9° INTERVISTA FIAE: FABRIZIO CORSELLI

Pubblicato: 3 dicembre 2008 da fiaeforum in INTERVISTE, Senza categoria
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Fabrizio Corselli, scrittore di poesia epico-mitologica e saggista classe ’73, nato a Palermo. Lavora come Educatore presso la Scuola di Settimo Milanese. Ha pubblicato nel 2001 il libro di poesie sui miti greci I Giardini di Orfeo, Edizioni Laboratorio Giovanile. Diverse le pubblicazioni di poesie, critica letteraria e saggistica su riviste del settore, cataloghi di pittura e collaborazioni con il Salone Internazionale di Parigi e con il Museo Beleyevo di Mosca. È redattore della rivista InArte e collabora da questo anno con la rivista Archeo della De Agostini. Si occupa da tempo d’iniziative volte a promuovere il mondo della poesia attraverso corsi mirati (Il Sogno di Dafne, Eidyllion), con un occhio di riguardo nei confronti della cultura classica greca (nella fattispecie, promozione della cultura olimpica classica). Ultimo progetto in realizzazione è Nymphos, un corso che unisce didattica poetica ed elementi di Estetica, volto a diffondere e sviluppare il tema del Bello (nella fattispecie la figura delle Ninfe). Ha due blog http://fcorselli.splinder.com/ e http://achilleion.splinder.com dove porta avanti un discorso molto interessante sull’Arte e sulla Poesia. (a cura di Amneris Di Cesare)

Fabrizio, come sai siamo un gruppo di aspiranti scrittori e scrittori esordienti, che ha come interesse e curiosità primaria la scrittura e alla scrittura guardiamo con particolare attenzione. Vorremmo anche con te parlare di questo, e vista la tua esperienza letteraria peculiare, vorremmo parlare di poesia.  Ecco qui di seguito alcune delle nostre domande:

 1. Cos’è la poesia? Sembrerebbe facile rispondere, ma in realtà non è così. Vero è che la poesia ci accompagna  nella vita fin dalle prime battute, è parte del nostro vissuto. Ma rischia di diventare una parola abusata. Potresti darcene una definizione che le renda giustizia?
Infatti, non è così semplice. La Poesia è Illusione, e di ciò i greci ne erano ben consapevoli. Essa soggiace al “delirio cassandrino”, alla enigmaticità d’una struttura intelligibile che accoglie in sé il cosmos della creazione. Quando ci si accosta alla Poesia, lo si fa nella veste di un sacerdote nella sua piena funzione oracolare. Maggiormente tentiamo di avvicinarci alla verità più alta, più essa svanisce, lasciandoci il dubbio della sua esistenza. La Poesia è enigma dell’esistere. Un anelito verso l’infinito che permane sin dai tempi dell’uomo, e attraverso di esso il poeta ciclicamente rinnova la sua esperienza, il suo modus operandi, verso una meta che per definizione è a lui sconosciuta. La poesia è come il bosco d’Arcadia, in cui i frutti appaiono spontaneamente dall’albero (Ispirazione), ma egli ha soltanto una e una sola occasione per coglierne interamente l’acerbo dono. Svanita quell’occasione, il frutto muore e con sé tutto ciò che esso rappresenta. La Poesia è Incanto, Magia attraverso cui accrescere le proprie capacità e la propria esistenza in un perpetuo moto dinamico che diviene linfa per il poeta, ormone della crescita. Il testo poetico è il metabolismo artistico attraverso il quale lo scrittore diviene adulto, diviene finalmente Uomo, consapevole del mondo che lo circonda, e indirettamente suo custode. La poesia è così anche Ethos. Un’estrinsecazione dell’agire del poeta, della sua soggettività in potenza. 

2.       E’ facile sentire affermare spesso con orgoglio: “scrivo poesie”  e osservare l’approvazione degli interlocutori, quasi ciò potesse sancire la sensibilità o lo spessore di una persona. Ma è davvero così? Tutti siamo poeti e tutte le poesie sono “opere d’arte” oppure è una grande illusione che tende a svilire il principio e il valore stesso della Poesia con la P maiuscola?
Sfatiamo il mito della democrazia nell’Arte. Non esiste. Come ho scritto di recente su un forum, questo modo di considerare tutti poeti, pur di farli contenti, anche per carità cristiana, ha portato immancabilmente a una dequalificazione dell’Arte stessa. Facile secondo questo metodo. Una componente troppo democratica rischia quindi di dequalificare la percezione del prodotto d’arte stesso. Nessuno sarà più in grado di riconoscere un’opera buona da una cattiva (dove la diversificazione verte su necessari canoni minimi standard). È anche una questione di coerenza e decenza. Mi si potrebbe opporre il fatto che nessuno sia in grado, o usando termini altrui, che “nessuno si possa permettere” di giudicare in positivo o in negativo una poesia. Questo è vero solo a metà. È un modo di pensare che fa comodo a molti, innalzato come scudo per farla franca, e tutelare i propri orrori; peraltro metodologia applicata senza una conoscenza della materia, diciamo affidata più a un istinto del cuore. A suggellare tale pratica, vi è anche una frase ricorrente presa a fondamento che recita così: “se l’opera suscita anche un solo consenso, o un’emozione a un solo lettore che l’apprezzi, allora l’opera potrà considerarsi valida”. Adesso sì, siamo tutti poeti. Ciò che rimane sempre positiva è la produzione testuale che nasce come pura esigenza espressiva dell’anima, genuina, senza che lo scrittore stesso la elevi, con malafede, a una posizione che non le spetta, ossia di capolavoro, peccando perfino di presunzione. Questo aspetto è stato anche degenerato da una condotta irresponsabile dell’editoria, basata sul marketing, e da critici e Associazioni troppo proiettate sulla speculazione e sulla remunerazione del proprio lavoro di “critica” oltre che di pagamento della quota associativa. Infatti, è molto facile vederlo con i pittori, ai quali viene organizzata una collettiva ad hoc, seguita poi dal nulla, nessuna prosecuzione, quel tanto che basta a dare il contentino e a spiegare la quota d’iscrizione. Inoltre, si osserva nella nostra società moderna la tendenza a definire scrittore solo chi pubblica, causando di contro un’ossessione, a dir poco delirante, nel giovane sprovveduto. Ciò che mi ha colpito molto è proprio questa forma di febbrile delirio, di ostinazione alla pubblicazione, ma tale pratica nasconde anche una forma di grave compensazione esistenziale che ritrova il suo antagonista nella fama, nella gloria; che valore hanno questi concetti, se vacui? E anche qui, gli imprenditori editoriali fanno la loro parte nella determinazione destinale del neo artista. Molti irretiscono “l’efebo” con la pubblicazione a pagamento, per poi abbandonarlo sull’isola di Nasso al pari di Arianna, privandolo della distribuzione. Aggiungerei oltremodo la dequalificazione derivata da molti multiblog, spacciati per salotti letterari, ma tali non sono; contenitori di sedicenti scrittori, cullati e sedotti a dovere pur di presentare la propria piattaforma come quella con più iscritti di tutti. Da questo punto di vista, la profondità e la sensibilità dell’autore risultano viziate già alla base. Così come chi mi oppone premi e concorsi vinti, non mi dice nulla. Il più delle volte la parte negativa riguarda proprio la commissione, più ignorante e sprovveduta dello stesso partecipante. Molti di questi “poeti” scrivono sì, ma quando si avvia un confronto con loro sulla poesia non sanno nemmeno cosa sia un verso. Il poeta deve avere un suo pensiero, forte o meno che sia, sull’Arte. 

3.       Come si scrive una poesia allora? Quale deve essere la caratteristica principale affinché una lirica sia degna di considerazione e possa essere valutata come “vera, opportuna” o addirittura “capolavoro”?
Una poesia intanto si compone. Ciò presuppone, in rapporto a tale termine, uno studio e una strutturazione consapevole, seppur esulando dagli automatismi linguistici. Nella scrittura di una poesia va subito distinto il principio della spontaneità compositiva, da molti confusa. Ciò che è spontanea è la componente ispirativa non la messa dello stesso pensiero creativo in forma di verso. Questo è principio sacro. Molti errori sono stati operati all’insegna del termine “libero”, laddove non significa “scrivi ciò che vuoi, come vuoi, liberamente” ma libero da ogni forma metrica. Nella stessa definizione permane il concetto di musicalità, anche questa perduta nel tempo. Si diffidi da chi dice che la tecnica non serve, e tende per propria irresponsabilità, e anche malafede aggiungo, a riportare la questione poetica a semplice rigurgito versificatorio. Per contraddizione, se ciò che vogliamo esprimere dovesse rimanere spontaneo, parimenti dovrebbe rimanere inespresso, poiché nel momento in cui lo trascriviamo su foglio, si cade sotto la legge della forma. La capacità di scrittura poetica è come quella descrittiva del sogno; nel momento in cui ci si sveglia da questo sogno per passare allo stato di contemplazione, rischiamo di tralasciare tanti di quei particolari da rendere scarna e povera la descrizione di quell’evento onirico, risultando alla fine opaca, non definita. Il testo prima di tutto deve incarnare, come detto prima, il senso della musicalità, dimensione che le rende pienamente giustizia. Il testo non deve rappresentare una pseudo forma narrativa, disposta successivamente secondo una logica prettamente grammaticale, laddove il semplice andare accapo non ha più significato di pausa poetica bensì esprime solo una diretta conseguenza della continuazione della frase, come in un testo prosastico. Questo lo fa chi confonde il semplice pensiero con il linguaggio poetico. La Poesia è soprattutto studio. La riconduzione a una dimensione troppo libera (negli intenti) è sintomatico di poca avvedutezza dell’autore. Per scrivere poesia servono due elementi e un mediatore, il pensiero poetico nella diretta forza ispirativa e la forma quale filtro esteriore del sentire, mediati ambedue in un sinergico lavoro di architettura da parte dell’Anima che piega l’emotività alla struttura del verso, un moto ondoso che plasma la parola come l’argilla, donandogli quel limite grazie al superamento del quale la poesia potrà realizzarsi in tutte le sue potenzialità espressive. La poesia è vibrazione, dirompe l’anima in cui entra, e la sua eternità risiede nell’immutabilità della stessa nei tempi a venire. Le poesie nate come mere ripetizioni o pensieri poetici spacciati per grandi opere hanno vita breve. L’arte è eterna nel suo muto ciclo individuale, scevro da qualsiasi attenzione da parte del lettore, la solitudine dell’oggetto legato alla sublimità del silenzio, inteso come percezione del Bello. Un tacito rapporto con l’utente che si basa sulla non ostinazione a giudicarla per forza; il lettore crede nella sua esistenza quasi come un atto di fede. Tolta in questa società moderna la fruizione del Bello come ulteriore modus di percezione dell’anima poetica, molti dei testi che si basano sulla bellezza, sulla profondità dello spirito, sull’armonia (pur espresse con linguaggi alti, come può essere una scultura) sono destinate al bando, in rapporto alla nuova finta poetica basata arbitrariamente sul minimalismo e sul “vissuto” (ancora da definire nel suo vero significato).  

4.       In tanti ne scrivono, ma pochissimi ne leggono e men che meno ne comprano i libri. La poesia pare aver acquisito un  ruolo marginale, relegato agli angoli della letteratura di oggi, o aver preso una connotazione un po’ snobistica di “nicchia” dell’arte letteraria odierna; che cos’è successo, è  morta la poesia, sono morti i poeti, o è morto il pubblico?
La poesia in Italia non tira molto, perché non c’è il lettore adatto o per meglio dire, chi legge è sempre in un numero esiguo rispetto a quello di narrativa. Questa situazione però ha anche una sua spiegazione: il lettore è pigro, ma non nel senso della volontà di lettura, che anzi in narrativa dimostra una certa predisposizione a leggere anche cinquecento pagine, bensì sullo sforzo di comprendere il linguaggio autoriflessivo e intelligibile della poesia. A tutto ciò, si associa una sensazione di pochezza, intesa come esiguità delle pagine. Il lettore di poesia è un lettore, come direbbero i greci, “addestrato”, consapevole della sua grande capacità di contenere un intero cosmo in pochi versi, una mirabile concentrazione testuale, ossia la capacità di dire più di quanto possa farlo un qualsiasi testo di prosa. In questo breve passaggio d’intellezione, il lettore si perde, egli non è fatto per il pensiero ellittico. La nicchia è solo una conseguenza dell’emarginazione della poesia, dovuta al confinamento del suo lettore e anche all’abuso del termine, in rapporto alla proliferazione di “poeti”, così generando una forse giustificata insofferenza in coloro che veramente le dedicano tempo e forze con coerenza e onestà.

5.       Intravedi possibili mutamenti all’orizzonte?
Più che intravedere, spero. Soprattutto spero che alcuni si ravvedano e inizino un percorso basato sulla ricerca, sullo studio, e ciò può avvenire se nasce un confronto positivo e costruttivo con altri scrittori. Di contro si crea un circolo chiuso, perché se il confronto deve avvenire tra gli scrittori irresponsabili che tentano il passaggio di livello pensando solo a se stessi e alla propria vanagloria, non vi sarà alcuno scambio culturale, anzi saranno più gli insulti e le aggressioni se posti di fronte al rifiuto critico della loro “magnifica opera”. Molti di questi sono rappresentati da grande pochezza intellettuale. Esiste invece una fascia media di scrittori che portano avanti il loro lavoro di diffusione culturale, ma anche qui, ogni tanto la superbia e la torre d’avorio (non intesa nella sua più alta accezione) si erge sterilmente a vette troppo “alte”. Comunque sono fiducioso; finché esisterà gente umile e con genuini intenti di diffusione artistica potremo ben pensare a progetti più edificanti del semplice reality o delle strategie di vendita.

6.       Ha ancora senso scrivere poesie, oggi?
Sì, ha ancora senso scrivere poesie, così come ha ancora senso dipingere o comporre musica. L’importante che il prodotto stesso derivi da una coerente e onesta consapevolezza dell’artista. La poesia è intimamente legata al suo creatore, in uno scambio quasi simbiotico. Il proprio lavoro va sempre difeso, laddove non si verifichi un mero caso di ostinazione a difenderne a spada tratta ogni cosa. Si ricordi che la poesia o la propria forma d’arte è come il pant’ epoeiken greco, laddove la bellezza del volto di un giovane guerriero, nel suo pieno vigore, rimane immutata seppur esso è adorno di ferite e sangue. La bellezza vera è tale sempre. La poesia, anch’essa se vera, rimane solida di fronte alle intemperie e al mutare degli eventi. A volte, sopravvive anche al proprio creatore nel perpetuarne il ricordo nei tempi a venire. 

 7.       Puoi citare i nomi di Grandi Poeti del passato dai quali trai ispirazione per le tue composizioni e segnalare almeno un nome di un poeta contemporaneo che ritieni essere degno di tale accezione?
Per i due Grandi Poeti del passato, senza ombra di dubbio, Pindaro e Alceo. Il trarre ispirazione è di per sé sbagliato come concetto, spesso confuso con il “copiare” o con “l’emulare”. Quando ci rapportiamo a un poeta, in particolare durante la fase compositiva, lo scambio verte sull’emotività e sulla carica tensiva che infonde in noi la sua stilemica, il suo modo di porsi di fronte a determinate tematiche. Io impiego un tipo di stile che è denominato “epica forma”, ma non per questo imito Omero. Alceo, per esempio insegna come si può raggiungere una grande armonia, una portentosa melopea attraverso la sapiente tessitura di allitterazioni e assonanze. Proprio in rapporto a ciò, esorto chiunque a rivedere, una volta per tutte, la considerazione sulla necessità dell’uso della rima per far di un testo poesia; cioè la rima non è necessaria alla poesia, impiegabile sì, ma oggi molti credono ancora unilateralmente che un testo per essere poesia deve contenere la rima. Falso. Ciò nasce dal fatto che l’istinto poetico suggerisce al poeta l’uso della rima come strumento per ricreare la tanto famosa musicalità perduta, ma la rima non è l’unico strumento di costruzione armonica. La rima quindi viene vista come retaggio del voler imprimere al testo quella componente musicale che la vivifica pienamente. Come poeta contemporaneo direi senza dubbio Derek Walcott, autore dell’Omeros. Grande è stato il suo tentativo di far rivivere l’epica in chiave moderna e soprattutto la dimensione dell’uomo.

8.       Consigli per un aspirante Poeta di oggi?
Preferisco dare consigli all’individuo che incarna l’anima poetica e non al “poeta” stesso, poiché chi scrive è prima di tutto un essere umano. La prima cosa importante da tenere in considerazione è la propria pretesa. Onestà intellettuale prima di tutto, verso se stessi e verso gli altri. Il consiglio è quello di non mentire sui propri intenti; molti sono i falsi scrittori che ostentano umiltà e purezza nel loro scrivere, spacciandolo per piacere o per “vocazione”, ma alla fine il tutto si consuma in una ipocrita ricerca della fama. La colpa è anche della società moderna che tempesta la mente intorpidita dell’utente con precetti morali che provengono da Reality e Quiz a Premi. La società ha insegnato la morale del successo, e lo scrittore ben soggiace a tale insegnamento. Due semplici consigli: uno, mantenere la propria identità, a qualsiasi costo, perché nel perderla viene perduto anche il carattere vero della poesia in quanto riflesso del poeta; due, studiare il più possibile, specialmente libri di didattica e confrontarsi con altri scrittori, in modo da strutturare un proprio personale percorso artistico, che però non sfoci nella superbia. Umiltà soprattutto.  Consiglio di leggere la Poetica di Aristotele, anche più volte, e diversi libri di Estetica e Stilistica. Soprattutto il poeta deve possedere un dizionario dei Sinonimi e Contrari (l’abilità poetica secondo la Stilistica sta proprio nell’uso dei sinonimi, e confermo), e anche quello Etimologico. La poesia è soprattutto archeologia della parola, scava e ricerca le sue origini nella forma primigenia del lemma.  

9.       Dalla tua biografia apprendiamo che sei il Presidente di Giuria del premio Lairë Lórala, di poesia a tema tolkieniano e mitologico, dal 2004, indetto dall’Associazione Culturale Eldalie (www.eldalie.it) e che pubblichi  con la stessa Associazione il Ciclo Tolkieniano Canti dalla Terra di Mezzo, rivista (mensile? ) in formato e-book. Un appassionato di genere fantasy dunque?  Come mai?
Sono un grande amante del genere fantasy. Tutto è iniziato a dodici anni, quando comprai la mia prima scatola di gioco di ruolo (Uno Sguardo del Buio). È un retaggio infantile quello di voler raccontare storie fantastiche, fatte di draghi e cavalieri, che però nel tempo è cresciuto e si è sviluppato lambendo i confini della mitopoiesi. Il fantastico è immancabilmente legato a una esigenza della mente umana altresì a una sua capacità che spesso viene messa da parte o quasi dimenticata (a discapito del discutibile “vissuto”), anche dagli scrittori più autorevoli, ossia l’Immaginazione. Il potere dell’immaginare è infinito, un potere tale da costruire nuovi mondi, da controllare il tempo e metamorfosare la propria esistenza in una proiezione di se stessi, in un alter ego che vive all’interno d’una realtà testuale. Il libro come dimensione parallela. Ciò che mi ha dato il fantasy, in particolar modo il Gioco di Ruolo, è stata la capacità di saper tessere trame, di intelligere secondo schemi fuori della logica formale, di approfondire personaggi all’interno di un sistema narrativo, di operare crossover fra tipologie diverse di personaggi e mondi. Il fantasy non è solo letteratura d’evasione ma un nuovo modo di interpretare la realtà, seppur in un sistema traslato, trasfigurato come lo è l’atto che è sotteso all’attività artistica. Tuttora faccio parte del Chimerae Hobby Group (www.chimerae.it), un team di game designing che si occupa della progettazione di giochi da tavolo e di ruolo, prodotti in formato e-book. All’interno dello staff, mi occupo nello specifico dello sviluppo di espansioni e moduli avventura per il sistema di gioco di Advanced Dungeons & Dragons 2°.Edizione. Ultimamente è uscita la seconda edizione del gioco di Narrazione Ellende Lyrhelei (comprensivo perfino di carte da gioco). Contestualmente ai diversi lavori ho anche autopubblicato l’opera di Epica Fantasy Lyrellende e il Ciclo dei Reami Elfici presso Lulu (http://www.lulu.com/content/3764560). 
Canti dalla terra di Mezzo non è un mensile ma un’opera scritta insieme a due componenti dell’Associazione Eldalie, che si sono occupati delle traduzioni in Quenya e Sindarin. L’opera è una raccolta poetica basata sul mondo fantastico di Tolkien, in particolar modo del Silmarillion. Alla fine, il fantasy apre la mente a nuovi spazi e modi di vedere le cose. L’immaginare è l’attività che si avvicina di più al sogno.

10.   Puoi indicarci due autori fantasy e due poeti, classici o contemporanei, che ami e segui con passione e spiegarcene brevemente il perché?
Uno, senza ombra di dubbio, è proprio J.R.R.Tolkien per l’approfondito ed esaustivo lavoro di ricreazione di un intero mondo, seppur immaginario, comprensivo di un vero e proprio sistema linguistico (la novità in sé non è il sistema linguistico inventato quanto la metodicità e la ricerca impiegate nello studio di tale sistema); soprattutto a Tolkien si deve anche la grandezza nell’aver ridonato al lettore il senso dell’epos in chiave moderna. Un altro è David Gemmell, purtroppo scomparso l’anno scorso, del quale sto seguendo con gran passione il Ciclo di Troia. Una scrittura chiara, incisiva e in particolar modo grande nell’aver affrontato un tema difficile come la Guerra di Troia, mantenendo la tipologia del romanzo storico. Per i poeti classici che seguo, a parte quelli che ho elencato nella risposta precedente, c’è William Butler Yeats, per la sua potenza espressiva e l’aspetto dell’immaginario, e D’Annunzio come studioso dei classici.

11.   Le prossime iniziative riguardanti la poesia che ti vedranno protagonista nell’immediato futuro?Intanto a Dicembre uscirà la mia ultima opera a carattere epico-mitologico dal titolo Promachos e il Tamburo da Guerra, Edizioni Mondogreco, in formato e-book. È un’opera molto importante ma indirizzata soprattutto agli intenditori di mitologia greca e cultura classica. Per il resto, porterò avanti alcune iniziative a livello di corsi, soprattutto creando sempre una sinergia fra diverse forme d’Arte e soprattutto riprenderò il ciclo mitografico “Eos, il risveglio del mito” sulle diverse tipologie dell’Eros nei paradigmi mitici greci. Come ultima cosa, il prossimo anno, spero di andare a Thionville, in Francia, per incontrare la Fondazione Cavriaghi che si è interessata ai miei lavori. Chi lo volesse, potrà già visionare due miei saggi sulla poesia, accolti proprio dalla stessa Fondazione sul sito relativo (http://www.antoniocavriaghi.it.gg).  

Grazie Fabrizio, per la tua pazienza e le risposte che hai voluto fornirci. In bocca al lupo per il lavoro futuro.

Fabrizio Corselli su Lulu.com

 (Amneris Di Cesare)

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commenti
  1. RenzoMontagnoli ha detto:

    Bravo, Fabrizio, difendi la poesia, che è venuta ben prima della narrativa. Oggi la poesia è in crisi di cultori, intesi semplicemente come lettori, perche la maggior parte dei poeti non scrive poesia, ma si limita a riflessioni prosastiche , dimenticando che la poesia è armonia, è musicalità.
    Torniamo un po’ indietro nel tempo, vediamo che differenza enorme c’è rispetto a ora; là c’erano sinfonie, adagi, maestosità, ora per lo più sono suoni disarticolati.
    Pensate alla musica, a certi brani che fanno vibrare l’anima, in un fluire incessante di note perfettamente collegate e che danno luogo ad armonie che incantano.
    Se questi passaggi, queste note sono quasi indipendenti l’una dall’altra, ne risultano suoni sgraziati, come nella maggior parte della poesia odierna.
    Com’è possibile allora pensare di fare presa sul pubblico proponendo una brutta copia di una delle arti più belle?

  2. RenzoMontagnoli ha detto:

    Bravo, Fabrizio, difendi la poesia, che è venuta ben prima della narrativa. Oggi la poesia è in crisi di cultori, intesi semplicemente come lettori, perche la maggior parte dei poeti non scrive poesia, ma si limita a riflessioni prosastiche , dimenticando che la poesia è armonia, è musicalità.
    Torniamo un po’ indietro nel tempo, vediamo che differenza enorme c’è rispetto a ora; là c’erano sinfonie, adagi, maestosità, ora per lo più sono suoni disarticolati.
    Pensate alla musica, a certi brani che fanno vibrare l’anima, in un fluire incessante di note perfettamente collegate e che danno luogo ad armonie che incantano.
    Se questi passaggi, queste note sono quasi indipendenti l’una dall’altra, ne risultano suoni sgraziati, come nella maggior parte della poesia odierna.
    Com’è possibile allora pensare di fare presa sul pubblico proponendo una brutta copia di una delle arti più belle?

  3. RenzoMontagnoli ha detto:

    Bravo, Fabrizio, difendi la poesia, che è venuta ben prima della narrativa. Oggi la poesia è in crisi di cultori, intesi semplicemente come lettori, perche la maggior parte dei poeti non scrive poesia, ma si limita a riflessioni prosastiche , dimenticando che la poesia è armonia, è musicalità.
    Torniamo un po’ indietro nel tempo, vediamo che differenza enorme c’è rispetto a ora; là c’erano sinfonie, adagi, maestosità, ora per lo più sono suoni disarticolati.
    Pensate alla musica, a certi brani che fanno vibrare l’anima, in un fluire incessante di note perfettamente collegate e che danno luogo ad armonie che incantano.
    Se questi passaggi, queste note sono quasi indipendenti l’una dall’altra, ne risultano suoni sgraziati, come nella maggior parte della poesia odierna.
    Com’è possibile allora pensare di fare presa sul pubblico proponendo una brutta copia di una delle arti più belle?

  4. Ipanema ha detto:

    ciao Renzo, grazie per il tuo passaggio qui da noi. Un abbraccio, I.

  5. LiviaR ha detto:

    Grande intervista, in tutti i sensi 😉

    E soprattutto GRANDE IPA che non si fa abbattere nemmeno dall’influenza e porta al fiae una serie infinita di chicche!!! fantastica!
    Complimenti!

    PS Mi sento in colpa per come sto battendo la fiacca, ma tra un po’ arrivo anch’io (a schiena alta e testa dritta hehe!)

  6. LiviaR ha detto:

    Grande intervista, in tutti i sensi 😉

    E soprattutto GRANDE IPA che non si fa abbattere nemmeno dall’influenza e porta al fiae una serie infinita di chicche!!! fantastica!
    Complimenti!

    PS Mi sento in colpa per come sto battendo la fiacca, ma tra un po’ arrivo anch’io (a schiena alta e testa dritta hehe!)

  7. LiviaR ha detto:

    Grande intervista, in tutti i sensi 😉

    E soprattutto GRANDE IPA che non si fa abbattere nemmeno dall’influenza e porta al fiae una serie infinita di chicche!!! fantastica!
    Complimenti!

    PS Mi sento in colpa per come sto battendo la fiacca, ma tra un po’ arrivo anch’io (a schiena alta e testa dritta hehe!)

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