Archivio per gennaio, 2009

RECENSIONE: ALTROVE DA ME DI LUCILLA GALANTI

Pubblicato: 30 gennaio 2009 da fiaeforum in Senza categoria
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Leggere questo libro non è stato affatto facile. Più volte mi sono dovuta interrompere, spesso infastidita, ma per la maggior parte del tempo, angosciata e con forti interrogativi vaganti nella testa. E’ un libro strano, inquietante. Non tanto per il linguaggio e lo stile usati, che invece sono molto semplici e scorrevoli, ma per l’argomento che tratta e che porta avanti.  Sono entrata a fatica nella mente del personaggio principale, perché tutto di me stessa si ribellava a questa lettura, che in molti punti è dolorosissima. Mi sono chiesta spesso se fosse proprio la razionalità umana, l’istinto di sopravvivenza che mi spingeva  ad allontanare da me una così nuda e cruda realtà di pensiero e delirio.  Depressione, disagio. Questi i temi, descritti in ripresa diretta, quasi vi fosse una telecamera posizionata dentro la mente del personaggio,  e non osservati dall’esterno. Coinvolgimento pieno e non distaccata analisi e osservazione asettica dei fatti.  Forse per questo ancor più dolorosa e difficile la lettura e la comprensione. Ma è pur vero che una reazione questo libro la dà, e che qualcosa dentro rimane, di agitato, di inquieto, di vibrante. Delicatissimo e unico il "momento" di Dimitri, personaggio che esplode fuori dalle pagine con una forza incredibile, nonostante il poco spazio regalatogli dall’autrice. Obiettivamente un libro non comune. Non per tutti. Ma che lascia dentro, latente, un qualcosa di molto profondo. E quindi, degno di nota. Complimenti all’autrice per aver saputo suscitare reazioni intime così sottili ed esplosive al tempo stesso, e anche  all’editore, per l’audacia nel decidere di pubblicare qualcosa di così "estremo" e sicuramente "nuovo".

Titolo: Altrove da me
Autore:
Lucilla Galanti
Prezzo: 9,90 euro
Totale pagine: 145

Genere
: romanzo

presentazione del libro
estratto dell’opera
dicono del libro

(Ipanema)

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Pubblicato: 19 gennaio 2009 da fiaeforum in Senza categoria
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Enno Galiencio – che sta vagando per l’orbe terracqueo senza apparenti itinerari prefissati – invia da chissà dove il ventottesimo, vagabondo capitolo di “Un’imprevedibile concatenazione di eventi“. Da leggersi in luogo di una vacanza.


Di Livia Rocchi

Con Marco Franzoso abbiamo parlato di scrittura in generale e un po’ anche dei suoi libri. non sono riuscita a riportare tutto precisamente come avrei voluto ma… mi perdono.

 

Hai esordito nel ’94 con il racconto Migrazione. Mi racconti un po’ la tua esperienza di autore esordiente? Com’è stata allora e come la vedi adesso a quattordici anni di distanza?
Io scrivo da sempre. Non considero la scrittura un’attività solitaria, anzi: deve essere un momento di condivisione, un’occasione di scambio e di confronto. Anche adesso faccio leggere ai miei amici quello scrivo. Migrazione è un racconto che avevo iniziato dieci anni prima. Nel ’94 ho letto Questo è il giardino di Giulio Mozzi. L’ho trovato folgorante. Gli ho scritto una lettera. Da lì è nata un’amicizia, uno scambio di testi. Così gli ho fatto leggere una bozza del mio racconto, lui mi ha proposto di lavorare insieme: ha commentato, integrato, suggerito… insomma è scattata la condivisione di cui parlavo prima. Alla fine mi ha proposto di inserire il racconto in un’antologia. Un racconto che in pratica è stato scritto a quattro mani.

 

E poi? Alla luce della tua esperienza, cosa consiglieresti a chi vuol fare lo scrittore?
Io ho fatto la solita trafila, quindi i consigli sono sempre quelli: leggere molto, scrivere molto, mandare i tuoi lavori agli editori, frequentare scuole di scrittura, convegni e conferenze, fare amicizia con altre persone che scrivono.

Ripeteresti l’esperienza di scrivere a quattro mani? E se sì, con chi?
Certamente. Lo sto facendo in questo periodo con Romolo Bugaro. Ma lo farei con tutti.

In un intervista pubblicata su La Nazione il 3 settembre 2006  ti hanno chiesto:
"E come si rende conto che un libro è bello?". Hai risposto: "Io ne sono innamorato e quindi lo vedo bello". Dammi una risposta un po’ più dettagliata, per favore. Elenca almeno tre caratteristiche che ti fanno innamorare di un libro.

Non credo sia possibile rispondere a questa domanda. Non ci sono caratteristiche belle (o brutte) in assoluto. Non ci sono regole valide sempre nella scrittura. Tu riusciresti a dirmene una?

La più banale: "non riempire i tuoi testi di avverbi" per esempio. Può andare?
Prova a leggerti Bruno Schulz e troverai un sacco di avverbi. Un testo può essere bellissimo anche se è pieno di avverbi. Magari non avverbi in -mente…
O forse no: può essere bellissimo anche con quelli. Non credo che ci siano regole.
Se proprio ti devo dire una caratteristica che mi colpisce è la verità. È quando senti che un libro ti sta parlando. Allora è un libro bello. Per quanto riguarda il resto, non ha senso schematizzare.

Ok. Ma allora dimmi almeno i titoli di tre romanzi che ti hanno fatto perdere la testa.
Il ritratto dell’artista da giovane, di James Joyce
Uno nessuno e centomila di Pirandello. L’ho letto a diciannove anni e mi ha cambiato la vita. Dovevo fare l’avvocato, invece mi sono iscritto a Lettere. Avevo capito che quello che voglio è scrivere.
Il terzo libro di cui mi sono innamorato è Fiesta, di Hemingway

Hai parlato di "scrittura al femminile", ma esiste davvero secondo te la distinzione scrittura femminile / scrittura maschile? In cosa si differenzierebbero?
Non credo che esista una divisione netta. Ci sono scrittori che scrivono come donne e scrittrici che scrivono come uomini.
Ma in questi "sconfinamenti" non è implicito che esista una scrittura da maschi e una scrittura da donne, con peculiari caratteristiche tra loro contrastanti?
No. Quel tipo di distinzione non esiste. Quando leggi Agota Kristof, per esempio, non trovi certo le caratteristiche di romanticismo, emozione e delicatezza che generalmente vengono attribuite a una donna. Il pensiero che sta dietro la scrittura di Virginia Wolf, altro esempio, è impossibile da attribuire a un uomo. Orgoglio e pregiudizio della Austen, L’amante di Marguerite Duras… sono romanzi che mai potrebbero essere stati pensati da un uomo. Come Fiesta non potrebbe essere stato scritto da una donna. Ma non è questione di scrittura. È più una sensazione, una sensibilità, un’emotività diversa, un approccio alla vita differente. Scrivendo Tu non sai cos’è l’amore ho tentato di fare proprio questo: confrontarmi con un pensiero diverso dal mio. Ho provato a immedesimarmi in una donna, in un bambino di otto anni, in un ingegnere grasso. Tutte realtà che non mi appartengono, ma che ho cercato di vivere, proprio nel senso più letterale della parola "immedesimazione": trasferire il proprio "sé" in un "sé" diverso. E qui ritorniamo a quello che ho detto all’inizio: la scrittura deve essere disponibilità all’ascolto.

A questo proposito, hai detto che per scrivere il tuo ultimo romanzo ti sei servito della consulenza di alcune amiche: quando hanno letto il manoscritto ti hanno sempre detto "Bravo bravo è proprio così!" o ti hanno criticato?

Non ho fatto leggere il mio manoscritto, questo no. Non ho cercato aggiustamenti o correzioni. Mi sono fatto raccontare le loro storie, perché è questo che cerco. A me non piace l’aspetto creativo della scrittura, non è quello che voglio fare. Le storie esistono già anche senza inventarsele. Però bisogna andare a cercarle. Diciamo che ho fatto anch’io molte interviste. Per capire, per imparare. Che ne so io di cosa si prova a rapire una persona o a essere rapiti? Di cosa si prova a farsi di eroina tre volte al giorno, o ad avere un figlio che si fa di eroina? Cosa prova una persona che vuole suicidarsi, e come arriva a quel punto, e perché? Cosa prova uno che viene abbandonato dai genitori, o cosa si prova ad abbandonare un figlio? Niente: non ne so niente. E quindi me lo faccio raccontare. Mi serve a capire il mondo in cui vivo. Perché è proprio a questo che dovrebbe servire la scrittura: a capire il mondo in cui viviamo.

Dal Corriere del Veneto – 19 Aprile 2006 sempre a proposito di Tu non sai cos’è l’amore:
"Dieci anni ci sono voluti a Franzoso prima di decidere che il romanzo era pronto".
Che cosa, esattamente, ti ha fatto dire: "Ok, ci siamo"?

Tu non sai cos’è l’amore non è pronto. Però va così: a volte senti che i figli devono andare per conto loro anche se non sono perfetti. E li lasci andare, non puoi fare altro. Il romanzo però, magari tra una decina d’anni…
Vorresti riscriverlo?
Vorrei… riprenderlo in mano.

Riferendoti al fatto che Tu non sai cos’è l’amore è stato riscritto per essere portato in teatro, hai detto che ti piace scrivere per lavorare sugli attori. Tecnicamente quali sono le differenze tra scrivere "per la carta" e scrivere "per il palcoscenico"?

La scrittura per il teatro è molto diversa. Anzi, non esiste una scrittura specifica per questo genere: sono molti gli approcci alla drammaturgia e sono differenti tra loro. Per me è stato interessante mettere a confronto la parola e la persona, vedere come la parola che ho scritto io si trasforma rispetto alle intenzioni dell’autore una volta che viene interpretata. Mi sono messo a disposizione degli interpreti, è questa la pragmatica: questo rifare, riadattare…

E scrivere per la musica? Com’è stato scrivere i testi di Click here per Federico Stragà,  disco che contiene L’amore è un astronauta? Come mai hai fatto questa esperienza?
Perché mi serviva.
Avevo bisogno di confrontarmi con il ritmo, gli accenti. Trovo che sia bello avere dei vincoli e nella musica ci sono perché devi rispettare le strofe, i ritornelli. C’è una metrica a cui ti devi adattare.

Libri, teatro, canzoni… e poi? Quale nuova esperienza vorresti affrontare, o quali, se ce n’è più di una?
Voglio andare sulla luna.

In bocca al lupo allora, e grazie

 

Capitolo XXVII

Pubblicato: 8 gennaio 2009 da fiaeforum in Senza categoria
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Enno Galiencio – ancora travestito da Befanotto e reduce da febbri deliranti – porta in dono il ventisettesimo, congelato capitolo di “Un’imprevedibile concatenazione di eventi“. Da leggersi confortati da un bollente ponce al mandarino.