7° INTERVISTA: VALERIA FALSO

Pubblicato: 4 giugno 2008 da fiaeforum in Senza categoria
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Proseguiamo le interviste del Fiae sulla scrittura (e dintorni) approfittando della disponibilità e della cortesia di Valeria Falso, editor e docente di scrittura creativa presso alcune associazioni culturali padovane tra cui Fantalica e La Lanterna Magica.  A cura di Livia Rocchi

Valeria Falso è laureata in psicologia dell’età evolutiva.  Ha partecipato a un corso di formazione per redattori a Milano organizzato dalla casa editrice Lindau. A Verona si è occupata della selezione e revisione editoriale dei racconti presso la casa editrice Il Riccio attraverso la rivista letteraria Inchiostro. Ha collaborato con un service editoriale a Venezia come correttore di bozze.

 

La prima domanda è la più ovvia: da cosa è nato il tuo interesse per la scrittura?
L’interesse per la scrittura risale a quando ho imparato a leggere.
A sei anni, appena finito il lungo martirio di copiatura di stanghe e stanghette, prima ancora dei dettati, mi sono sbizzarrita nella creazione di alcune poesie. Mi ha da sempre affascinato il significato delle singole parole, della loro sonorità. Devo dire che con due nonni appassionati di letteratura, ho vissuto attorniata da libri di tutti i generi, e questo mi ha certo stimolata.

Quando e in che modo leggere e scrivere è diventato una professione?
La mia non è mai diventata una professione vera e propria (non potrei mai mantenermi con quello che ci guadagno). Da quando mi sono laureata in psicologia, nel 2000, tra corsi di scrittura, corsi per redattori e stage presso riviste letterarie, ho iniziato a lavorare e quindi a guadagnare qualcosa presso case editrici e come insegnante di scrittura creativa solo verso il 2004. Che io svolga questo lavoro con professionalità, lo spererei tanto, ma se consideriamo questa materia complessa e in continua evoluzione, otto anni sono davvero solo un primo passo.

Hai qualche passione al di là della letteratura che in qualche modo influenza il tuo rapporto con essa?
Amo l’arte in genere, la psicologia la considero un’arte.
Psicologia e scrittura vanno a braccetto. Quando ho davanti a me l’autore e il suo scritto, il mio lavoro è cercare di andare in profondità, ascoltare, leggere i più piccoli segnali per cercare di avvicinare il più possibile una frase al senso che l’autore gli voleva dare. Ascoltare l’autore, cercare di farlo, permette di raggiungere la forma che meglio risponde al contenuto che intende esprimere. Questo non vale solo per testi chiamati autobiografici. Ogni editor, per essere un buon editor, dovrebbe essere anche un buon psicologo e per essere buoni psicologi non è necessario essere dottori in psicologia.

A proposito delle tue esperienze come editor e come correttore di bozze: quanto è difficile lavorare su opere di altre persone?
Qui è necessaria una distinzione tra correttore di bozze ed editor. Il correttore di bozze svolge un lavoro davvero tecnico, molto poco creativo. Lavora sul testo già editato utilizzando un sistema di segni per correggere sviste, refusi, errori di punteggiatura. Lì si ferma. E’ un lavoro certosino che necessita di notevole concentrazione e viene effettuato sul testo prima che passi in stampa.
Il lavoro chiamato di "editing" riguarda non solo l’aspetto propriamente formale e linguistico, ma anche del contenuto, della coerenza interna, del ritmo, dello sviluppo dei personaggi, della trama. E’ necessario un contatto diretto e frequente con l’autore se si tratta di un romanzo o di una raccolta di racconti. E’ un lavoro impegnativo e faticoso, che necessita di tempo e un sacco di pazienza. Non è un lavoro difficile. Non è complicato. E’ complesso. Un lavoro insomma interessante e stimolante, che può portare grandi risultati e soddisfazioni.

In questi  anni, tra editing e service letterario, con che tipo di autori hai avuto a che fare? Fior di scrittori? Narcisi? Carciofi? Chi richiede un servizio di editing a pagamento e non, ha molto forte il desiderio di pubblicare e "diventare uno scrittore". Qui bisogna vedere quanto è pressante il sogno dell’approvazione sociale, e quindi dell’etichetta, e quanto invece preme davvero il bisogno di scrivere e il desiderio di migliorare. A volte mi sembra che l’idea romantica dello scrittore porti poca umiltà in genere e tutto sommato anche poca voglia di mettersi in gioco seriamente.
C’è chi poi ama davvero scrivere ma per necessità si deve occupare di tutt’altro. Che la scrittura diventi una professione è per queste persone un’ambizione più che legittima.
In ogni caso molti scrivono romanzi che prima o poi vengono pubblicati;  pochi sono veri scrittori.

Come vengono accolti in genere i  tuoi giudizi, le proposte di correzioni eccetera; con umiltà e
voglia di imparare, o con la minaccia di tagliarti le gomme della macchina?

In genere, chi si propone per un servizio di editing a pagamento, si trova già in una posizione di accettazione. Sente insomma che l’autocritica e l’"autorevisione" del testo non sono sufficienti.
Poi, chi più chi meno, è disposto a "mollare l’osso": quindi abbandonare l’attaccamento (a volte morboso) a certe frasi, ai titoli, ai personaggi. In questi casi è importante mostrare l’efficacia dei
cambiamenti. Se c’è sensibilità e amore per la scrittura, è inevitabile che l’autore finisca per accorgersi dei punti deboli. Alcune modifiche sono lampanti e necessarie, altre sono più sottili e delicate e non è cosa immediata restare "oggettivi" di fronte a un testo scritto. Il dubbio di mettere in campo giudizi personali è sempre presente e questo è un bene: tutte le faccende personali, in questo lavoro, andrebbero sgominate.

C’è qualche episodio esemplare, nel bene o nel male, che puoi  raccontarmi?
Una situazione eclatante non c’è. Ho comunque ricordi di persone che si intestardivano su frasi assolutamente sgrammaticate, o su titoli improponibili e ridondanti tipo "Amori nel lontano assoluto vuoto" o "Amori nell’infinito eterno spazio" o qualcosa del genere.
Posso tranquillamente dire che la maggior parte degli scrittori con cui ho avuto a che fare, hanno manifestato un forte attaccamento al titolo dei propri scritti. Allo stesso tempo, la maggior parte delle volte, all’editore il titolo non sta bene. Finisce quasi sempre per cambiarlo.

Passiamo alla tua esperienza come insegnante. I corsi di scrittura creativa sono un argomento piuttosto controverso tra gli scrittori, esordienti e non. C’è chi dice  che il talento non si può insegnare. C’è chi dice che il talento non si  può insegnare ma che, in chi ce l’ha, bisogna coltivarlo. C’è chi dice che con il duro lavoro e l’apprendimento delle tecniche giuste tutti  possono diventare scrittori anche se potenzialmente poco dotati. Tu  cosa ne pensi? E soprattutto: cosa fai perché i tuoi allievi alla fine  di un ciclo di lezioni pensino "Mi sono arricchito" e non "Ho buttato i  miei soldi"?
La prima definizione da vocabolario di TALENTO è VOGLIA, DESIDERIO.
La seconda, GENIALITA’. Genialità: CHE SI ACCORDA COL PROPRIO CARATTERE.
Chi viene a un corso di scrittura creativa, trema davanti alla parola talento. Perché? Se provassi a rispondere mi dilungherei troppo.  Un corso di scrittura creativa chiaramente non può insegnare il talento. E nessuno oserebbe dire il contrario. E’ possibile educare a CERCARE. Qui, torna la psicologia. La mia opinione? Siamo inesorabilmente unici, ma sembra che la maggior parte delle persone se lo sia dimenticato. Allora molti parlano per sentito dire, si relazionano e giudicano per
luoghi comuni. E’ evidente che finiranno anche a scrivere per stereotipi. L’essere umano sarebbe creativo di natura. L’uomo inventa e desidera naturalmente. Ma dove sta la voce? Dove sta lo stile?
Sembrerebbe che l’ unicità (la personale visione del mondo) sia andata sepolta da un cumulo di macerie. Allora, in un corso di scrittura creativa di livello base, si dovrebbe insegnare questo in primo luogo: liberare la propria voce dal peso delle macerie. Chi ha talento, è riuscito a fare proprio questo. Alcuni fortunati ce l’hanno libera dalla nascita o quasi, ma si tratta di casi eccezionali. E’ necessario che ciascuno diventi consapevole del peso e del valore che ha come singolo individuo creativo. Questo forse può significare "accordarsi con il proprio carattere" che definisce il cosiddetto GENIO.
Questa presa di coscienza porta a dare come diretta conseguenza peso e valore anche alle parole.
Un corso di scrittura creativa dovrebbe essere in primo luogo un laboratorio che ridimensiona e libera, allo stesso tempo. E’ ambizioso come progetto, si fonda su un’idea, si tratta di un tentativo e ciascuno se la vive in modo diverso. Sarà sempre possibile il fallimento mio e dei miei allievi, tutti cerchiamo di fare del nostro meglio per evitarlo…come? Magari con un po’ di umiltà reciproca.

E tu? Chi sono stati i tuoi maestri nel campo della scrittura?
Non so se posso chiamarli maestri, ma credo di averli sentiti "vicino" a me: Kafka, Calvino, Mann.
Per quanto riguarda l’insegnamento ho imparato molto dall’Editor Enrico Rulli e dallo scrittore Giulio Mozzi.

Fai finta di essere al mio posto: devi fare tre interviste su scrittura/libri/editoria e dintorni:  con chi ti piacerebbe chiacchierare e cosa gli/le chiederesti? (La domanda vale anche per personaggi scomparsi da secoli)
Non saprei. Però più che essere al tuo posto, mi piacerebbe trasformarmi in un piccolo insetto e vedere e osservare cosa accade durante i corsi di scrittura creativa in tutta Italia e direi in America. Come e cosa insegnano. Prendere appunti. Vorrei tornare indietro nel tempo, sempre nelle vesti di un piccolo insetto e planare sulla spalla di Mann mentre sta scrivendo l’ultima riga di "Cane e Padrone". Seguirlo per la casa e mentre passeggia. Poi mi piacerebbe tornare Valeria e raccontarti tutto quello che ho visto. Lo so: non ho risposto alla domanda…

Invece sì. E se fosse possibile… ti ruberei l’idea! :–) Ma visto che non possiamo spiare i Maestri, continuiamo a parlare di allievi. Dal 2005 al 2006 hai tenuto una serie di corsi di scrittura creativa per l´Istituto Penitenziario di Padova. Mi racconti qualcosa di questa tua esperienza?
Prima di cominciare avevo preparato tutte le mie lezioni, fotocopie, discorsi.
Poi dentro un’ aula gelida seduta vicino a un assassino, uno spacciatore e un matricida, beh, ho constatato che quelle lezioni erano del tutto inadeguate. Il livello culturale mediamente basso e una gran voglia di sfogarsi, più che di tecniche narrative, esigevano la presenza di una psicologa…
Li ho ascoltati e dopo aver conquistato la loro fiducia, li ho fatti scrivere. Sensazioni, stati d’animo, paure, desideri. Poesie, storie di vita vissuta, drammi. E’ stata un’esperienza fortissima per me
per prima, e credo anche per molti di loro. La raccolta di tutti quei racconti è stata da me revisionata e corretta ed ora è dentro un cassetto. Chissà se vedrà mai una pubblicazione…

Sarebbe interessante. Mal che vada, magari si potrebbero mettere in rete… chissà. Cambiamo completamente argomento. Nel 2004 hai partecipato al premio letterario "Scritti al Bo", indetto dall’Università di Padova, classificandoti al  secondo posto. Ci racconti qualcosa di questa tua esperienza?
Il concorso non era a pagamento ma si ricevevano premi in denaro (cosa rara). Avevo un racconto pronto bel bello. Lo ho inviato senza pensarci due volte.
La premiazione mi ha messo molto in imbarazzo: c’erano i fotografi del Mattino e Gazzettino, poi come è di uso all’Università si è svolto tutto in pompa magna, con consegna di busta e mazzo di fiori e foto sul palco… francamente non mi sembrava adeguata tutta quella messa in scena per un racconto a mio avviso appena decente.
Soddisfazione + dubbio e sospetto = Imbarazzo.

Hai partecipato ad altri concorsi?
L’anno scorso a Volo Rapido. Quest’anno ci riprovo.

Cosa pensi dei concorsi per esordienti, in generale: li consigli ai tuoi allievi o raccomandi di starne alla  larga perché è meglio scrivere con altri obiettivi?
I concorsi vanno benissimo, anche se per molti di quelli a pagamento c’è il rischio di "manovre" non proprio democratiche.  A un esordiente io consiglio sempre le riviste letterarie. Sono un’ottima rampa di lancio.
 
Basandoti sui tuoi studi e sulla tua esperienza di editor, qual è l’errore  più frequente che fanno gli scrittori inesperti e digiuni di psicologia nel  tracciare il profilo dei loro personaggi?
Molti scrittori alle prime armi tendono a mettere in campo una quantità esagerata di personaggi in poche pagine senza distinzione fisica e del carattere, senza delineare i principali dai secondari. Finiscono per farli parlare e muovere tutti allo stesso modo: è anche per questo che la trama risulta noiosa e senza spessore. Accade anche che si cimentino in descrizioni di personaggi assurdi e contraddittori con la giustificazione che non sono inventati, ma che li hanno conosciuti di persona. Nella vita accadono le cose più strane e si incontrano le persone più bizzarre, ma per raccontarle e dare coerenza e credibilità alla storia, è necessario più che aderire alla realtà, tentare di essere realistici. E’ una differenza sostanziale.

E finiamo in bellezza, giusto per farci qualche amico: hai mai notato qualche "svarione psicologico", qualche grossa incongruenza  un libro di successo? Nel caso fossero tanti, abbonda pure! Tanto,  molti nemici…
In questo momento non mi viene in mente nessun libro di successo con grosse incongruenze di tipo psicologico, però mi viene di nominare Patrick McGrath che è considerato un grande autore di thriller psicologici. Trame coinvolgenti, con apici di tensione, climax ben giocati, ma la psicologia che mette in campo la definirei piuttosto "casereccia".
I primi libri che ho letto molti anni fa e considerato psicologici sono stati i romanzi di Kundera, un autore che ho molto apprezzato e che "snocciola" le personalità dei suoi personaggi in modo a mio avviso davvero interessante.

Ti ringrazio tantissimo per la disponibilità a nome di tutto il Fiae.
Passa a trovarci quando vuoi, se ti va.
In bocca al lupo per tutto e… arrivederci.

(Livia Rocchi)

 

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commenti
  1. utente anonimo ha detto:

    In quanto membro FIAE non posso che esprimere soddisfazione.

    Complimenti!
    Renata.

  2. Ipanema ha detto:

    bellissima intervista, davvero interessante e molto utile. Brava Livia!!!! [CLAP CLAP CLAP]

  3. utente anonimo ha detto:

    bella intervista, Livia! chiara, esaustiva, diretta.
    Mi hai fatto morire dal ridere coi narcisi e i carciofi…Isa

  4. LiviaR ha detto:

    Grazie ragazze.
    In effetti sto imparando molto da queste interviste, e mi diverto anche. Più di così…
    Ne ho un paio in serbo, quindi ALLA PROSSIMA 😉
    (Sperando che vengano lette anche al di fuori del FIAE: in fin dei conti dovrebbero essere utili a tanti… mah)

  5. utente anonimo ha detto:

    io nel mio piccolo segnalo a spron battuto. Sarebbe bello se anche gli altri fiaeini facessero altrettanto.
    I.

  6. biribolina ha detto:

    Ciao Livia!
    Bella intervista alla mia ex prof di scrittura!
    La psicologia aiuta a scrivere? Davvero? Che bella notizia, l’idea di non aver poi perso così tanto tempo finora!
    E il vero “trucco” per scrivere o seguire l’arte in ogni sua espressione è, avete ragione, liberarsi del peso che ci offusca, di ogni cosa brutta e inutile che ci portiamo dietro.
    Un abbraccio,
    daria

  7. Tetractys ha detto:

    Molto bella l’intervista, e gran bella persona l’intervistata.

    Fabrizio

  8. utente anonimo ha detto:

    Ciao Daria, sono felice che tu sia passata, grazie.

    Fabrizio, grazie anche a te.

    Livia R
    sloggata e piena di mal di gola

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