insieme. Mi ha colpito moltissimo questo, al punto che avrei voluto esserne l’amica, Viviana, e subirne le rispostacce, le intemperanze, gli improvvisi sbalzi d’umore, il chiudersi repentino e l’aprirsi poi timidamente. In apparenza diversissima da Clelia, non si può fare a meno di metterle a confronto e scoprire che un sottilissimo filo sembra unirle: sono entrambe inafferrabili, in fuga. Clelia, si nasconde scappando, Anna  mostrandosi  spavalda eppure  timidissima. Uno sguardo particolare sulle donne, questo tuo modo di guardarle. Quanto della tua donna ideale c’è nei tuoi personaggi?
Quante volte nella vita siamo rimasti feriti da una persona che ritenevamo che fosse una bella persona e che poi si è rivelata meschina? Tante, suppongo. E quante volte, invece, abbiamo ricevuto da chi non ci aspettavamo? Ecco chi è Anna: quella che dietro a una spigolosità (figlia della sua incapacità ad adeguarsi alle regole dell’ipocrisia), nasconde una bontà infinita. E ti sorprende, ma nel modo migliore.
Quando vado a presentare La donna che parlava con i morti solitamente dico che io, scrivendo, mi sono innamorato di Anna Antichi. In realtà è l’amica ideale, di una sincerità e di una generosità disarmanti.

12. Donne che escono dalle pagine dei tuoi libri con vigore. Anche le altre, Nunzia, Marta, Viviana, Mariangela, Lidia… Appena accennate, eppure tutte lasciano un’impronta, vivida, reale. Gli uomini del romanzo invece molto meno. Impressione mia di lettrice, o scelta voluta di autore, questa di lasciare gli uomini un po’ ai margini?
Me lo chiedo e me lo chiedono e non so dare una risposta. Torno a prima, alla scrittura architettonica, pianificata. Se avessi usato schemi non sarebbero nate né Anna Antichi né Clelia. Tondelli diceva che le idee migliori vengono scrivendo. Evidentemente a me , scrivendo, vengono queste figure di donne che, rispetto agli uomini, spiccano di una luce particolare.

13. Corsi di scrittura creativa: in tanti ne organizzano. Ritieni che siano utili, validi per chi si vuole avvicinare a questa attività? Pensi di scrivere un manuale di scrittura creativa, un giorno?
Io penso che un corso di scrittura (il termine creativa non mi piace) può servire se il docente è un docente che invece di impartire dogmi cerca di capire. Ho qualche sporadica esperienza: in carcere, oppure con una singoli (sono convinto che il rapporto ideale dovrebbe essere un docente per ogni allievo), e quindi non so dire. Penso comunque – e qui mi ripeto – che leggere tanto e imparare a leggere la vita possano bastare e sostituire un corso di scrittura, creativa o meno.

14. Hai un consiglio da dare a un aspirante scrittore per riuscire a farsi leggere e pubblicare?
Assumere informazioni sulle case editrici, perché la case editrici cambiano spesso strategie e uomini. Poi si sa, quelle grandi leggono poco e male i manoscritti. Meglio scegliere, quando si è agli esordi, le case editrici serie ma medio piccole. Ci mettono l’anima e, non di rado, rischiano. E poi occorre cercare chi sappia dare consigli, dritte utili. Quel poco che so di alcune case editrici, io, lo dico, mi sembra giusto. Anche io all’inizio non sapevo dove sbattere la testa, poi ho trovato due scrittrici che mi hanno indirizzato, spronato. Che dici: sarà per questo che scrivo più di donne che di uomini?

Grazie per questa incredibile opportunità, Remo, a nome del Fiae.
(Amneris Di Cesare)