12° INTERVISTA PER IL FIAE: TECLA DOZIO

Pubblicato: 10 marzo 2009 da fiaeforum in INTERVISTE, Senza categoria
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A cura di FIAE e di TUTTISCRITTORI.IT

180001_1888058484459_4061087_nTecla Dozio, milanese, è una studiosa di letteratura di genere, editor e direttore editoriale di case editrici, libraia. Nel 1992 diventa titolare della Libreria del giallo La Sherlockiana di Milano, dove ha già lavorato per due anni, rappresentando un punto d’incontro per gli amanti del genere giallo e noir, tanto da contribuire a fondare la Scuola dei duri, cenacolo di autori di gialli della scuola milanese, tra cui, ad esempio, Andrea G. Pinketts. Ha collaborato con numerose case editrici, scoprendo scrittori esordienti; nella sua libreria ha presentato autori famosissimi provenienti da ogni parte del mondo. In prima fila nell’organizzazione di numerosi premi letterari tra cui il più importante nel panorama giallistico italiano, il Premio Scerbanenco, che si tiene ogni anno nell’ambito del Noirfest di Courmayeur e premia il miglior giallo italiano edito nell’anno. Attualmente è direttrice editoriale della casa editrice Todaro di Lugano. Nel 2004 assieme a Giorgio Faletti, Carlo Lucarelli, Marcello Fois e altri autori e cultori del giallo fonda l’associazione culturale Giallo & co., di cui è vicepresidente.

 A e G:  Tecla, grazie per la tua disponibilità. Abbiamo svolto quest’intervista in tandem, io, Amneris Di Cesare per il F.I.A.E (Forum Indipendente Autori Esordienti) e Gianfranco Maccaglia per il sito di scrittura e scritture TuttiScrittori.it, dividendo le domande in due argomenti: l’editing e Sherlockiana Libreria del Giallo. Le domande saranno contrassegnate da A e G a indicare i due differenti interlocutori. Nutriamo tantissime curiosità, in merito alla tua persona e alla storia della tua battaglia per la Sherlockiana, che ha appassionato tutti coloro che amano leggere e che aspirano a scrivere ma non solo, e per la tua figura professionale: l’editor. Vorremmo iniziare da questo, dalla professione di editor:

1: A:  Chi è l’editor? Puoi definirne a grandi linee i tratti, i contorni, il perimetro esatto?

R.1 – Posso dirvi chi penso dovrebbe essere l’editor, non chi è. Una persona con buone capacità linguistiche, conoscenza della lingua italiana, qualche migliaio di pagine di lettura alle spalle – anche di “Classici” –  e che, possibilmente, non abbia velleità di scrittura. Contorni e perimetro sono difficilmente tracciabili; variano da scrittore a scrittore con il quale si lavora. Certamente è necessario dimenticare il proprio gusto personale e non voler imporre le proprie idee, ma motivare ogni obiezione/correzione. Non intervenire, ma suggerire.

2. A: A chi volesse intraprendere la carriera dell’editor, cosa consiglieresti? Esistono requisiti specifici che gli aspiranti editor devono avere  per poter trovare spazio in ambito editoriale? Come si diventa editor? E’ necessario effettuare corsi, avere una laurea o un determinato percorso di studi classici?

R. 2 – Credo che nella risposta alla precedente domanda ci sia già quasi tutto. Non so se esistano corsi per diventare editor e, francamente, spero di no. Per essere più precisa, penso che un corso per editor potrebbe, se esiste, servire per “affinarsi” tecnicamente, questo sì, ma un corso per imparare, non capisco come possa essere possibile. Chi insegnerebbe? non mi risulta ci sia una grande tradizione da queste parti. Credo che servano solo l’esperienza e una certa dose di elasticità. Come si diventa editor in Italia è davvero un grande mistero.

3. A: come Fiae ci occupiamo di “lettura critica”, leggiamo i testi proposti dagli altri e commentiamo spesso evidenziando le ridondanze, o le involuzioni di passaggi e periodi, tacitamente tutti d’accordo che “ambasciator non porta pena”. Ma tra di noi spesso ci sono state discussioni anche accese sul “fare editing” e sulla liceità di quest’intervento, più o meno invasivo, sui testi scritti da altri. Editing significa: riscrivere il testo di un autore, intervenendo sullo stile e sull’intreccio, o semplicemente evidenziare passaggi non chiari o poco incisivi e proporre eventuali cambiamenti? Vuoi darci la tua personale visione ed esperienza del “fare editing” e anche quella sul “non fare un editing corretto”?

R. 3 – Non si deve “fare” editing, lo trovo terribile. Bisogna suggerire e lavorare con l’autore. Vi racconto come faccio io.  Come prima cosa leggo solo su carta e con una penna verde in mano. Mi ci vogliono fra le 20 e le 25 ore per leggere un dattiloscritto di lunghezza media. Segno tutto: errori, incongruenze, suggerimenti, ripetizioni, lungaggini, frasi belle e inutili, e qualsiasi cosa mi suggerisca il testo. Lavoro soprattutto sul ritmo. Fatto questo, incontro lo scrittore e, ognuno con una copia del dattiloscritto, esaminiamo e discutiamo pagina per pagina. Questo giochino dura diverse ore. Dopo di ché l’autore se ne va con i due testi e fa le correzioni del caso.

4. A: Un autore può sentirsi sminuito, nella propria capacità creativa, dopo un intervento di editing “robusto”, in quanto il testo scritto dopo l’intrusione seppur professionale di un estraneo in qualche modo fuorvia o svilisce l’atto creativo dell’autore e la sua immediatezza, la sua sincerità espressiva?

R. 4 – DEVE sentirsi sminuito, nessuno deve manipolare un testo.

5. A: Che consiglio ti senti di dare  agli aspiranti scrittori e agli esordienti, circa l’editing sui propri testi?

R. 5 – Di difendere il proprio lavoro a meno che l’editor non dimostri la sua ragione e, in ogni caso, pretendere  di lavorarci lui. Stiamo parlando, chiaramente, di interventi sostanziali; l’editor può, anzi, deve sistemare la punteggiatura e alleggerire di qualche aggettivo di troppo.

6. G: Quando si parla di te, è inevitabile identificarti con  Sherlockiana, Libreria del giallo. Aperta nel 1985, qualche anno dopo fu da te rilevata; in poco tempo hai saputo farne un punto di riferimento per gli amanti del giallo e dell’avventura ma anche per scrittori e amanti della scrittura in genere. Le mura della tua libreria hanno visto avvicendarsi grandi scrittori come Jeffrey Deaver, Carlo Lucarelli, Andrea G. Pinketts, tutti da te ospitati come se fossero a casa loro. Ti sei battuta contro il comune di Milano affinché questo piccolo angolo di cultura non fosse schiacciato dai meccanismi del mercato immobiliare che vuole sempre più banche e agenzie di servizi al posto di negozi al dettaglio e passeggio per le vie cittadine, strappando persino la promessa di un affitto equo che invece non è stata mai rispettata. Sei stata quindi costretta a prendere una decisione dolorosa e drastica. All’inizio di gennaio, il mondo letterario su internet si è svegliato sotto shock: la tua libreria, dopo tantissime battaglie contro svariati mulini a vento chiuderà a fine Marzo. Tutti i libri in essa contenuti, svenduti su internet. La tua lettera di addio è letteralmente rimbalzata di blog in blog, di magazine su magazine, e persino l’ANSA l’ha pubblicata. Premettendo che sei libera di non rispondere… ti chiedo: dove andrai?

R. 6 – Ecco… non rispondo. 😉 Non lo so ancora bene, non ho avuto tempo di pensarci. So dove non andrò: in un’altra città o cittadina. Vorrei una casa in campagna.

7. G: Quali progetti serbi per il futuro? Quali aspettative, con quale spirito?

R. 7 – Tornare padrona del mio tempo è il primo obiettivo; leggere quello che voglio e non quello che devo; rileggere anche; ascoltare musica; dedicarmi agli amici; pubblicare qualche romazo in più per la Todaro e lavorare con gli autori. Lo spirito? Questa è un’altra cosa alla quale, adesso, non ho tempo di pensare.

8. G: Mi torna sempre in mente un pensiero di Nanni Moretti che riassumo in “le persone splendide sono destinate a rimanere minoranza” Tu, adesso come ti senti? Uno splendido incompreso lupo solitario? E… in caso affermativo, è più necessità o virtù quella di essere diversi, appassionati e… sfortunati?

R. 8 – Mah… nessuna di queste, forse una persona che ha concluso un ciclo e ne inizierà, con entusiasmo, un altro con più calma.

9. G: Le vendite dei libri di Sherlockiana come stanno andando? Che effetto ti fa questa svendita online?

R. 9 – La vendita ondine non mi fa particolarmente effetto, le decine di persone in libreria invece sì, mi lasciano sensazioni diverse. Da una parte ne sono contenta, dall’altra un poco amareggiata. Se solo un quinto di loro fossero venute prima, forse, dico forse, non sarei arrivata a prendere la decisione di chiudere.

10. G: Nella tua lettera su facebook e sui vari blog hai invitato la gente a fare un ultima visita a Sherlockiana e a darti un saluto di persona. In quanti  e come hanno accolto il tuo invito?

R. 10 – Tantissimi e li ringrazio dal profondo del cuore. C’è qualcuno che mi manca però.

11. G: Ora è il momento dell’assurdo. Lasciamelo fare perché tu ci stai togliendo un importante punto di riferimento… e quindi dovrai pagarlo in qualche modo. Con la tua resa incondizionata lasci un vuoto difficilmente colmabile – ecco, vorrei sapere, se dipendesse solo da te e avessi la famosa bacchetta magica: “da cosa e da chi potrebbe essere scongiurato questo addio che odora di definitivo?” Preciso meglio: quante persone e chi vorresti al tuo fianco? in quale luogo? di quanti soldi vorresti poter disporre? se queste tre condizioni fossero pienamente soddisfatte: saresti disposta a ricominciare tutto daccapo?

R. 11 – No, nessuna possibilità, nemmeno nel mondo dell’assurdo. E’ stato tutto troppo doloroso e faticoso.

12. A: Conosco molti appassionati di lettura e libri, che sognano o che stanno proprio meditando di aprire una libreria. Non ti nascondo che spesso anche io ho sognato di aprirne una. Alla luce della tua esperienza e delle tue strenue battaglie, consiglieresti, oggi come oggi, questo tipo di lavoro, business, investimento? E nel caso ancora possa esserci uno spiraglio di luce per questo tipo di attività, che consigli, che suggerimenti, o da cosa ti sentiresti di mettere in guardia un “ visionario” che pensasse di realizzare questo tipo di “sogno”?

R. 12 – Ho solo un consiglio: non fatelo, non è il momento a meno che non lo facciate come hobby e non vi serva per vivere. Da un sogno diventerebbe un incubo. Posso impegnarmi però, se qualche pazzo lo volesse fare, di dargli tutto l’appoggio possibile.

Grazie infinite per la tua disponibilità,

(Amneris Di Cesare e Gianfranco Maccaglia)

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commenti
  1. lauraetlory ha detto:

    Posso dirvi chi penso dovrebbe essere l’editor, non chi è. Una persona con buone capacità linguistiche, conoscenza della lingua italiana, qualche migliaio di pagine di lettura alle spalle – anche di “Classici” – e che, possibilmente, non abbia velleità di scrittura. Contorni e perimetro sono difficilmente tracciabili; variano da scrittore a scrittore con il quale si lavora. Certamente è necessario dimenticare il proprio gusto personale e non voler imporre le proprie idee, ma motivare ogni obiezione/correzione. Non intervenire, ma suggerire.

    Concordo con Tecla che ringrazio per questa intervista (grazie anche agli intervistatori) che mi conferma tutte le cose belle che di lei mi ha sempre detto Bassini, ma aggiungo che spesso editor sono proprio scrittori misconosciuti che aspirano a fare il salto di categoria. Ricordo l’intervista al tg1 dell’autoproclamato piu’ grande editor italiano (non ricordo il nome) che si gloriava del lavoro fatto con Caos Calmo (personalmente avrei editato molto di piu’) e presentava, ovviamente, il suo nuovo romanzo pubblicato da una casa editrice. Ecco, questo conflitto d’interessi mi ha dato da pensare. Come mi ha dato da pensare una editor che si lamentava, su un blog importante, della quantita’ di manoscritti in arrivo e sperava che prima o poi gli autori esordienti scoprissero la capacita’ di autocensurarsi (del tipo: ho scritto una cagata, quindi non la spedisco in giro) per evitarle di dover scorrere le prime tre righe. Obiettai che poteva aver ragione, ma che le case editrici non vivono senza manoscritti. Mi rispose che le case editrici i manoscritti sanno gia’ a chi chiederli. E li’ ho deposto le armi.
    Laura

  2. lauraetlory ha detto:

    Posso dirvi chi penso dovrebbe essere l’editor, non chi è. Una persona con buone capacità linguistiche, conoscenza della lingua italiana, qualche migliaio di pagine di lettura alle spalle – anche di “Classici” – e che, possibilmente, non abbia velleità di scrittura. Contorni e perimetro sono difficilmente tracciabili; variano da scrittore a scrittore con il quale si lavora. Certamente è necessario dimenticare il proprio gusto personale e non voler imporre le proprie idee, ma motivare ogni obiezione/correzione. Non intervenire, ma suggerire.

    Concordo con Tecla che ringrazio per questa intervista (grazie anche agli intervistatori) che mi conferma tutte le cose belle che di lei mi ha sempre detto Bassini, ma aggiungo che spesso editor sono proprio scrittori misconosciuti che aspirano a fare il salto di categoria. Ricordo l’intervista al tg1 dell’autoproclamato piu’ grande editor italiano (non ricordo il nome) che si gloriava del lavoro fatto con Caos Calmo (personalmente avrei editato molto di piu’) e presentava, ovviamente, il suo nuovo romanzo pubblicato da una casa editrice. Ecco, questo conflitto d’interessi mi ha dato da pensare. Come mi ha dato da pensare una editor che si lamentava, su un blog importante, della quantita’ di manoscritti in arrivo e sperava che prima o poi gli autori esordienti scoprissero la capacita’ di autocensurarsi (del tipo: ho scritto una cagata, quindi non la spedisco in giro) per evitarle di dover scorrere le prime tre righe. Obiettai che poteva aver ragione, ma che le case editrici non vivono senza manoscritti. Mi rispose che le case editrici i manoscritti sanno gia’ a chi chiederli. E li’ ho deposto le armi.
    Laura

  3. utente anonimo ha detto:

    Bellissima intervista, sfata alcuni miti, forse lascia un po’ d’amaro in bocca, ma Tecla dice cose che comunque vanno precisate. Isa

  4. LiviaR ha detto:

    Complimenti a Ipa e a Gianfranco per questa intervista: dovremmo collaborare più spesso!

    Avrei molte cose da dire ma sto scrivendo da un portatile con la tastiera bislacca quindi mi limito a una, sperando che per una volta dalle nostre interviste possa scaturire un dibattito… hai visto mai…
    POchi mesi fa Giulio Mozzi mi aveva detto il contrario: per essere un buon editor sarebbe utile essere anche uno scrittore, possibilmente bravo. E aveva anche aggiunto, se non ricordo male, che il suo lavoro di editor lo aiuta quando deve scrivere perchè risparmia lavoro agli editor con cui collabora.

    Quindi mi piacerebbe approfondire con Tecla Dozio, se mai passasse di qua, il motivo per cui lei pensa che un buon editor non dovrebbe avere velleità di scrittura. Non è molto utile, a volte, stare per un po’ dall’altra parte della barricata?

  5. LiviaR ha detto:

    Complimenti a Ipa e a Gianfranco per questa intervista: dovremmo collaborare più spesso!

    Avrei molte cose da dire ma sto scrivendo da un portatile con la tastiera bislacca quindi mi limito a una, sperando che per una volta dalle nostre interviste possa scaturire un dibattito… hai visto mai…
    POchi mesi fa Giulio Mozzi mi aveva detto il contrario: per essere un buon editor sarebbe utile essere anche uno scrittore, possibilmente bravo. E aveva anche aggiunto, se non ricordo male, che il suo lavoro di editor lo aiuta quando deve scrivere perchè risparmia lavoro agli editor con cui collabora.

    Quindi mi piacerebbe approfondire con Tecla Dozio, se mai passasse di qua, il motivo per cui lei pensa che un buon editor non dovrebbe avere velleità di scrittura. Non è molto utile, a volte, stare per un po’ dall’altra parte della barricata?

  6. Ipanema ha detto:

    @Livia, è la stessa cosa che è saltata agli occhi a me, subito dopo aver letto (in anteprima… ehehehe) le risposte di Tecla.

    Perché “possibilmente senza velleità di scrittura” deve essere l’editor?

    Girerò a Tecla e ad altri, queste domande.

    E ancora:

    Che tipo di lettura applica Tecla ai manoscritti?

    a)Lettura trasversale? (Leggere primo capitolo, ultimo, e un breve estratto di quanto è scritto in mezzo)

    b)Lettura integrale del testo? (Dalla prima all’ultima pagina)

    E ci sarebbero altre domande, ma non vorrei farla fuggire via troppo in fretta…

  7. Ipanema ha detto:

    @Livia, è la stessa cosa che è saltata agli occhi a me, subito dopo aver letto (in anteprima… ehehehe) le risposte di Tecla.

    Perché “possibilmente senza velleità di scrittura” deve essere l’editor?

    Girerò a Tecla e ad altri, queste domande.

    E ancora:

    Che tipo di lettura applica Tecla ai manoscritti?

    a)Lettura trasversale? (Leggere primo capitolo, ultimo, e un breve estratto di quanto è scritto in mezzo)

    b)Lettura integrale del testo? (Dalla prima all’ultima pagina)

    E ci sarebbero altre domande, ma non vorrei farla fuggire via troppo in fretta…

  8. tuttiscrittori ha detto:

    io sono eticamente allineato con l’opinione di tecla, ovvero un buon editor deve essere un umile aiutante dell’autore, agire nell’ombra e suggerire… senza velleità di saper meglio scrivere di colui che assiste, al massimo potrebbe saper meglio leggere! altrimenti non sarebbe più un editor ma un mentore, insegnante o maestro che dir si voglia. se abbiamo voglia di affrontare questo argomento, aprendo quindi un dialogo come piacerebbe a Livia, ho delle chicche da mostrarvi. ciao, gianfranco

  9. Ipanema ha detto:

    Gianfranco! Dove vuoi, quando vuoi e come vuoi… ma mostracele! 😀

  10. tuttiscrittori ha detto:

    eccone una— la tyracsrizione di un articolo di Carlo Oliva e Felice Accame =
    Chi ringrazia chi
    Apro il libro che mi è appena arrivato per recensione – il giallo, piuttosto massiccio, di una scrittrice spagnola che non conosco – e trovo, in apertura, i “Ringraziamenti” dell’autrice. Succede: se una volta questo tipo di paratesto era praticamente esclusiva dei saggi accademici, e si capisce, perché era il modo più spiccio con cui i cattedratici che firmavano quelle opere senza averle scritte potevano dar conto del lavoro dei vari assistenti che avevano provveduto materialmente alla bisogna, oggi lo si trova sempre più spesso nei volumi di narrativa. Niente di male, in fondo: ci sono tanti modi per aiutare un romanziere, oltre a quello (che difficilmente verrà riconosciuto per iscritto) di suggerirgli la trama e renderne pubblicamente grazie è cosa buona e corretta. Giusto, quindi, che chi ha ambientato un romanzo in tribunale ringrazi l’amico avvocato che gli ha spiegato i misteri della procedura o che chi si è fatto servire a puntino per tutti i mesi che gli ci sono voluti per arrivare alla fine si dichiari grato a chi premurosamente gli preparava i pasti, gli spazzolava i vestiti e gli spolverava il computer, e il tutto badando sempre a non fare rumore. La nostra scrittrice si attiene a questa lodevole tradizione. Ringrazia il tale che le ha dato una mano nelle traduzioni dal greco e dal latino (si tratterà, dunque, di un giallo colto) e il talaltro che ha verificato i dati storici. Ma, in qualche modo, si capisce che non sono queste le cose che le interessano veramente. A un certo punto lo stile si impenna. “E per ultima, senza che questa posizione in classifica supponga una minore importanza [voglio ringraziare] la mia agente … Antonia K., una persona in cui confido ciecamente”. E poi “non potrei arrivare al termine di questa pagina senza menzionare la mia editor preferita, Carmen F. Dicono che le relazioni più personali di uno scrittore sono con il suo agente e il suo editor. Ebbene, è proprio così”. E via di questo passo per un’altra decina di righe. Ci risiamo, penso. Quella dei ringraziamenti all’editor e all’agente è una moda che, in un certo tipo di narrativa, infuria da un po’. Prima si ringrazia l’editor, nei toni più enfatici che si possano immaginare, e subito dopo l’agente, in termini che lo stesso Oreste si sarebbe vergognato di usare per Pilade e Damone avrebbe considerato eccessivi per Pizia. E ogni volta che mi imbatto in quelle espressioni mielose, che volete che vi dica, su di me cala una cappa del più nero sconforto. Vedete, l’editor, per chi non lo sapesse, è il funzionario (o il dirigente) della casa editrice che ha l’incarico di rivedere le bucce al manoscritto o – nel caso degli scrittori più importanti – di assisterli in fase di stesura. Perché un autore dovrebbe dichiararsi grato a una figura del genere è cosa che, francamente, supera le mie facoltà di comprensione. Un buon collaboratore, certo, fa comodo a tutti: oltre che a mettere a posto gli apostrofi e le virgolette, che sono cose cui gli scrittori, anche bravi, in genere badano poco, può individuare in anticipo inesattezze e punti deboli, può suggerire dei miglioramenti, può impedirti di far scivolare nella tua prosa, come capita a tutti, una volta o l’altra, qualche immane cazzata. Ma è fin troppo ovvio che nessuno di questi concetti – inesattezze, punti deboli, miglioramenti, cazzate – ha un valore assoluto: dipende tutto dai criteri e dai punti di vista da cui si parte. Quello che per uno è uno scempio, per un altro può essere una trovata sublime. Un editor strenuamente convinto della necessità del lieto fine non avrebbe mai fatto passare a Sofocle l’Edipo re e un assertore a ogni costo della plausibilità della trama avrebbe esitato parecchio a concedere il “visto si stampi” all’Orlando furioso. E se questi esempi vi paiono eccessivi, ci sono sempre quelli – storicamente accreditati – di Vittorini che rifiutò Il gattopardo per la Mondadori, perché non era conforme al modello di romanzo che aveva in mente lui, o di Calvino che, per certi puntigli di ordine ideologico, sbarrò le porte della Einaudi alla Vita agra di Luciano Bianciardi (e prima ancora, se non mi confondo con Cesare Pavese, al Se questo è un uomo di Primo Levi). D’accordo. Quelli erano importanti scrittori in proprio che combattevano, in un certo senso, per le proprie idee. Ma oggi la situazione è diversa. Quando quel delicato incarico è affidato non a uno scrittore, ma a un onesto professionista dell’editoria, è difficile che i suoi obiettivi siano molto diversi da quello di assicurare la vendibilità del prodotto. Che è un argomento serio, figuriamoci, perché un libro invendibile serve a poco, ma non è precisamente esaltante dal punto di vista della libertà creativa. Vendibilità significa spesso adeguamento alle mode, rinuncia alla propria originalità, sottomissione agli idola della tribù e del mercato. L’editor, in buona sostanza, è colui che, nel processo della scrittura, si forza di renderti quanto più possibile diverso da te stesso, che ti impone delle ragioni che, a prescindere dal loro fondamento, sono comunque diverse dalle tue. E l’agente, il professionista che, per conto degli scrittori, si occupa degli aspetti commerciali del loro lavoro, non avrà una funziona molto diversa. Lui non dipende dagli editori, ma tratta con loro ed è pagato a percentuale sui libri venduti: l’idea di un’opera dal sommo valore stilistico e ideologico e di scarso smercio in libreria non deve allettarlo particolarmente. Insomma, nel migliore dei casi la necessità di trattare con figure professionali del genere dovrebbe essere considerata, dagli autori, un male necessario. Nel peggiore è una insopportabile imposizione. Personalmente, ho sempre ammirato, tra gli scrittori che conosco, quei pochi che, a costo di restare inediti per tot anni, non hanno mai permesso a nessuno di mettere mano alle loro cose (uno, potrà sembrarvi strano se lo conoscete solo superficialmente, è il buon Andrea G. Pinketts). Ma gli altri, con maggiore o minore entusiasmo, si adattano. Nella società globale del mercato, fanno la loro scelta e avranno, naturalmente, i loro buoni motivi. Sì, ma non è obbligatorio mostrarsi entusiasti. A me quei “ringraziamenti” danno l’impressione di una forma di piaggeria particolarmente sgradevole, come quella di chi tra libertà e profitto ha scelto decisamente il profitto e sa che a chi può decidere in merito è bene lisciare un po’ il pelo. Fatti loro, naturalmente, e poi la presenza di quei testi può anche avere i suoi lati buoni. Io, per esempio, che in certi periodi ricevo più libri di quanti riesca materialmente a leggere e devo per forza fare una selezione, quando ne trovo uno in apertura (o in chiusura) chiudo il volume e non lo riapro più. Rischio di perdermi, certo, chissà quale capolavoro, ma criterio bisogna ben adottarlo e quello non mi sembra peggiore di tanti altri. Chi deve acquistare il volume in libreria ha qualche problema in più. Ma provate anche voi, quando il libro non è cellofanato e i commessi non sono troppo fiscali, a dare una occhiata preliminare. Vi risparmierete, credetemi, parecchi bidoni.

  11. tuttiscrittori ha detto:

    eccone una— la tyracsrizione di un articolo di Carlo Oliva e Felice Accame =
    Chi ringrazia chi
    Apro il libro che mi è appena arrivato per recensione – il giallo, piuttosto massiccio, di una scrittrice spagnola che non conosco – e trovo, in apertura, i “Ringraziamenti” dell’autrice. Succede: se una volta questo tipo di paratesto era praticamente esclusiva dei saggi accademici, e si capisce, perché era il modo più spiccio con cui i cattedratici che firmavano quelle opere senza averle scritte potevano dar conto del lavoro dei vari assistenti che avevano provveduto materialmente alla bisogna, oggi lo si trova sempre più spesso nei volumi di narrativa. Niente di male, in fondo: ci sono tanti modi per aiutare un romanziere, oltre a quello (che difficilmente verrà riconosciuto per iscritto) di suggerirgli la trama e renderne pubblicamente grazie è cosa buona e corretta. Giusto, quindi, che chi ha ambientato un romanzo in tribunale ringrazi l’amico avvocato che gli ha spiegato i misteri della procedura o che chi si è fatto servire a puntino per tutti i mesi che gli ci sono voluti per arrivare alla fine si dichiari grato a chi premurosamente gli preparava i pasti, gli spazzolava i vestiti e gli spolverava il computer, e il tutto badando sempre a non fare rumore. La nostra scrittrice si attiene a questa lodevole tradizione. Ringrazia il tale che le ha dato una mano nelle traduzioni dal greco e dal latino (si tratterà, dunque, di un giallo colto) e il talaltro che ha verificato i dati storici. Ma, in qualche modo, si capisce che non sono queste le cose che le interessano veramente. A un certo punto lo stile si impenna. “E per ultima, senza che questa posizione in classifica supponga una minore importanza [voglio ringraziare] la mia agente … Antonia K., una persona in cui confido ciecamente”. E poi “non potrei arrivare al termine di questa pagina senza menzionare la mia editor preferita, Carmen F. Dicono che le relazioni più personali di uno scrittore sono con il suo agente e il suo editor. Ebbene, è proprio così”. E via di questo passo per un’altra decina di righe. Ci risiamo, penso. Quella dei ringraziamenti all’editor e all’agente è una moda che, in un certo tipo di narrativa, infuria da un po’. Prima si ringrazia l’editor, nei toni più enfatici che si possano immaginare, e subito dopo l’agente, in termini che lo stesso Oreste si sarebbe vergognato di usare per Pilade e Damone avrebbe considerato eccessivi per Pizia. E ogni volta che mi imbatto in quelle espressioni mielose, che volete che vi dica, su di me cala una cappa del più nero sconforto. Vedete, l’editor, per chi non lo sapesse, è il funzionario (o il dirigente) della casa editrice che ha l’incarico di rivedere le bucce al manoscritto o – nel caso degli scrittori più importanti – di assisterli in fase di stesura. Perché un autore dovrebbe dichiararsi grato a una figura del genere è cosa che, francamente, supera le mie facoltà di comprensione. Un buon collaboratore, certo, fa comodo a tutti: oltre che a mettere a posto gli apostrofi e le virgolette, che sono cose cui gli scrittori, anche bravi, in genere badano poco, può individuare in anticipo inesattezze e punti deboli, può suggerire dei miglioramenti, può impedirti di far scivolare nella tua prosa, come capita a tutti, una volta o l’altra, qualche immane cazzata. Ma è fin troppo ovvio che nessuno di questi concetti – inesattezze, punti deboli, miglioramenti, cazzate – ha un valore assoluto: dipende tutto dai criteri e dai punti di vista da cui si parte. Quello che per uno è uno scempio, per un altro può essere una trovata sublime. Un editor strenuamente convinto della necessità del lieto fine non avrebbe mai fatto passare a Sofocle l’Edipo re e un assertore a ogni costo della plausibilità della trama avrebbe esitato parecchio a concedere il “visto si stampi” all’Orlando furioso. E se questi esempi vi paiono eccessivi, ci sono sempre quelli – storicamente accreditati – di Vittorini che rifiutò Il gattopardo per la Mondadori, perché non era conforme al modello di romanzo che aveva in mente lui, o di Calvino che, per certi puntigli di ordine ideologico, sbarrò le porte della Einaudi alla Vita agra di Luciano Bianciardi (e prima ancora, se non mi confondo con Cesare Pavese, al Se questo è un uomo di Primo Levi). D’accordo. Quelli erano importanti scrittori in proprio che combattevano, in un certo senso, per le proprie idee. Ma oggi la situazione è diversa. Quando quel delicato incarico è affidato non a uno scrittore, ma a un onesto professionista dell’editoria, è difficile che i suoi obiettivi siano molto diversi da quello di assicurare la vendibilità del prodotto. Che è un argomento serio, figuriamoci, perché un libro invendibile serve a poco, ma non è precisamente esaltante dal punto di vista della libertà creativa. Vendibilità significa spesso adeguamento alle mode, rinuncia alla propria originalità, sottomissione agli idola della tribù e del mercato. L’editor, in buona sostanza, è colui che, nel processo della scrittura, si forza di renderti quanto più possibile diverso da te stesso, che ti impone delle ragioni che, a prescindere dal loro fondamento, sono comunque diverse dalle tue. E l’agente, il professionista che, per conto degli scrittori, si occupa degli aspetti commerciali del loro lavoro, non avrà una funziona molto diversa. Lui non dipende dagli editori, ma tratta con loro ed è pagato a percentuale sui libri venduti: l’idea di un’opera dal sommo valore stilistico e ideologico e di scarso smercio in libreria non deve allettarlo particolarmente. Insomma, nel migliore dei casi la necessità di trattare con figure professionali del genere dovrebbe essere considerata, dagli autori, un male necessario. Nel peggiore è una insopportabile imposizione. Personalmente, ho sempre ammirato, tra gli scrittori che conosco, quei pochi che, a costo di restare inediti per tot anni, non hanno mai permesso a nessuno di mettere mano alle loro cose (uno, potrà sembrarvi strano se lo conoscete solo superficialmente, è il buon Andrea G. Pinketts). Ma gli altri, con maggiore o minore entusiasmo, si adattano. Nella società globale del mercato, fanno la loro scelta e avranno, naturalmente, i loro buoni motivi. Sì, ma non è obbligatorio mostrarsi entusiasti. A me quei “ringraziamenti” danno l’impressione di una forma di piaggeria particolarmente sgradevole, come quella di chi tra libertà e profitto ha scelto decisamente il profitto e sa che a chi può decidere in merito è bene lisciare un po’ il pelo. Fatti loro, naturalmente, e poi la presenza di quei testi può anche avere i suoi lati buoni. Io, per esempio, che in certi periodi ricevo più libri di quanti riesca materialmente a leggere e devo per forza fare una selezione, quando ne trovo uno in apertura (o in chiusura) chiudo il volume e non lo riapro più. Rischio di perdermi, certo, chissà quale capolavoro, ma criterio bisogna ben adottarlo e quello non mi sembra peggiore di tanti altri. Chi deve acquistare il volume in libreria ha qualche problema in più. Ma provate anche voi, quando il libro non è cellofanato e i commessi non sono troppo fiscali, a dare una occhiata preliminare. Vi risparmierete, credetemi, parecchi bidoni.

  12. utente anonimo ha detto:

    Io penso che un buon editing funzioni un po’ come una buona traduzione: va bene se non forza il testo, lo rispetta ed è in grado di conservarne intatti i principi di base. Se contravviene a questi canoni c’è qualcosa che non va. Isa

  13. Ipanema ha detto:

    Ahahah… intressantissima la nota che ha citato Gianfranco/tuttiscrittori!
    Molto interessante… meditate, ragazzi! Mai post fazioni con ringraziamenti, soprattutto mai post (o pre)-fazioni con ringraziamenti all’editor! 😀

  14. Ipanema ha detto:

    Ahahah… intressantissima la nota che ha citato Gianfranco/tuttiscrittori!
    Molto interessante… meditate, ragazzi! Mai post fazioni con ringraziamenti, soprattutto mai post (o pre)-fazioni con ringraziamenti all’editor! 😀

  15. utente anonimo ha detto:

    Bah bih e anche buh.
    Per me ci sono delle grandi cavolate, con tutto il rispetto per Oliva e Accame, ma trovo certi passaggi di una superficialità paurosa.
    Livia

  16. utente anonimo ha detto:

    Bah bih e anche buh.
    Per me ci sono delle grandi cavolate, con tutto il rispetto per Oliva e Accame, ma trovo certi passaggi di una superficialità paurosa.
    Livia

  17. LiviaR ha detto:

    “Vedete, l’editor, per chi non lo sapesse, è il funzionario (o il dirigente) della casa editrice che ha l’incarico di rivedere le bucce al manoscritto o – nel caso degli scrittori più importanti – di assisterli in fase di stesura. Perché un autore dovrebbe dichiararsi grato a una figura del genere è cosa che, francamente, supera le mie facoltà di comprensione.”
    Questa frase è un po’ come dire “Il dentista è quel sadico che ti infila in bocca trapani, ferri acuminati e siringhe, il più delle volte facendoti un male cane, a volte arrivando persino a strapparti un dente, ossia una parte del tuo corpo che non ricrescerà mai più!”
    Allora anch’io dico: “Perché un poveraccio dovrebbe dichiararsi grato a una figura del genere è cosa che, francamente, supera le mie facoltà di comprensione.”
    Io auguro a Oliva e socio di non avere mai una carie.
    Secondo loro l’editor è quello che: “oltre che a mettere a posto gli apostrofi e le virgolette, (…) può individuare in anticipo inesattezze e punti deboli, può suggerire dei miglioramenti, può impedirti di far scivolare nella tua prosa, come capita a tutti, una volta o l’altra, qualche immane cazzata.”
    Grazie mille! Poi continua:”Ma è fin troppo ovvio che nessuno di questi concetti – inesattezze, punti deboli, miglioramenti, cazzate – ha un valore assoluto: dipende tutto dai criteri e dai punti di vista da cui si parte.”
    Punti di vista? Nella mia brevissima carriera di editor dilettante ho visto cose che voi umani…
    Tipo un tizio che rapisce un bambino e lo trasporta nel suo covo dentro UN CAMION PIENO DI SURGELATI, PROPRIO DENTRO AL CONGELATORE ACCESO, IN MEZZO AI GHIACCIOLI… Certo se voleva chiedere il riscatto a Capitan Findus poteva starci, io mi sono sentita in dovere di fargli mettere il povero bimbo in mezzo a più confortevoli panettoni (in modo da concedergli che il logo sulla fiancata del camion rimanesse il sua amato “Motta”, poi ditemi che non ho rispettato le volontà del mio genio in erba – nel senso che doveva averne fumata parecchia prima di scrivere quella scena).
    Oppure ho letto di un omicidio mascherato da suicidio in cui i poliziotti erano tanto pirla da non accorgersi che il suicida non solo l’aveva fatta finita dandosi una quarantina di coltellate – tra cui alcune alla schiena – ma prima di compiere l’estremo gesto, si era anche preso a cazzotti DA SOLO! Quando ho segnalato questa cosa all’autore mi ha risposto: “Ma tanto i poliziotti nella realtà non fanno mica indagini approfondite come in CSI!”. Va be’, ma… sti cavoli!

    “L’editor, in buona sostanza, è colui che, nel processo della scrittura, si forza di renderti quanto più possibile diverso da te stesso, che ti impone delle ragioni che, a prescindere dal loro fondamento, sono comunque diverse dalle tue.”
    Bah, non è che io abbia bazzicato stormi e branchi di editor, sicuramente c’è quello che ti dice “O scrivi così o non verrai pubblicato”, ma che questo sia il metodo del cento percento degli editor, a me non risulta. L’intervista con Tecla Dozio è qui come esempio. Giulio Mozzi è un altro.
    Ma se vogliamo fare di tutta l’erba un fascio… (ops, qua si sta parlando di scrittura o di droghe leggere?)

    Vado a laurà, che sarebbe ora. Scusatemi l’intervento troppo “di pancia” e poco completo, ma è il massimo che posso fare.
    Per ora [risata satanica in sottofondo].

    Se gli scrittori provassero a fare un po’ di editing ad altri scrittori, forse si renderebbero di quando siamo assurdamente permalosi e attaccati a delle vere e proprie boiate, giusto perchè sono LE NOSTRE boiate.
    E’ tenerissimo, per carità. Però…

  18. LiviaR ha detto:

    “Vedete, l’editor, per chi non lo sapesse, è il funzionario (o il dirigente) della casa editrice che ha l’incarico di rivedere le bucce al manoscritto o – nel caso degli scrittori più importanti – di assisterli in fase di stesura. Perché un autore dovrebbe dichiararsi grato a una figura del genere è cosa che, francamente, supera le mie facoltà di comprensione.”
    Questa frase è un po’ come dire “Il dentista è quel sadico che ti infila in bocca trapani, ferri acuminati e siringhe, il più delle volte facendoti un male cane, a volte arrivando persino a strapparti un dente, ossia una parte del tuo corpo che non ricrescerà mai più!”
    Allora anch’io dico: “Perché un poveraccio dovrebbe dichiararsi grato a una figura del genere è cosa che, francamente, supera le mie facoltà di comprensione.”
    Io auguro a Oliva e socio di non avere mai una carie.
    Secondo loro l’editor è quello che: “oltre che a mettere a posto gli apostrofi e le virgolette, (…) può individuare in anticipo inesattezze e punti deboli, può suggerire dei miglioramenti, può impedirti di far scivolare nella tua prosa, come capita a tutti, una volta o l’altra, qualche immane cazzata.”
    Grazie mille! Poi continua:”Ma è fin troppo ovvio che nessuno di questi concetti – inesattezze, punti deboli, miglioramenti, cazzate – ha un valore assoluto: dipende tutto dai criteri e dai punti di vista da cui si parte.”
    Punti di vista? Nella mia brevissima carriera di editor dilettante ho visto cose che voi umani…
    Tipo un tizio che rapisce un bambino e lo trasporta nel suo covo dentro UN CAMION PIENO DI SURGELATI, PROPRIO DENTRO AL CONGELATORE ACCESO, IN MEZZO AI GHIACCIOLI… Certo se voleva chiedere il riscatto a Capitan Findus poteva starci, io mi sono sentita in dovere di fargli mettere il povero bimbo in mezzo a più confortevoli panettoni (in modo da concedergli che il logo sulla fiancata del camion rimanesse il sua amato “Motta”, poi ditemi che non ho rispettato le volontà del mio genio in erba – nel senso che doveva averne fumata parecchia prima di scrivere quella scena).
    Oppure ho letto di un omicidio mascherato da suicidio in cui i poliziotti erano tanto pirla da non accorgersi che il suicida non solo l’aveva fatta finita dandosi una quarantina di coltellate – tra cui alcune alla schiena – ma prima di compiere l’estremo gesto, si era anche preso a cazzotti DA SOLO! Quando ho segnalato questa cosa all’autore mi ha risposto: “Ma tanto i poliziotti nella realtà non fanno mica indagini approfondite come in CSI!”. Va be’, ma… sti cavoli!

    “L’editor, in buona sostanza, è colui che, nel processo della scrittura, si forza di renderti quanto più possibile diverso da te stesso, che ti impone delle ragioni che, a prescindere dal loro fondamento, sono comunque diverse dalle tue.”
    Bah, non è che io abbia bazzicato stormi e branchi di editor, sicuramente c’è quello che ti dice “O scrivi così o non verrai pubblicato”, ma che questo sia il metodo del cento percento degli editor, a me non risulta. L’intervista con Tecla Dozio è qui come esempio. Giulio Mozzi è un altro.
    Ma se vogliamo fare di tutta l’erba un fascio… (ops, qua si sta parlando di scrittura o di droghe leggere?)

    Vado a laurà, che sarebbe ora. Scusatemi l’intervento troppo “di pancia” e poco completo, ma è il massimo che posso fare.
    Per ora [risata satanica in sottofondo].

    Se gli scrittori provassero a fare un po’ di editing ad altri scrittori, forse si renderebbero di quando siamo assurdamente permalosi e attaccati a delle vere e proprie boiate, giusto perchè sono LE NOSTRE boiate.
    E’ tenerissimo, per carità. Però…

  19. utente anonimo ha detto:

    Bella intervista ragazzi! 🙂

    Quanto alla trascrizione, mi viene da ridere: posto che nel proprio libro uno rigrazia chi cavolo gli pare e ci mncherebbe pure che qualcuno avesse qualcosa da ridire, io in quell’intervento ci vedo solo la boria di certi scrittori che si setono arrivati. Perché l’editor non è solo l’impiegato della casa editrice, è una persona con cui si instaura un rapporto particolare e, per chi ha l’umiltà che molti non hanno, è una persona che ti insegna un sacco di sfumature che non sospettavi avessi bisogno di imparare finché non ci pesti il naso 😉

    Quanto a “Vittorini che rifiutò Il Gattopardo per la Mondadori, perché non era conforme al modello di romanzo che aveva in mente lui”, beh, dire che la storia di quel romanzo parla da sè in merito a chi avesse ragione (con tutto che io non sono mai riuscita ad andare oltre le 10 pagine del Gattopardo, ma son gusti. E appunto, l’editor che impone il proprio gusto è un pessimo editor).

    Marina

  20. utente anonimo ha detto:

    Bella intervista ragazzi! 🙂

    Quanto alla trascrizione, mi viene da ridere: posto che nel proprio libro uno rigrazia chi cavolo gli pare e ci mncherebbe pure che qualcuno avesse qualcosa da ridire, io in quell’intervento ci vedo solo la boria di certi scrittori che si setono arrivati. Perché l’editor non è solo l’impiegato della casa editrice, è una persona con cui si instaura un rapporto particolare e, per chi ha l’umiltà che molti non hanno, è una persona che ti insegna un sacco di sfumature che non sospettavi avessi bisogno di imparare finché non ci pesti il naso 😉

    Quanto a “Vittorini che rifiutò Il Gattopardo per la Mondadori, perché non era conforme al modello di romanzo che aveva in mente lui”, beh, dire che la storia di quel romanzo parla da sè in merito a chi avesse ragione (con tutto che io non sono mai riuscita ad andare oltre le 10 pagine del Gattopardo, ma son gusti. E appunto, l’editor che impone il proprio gusto è un pessimo editor).

    Marina

  21. LiviaR ha detto:

    “Io, per esempio, che in certi periodi ricevo più libri di quanti riesca materialmente a leggere e devo per forza fare una selezione, quando ne trovo uno [ringraziamento a editor & C.] in apertura (o in chiusura) chiudo il volume e non lo riapro più. Rischio di perdermi, certo, chissà quale capolavoro, ma un criterio bisogna ben adottarlo e quello non mi sembra peggiore di tanti altri”

    Vero, ci sono criteri molto più superficiali tipo “Non leggo questo libro perché le iniziali dell’autore sono due consonanti”. Oppure: “perché ha troppo azzurro in copertina e quest’anno va il viola”. O “Perché stanotte ho sognato il mio defunto pesce rosso che faceva no no no con la pinna caudale”… ognuno è libero di andar dietro alle sue fisime.
    Certo un’occhiatina all’incipit e a qualche pagina a caso giusto per rendersi conto se c’è scritto “La vittima era furba ma l’assassino era più meglio”, o “Tizio disse –Ti amo, Caia rispose – Ti amo anch’io, così Tizio sussurrò che lui di più e Caia ribadì che no no no di più lei!”… forse, dico forse, è un metodo altrettanto rapido per gettare le banalità nel cestino senza rischiare di perdersi i famosi capolavori.
    Anche perché, come sa ogni persona che legge manoscritti, di libri pubblicabili ce n’è uno (forse) su mille. Di capolavori, ce ne sarà uno su ogni diecimila libri pubblicati. Rischiare di cestinarlo solo perché un novello Virgilio è stato tanto corretto da ringraziare chi, mentre lui componeva i sui versi immortali, controllava se Enea indossava o meno il gonnellino di paglia, sarebbe peccato, no?

    Sì sì, più leggo questo articolo più me ne convinco: invertire i ruoli potrebbe essere non solo utile, ma indispensabile. Ogni autore dovrebbe rendersi conto di quanto siamo attaccati ai nuostri schcarrafoni. È sacrosanto difendere le nostre idee e la nostra arte, ma una sbirciatina allo specchio e un bagnetto d’umiltà sono altrettanto doverosi. Verso la nostra arte, mica verso l’editor.
    Poi è ovvio che l’editor troppo invadente è da tenere a distanza con l’aglio e i crocefissi, ma questo vale per TUTTE le persone invadenti, dalla parrucchiera che ti vede bene con il taglio alla Brigitte Nielsen al tizio che vuole venderti il Folletto a tutti i costi, alla prozia che ti telefona ogni sera per chiederti se hai staccato il gas e perché non ti sposi chè dopo i trenta sei da cassonetto.
    Ed è altrettanto ovvio che debbano esserci consigli e non imposizioni. Io vivrei di pizza, ma se fossi costretta a mangiarla tutte le sere…

    Questa domanda di “Come dovrebbe essere un editor” l’ho fatta a parecchie persone. Non ho mai ottenuto una risposta precisa. Va a finire che l’identikit del mio editor ideale me lo traccio da sola.
    Lo voglio che assomigli un po’ a Roberto Farnesi perché se dobbiamo stare a smarronarci per ore su un ossimoro o un sub plot, mi sembra giusto che almeno l’occhio abbia la sua parte di gratificazione.
    Lo voglio che non mangi aglio e cipolle a colazione perché il naso non debba sentirsi mortificato – c’è già l’ego che subisce le sue batoste.
    In alternativa lo voglio donna perché, qualche volta, le donne sanno essere sincere quando ti fanno un complimento e, qualche volta, sanno essere obiettive nel farti notare un tuo difetto.
    Casomai va bene anche trans, ma tosto/a che sappia tenermi testa/o, simpatico/a che sappia farmi ridere delle mie ingenuità senza avvilirmi, colto/a (le migliaia di pagine di cui parla Tecla Dozio deve leggerle in un anno, non nell’arco della sua carriera. Ecco: non voglio un editor che abbia letto – e legga – meno di me.)
    Poliglotta perché possa mandarmi a fa ‘n bagno in una lingua che non capisco, magari sorridendomi a cinquantaquattro denti.
    Spietato. Non deve dirmi “Stai carina così” come Maria de Filippi o come la commessa che vuole vendermi i jeans taglia 42 anche se indosso la 4… ha ha ha, non ve lo dirò mai!

    Segue

    Forse

  22. LiviaR ha detto:

    “Io, per esempio, che in certi periodi ricevo più libri di quanti riesca materialmente a leggere e devo per forza fare una selezione, quando ne trovo uno [ringraziamento a editor & C.] in apertura (o in chiusura) chiudo il volume e non lo riapro più. Rischio di perdermi, certo, chissà quale capolavoro, ma un criterio bisogna ben adottarlo e quello non mi sembra peggiore di tanti altri”

    Vero, ci sono criteri molto più superficiali tipo “Non leggo questo libro perché le iniziali dell’autore sono due consonanti”. Oppure: “perché ha troppo azzurro in copertina e quest’anno va il viola”. O “Perché stanotte ho sognato il mio defunto pesce rosso che faceva no no no con la pinna caudale”… ognuno è libero di andar dietro alle sue fisime.
    Certo un’occhiatina all’incipit e a qualche pagina a caso giusto per rendersi conto se c’è scritto “La vittima era furba ma l’assassino era più meglio”, o “Tizio disse –Ti amo, Caia rispose – Ti amo anch’io, così Tizio sussurrò che lui di più e Caia ribadì che no no no di più lei!”… forse, dico forse, è un metodo altrettanto rapido per gettare le banalità nel cestino senza rischiare di perdersi i famosi capolavori.
    Anche perché, come sa ogni persona che legge manoscritti, di libri pubblicabili ce n’è uno (forse) su mille. Di capolavori, ce ne sarà uno su ogni diecimila libri pubblicati. Rischiare di cestinarlo solo perché un novello Virgilio è stato tanto corretto da ringraziare chi, mentre lui componeva i sui versi immortali, controllava se Enea indossava o meno il gonnellino di paglia, sarebbe peccato, no?

    Sì sì, più leggo questo articolo più me ne convinco: invertire i ruoli potrebbe essere non solo utile, ma indispensabile. Ogni autore dovrebbe rendersi conto di quanto siamo attaccati ai nuostri schcarrafoni. È sacrosanto difendere le nostre idee e la nostra arte, ma una sbirciatina allo specchio e un bagnetto d’umiltà sono altrettanto doverosi. Verso la nostra arte, mica verso l’editor.
    Poi è ovvio che l’editor troppo invadente è da tenere a distanza con l’aglio e i crocefissi, ma questo vale per TUTTE le persone invadenti, dalla parrucchiera che ti vede bene con il taglio alla Brigitte Nielsen al tizio che vuole venderti il Folletto a tutti i costi, alla prozia che ti telefona ogni sera per chiederti se hai staccato il gas e perché non ti sposi chè dopo i trenta sei da cassonetto.
    Ed è altrettanto ovvio che debbano esserci consigli e non imposizioni. Io vivrei di pizza, ma se fossi costretta a mangiarla tutte le sere…

    Questa domanda di “Come dovrebbe essere un editor” l’ho fatta a parecchie persone. Non ho mai ottenuto una risposta precisa. Va a finire che l’identikit del mio editor ideale me lo traccio da sola.
    Lo voglio che assomigli un po’ a Roberto Farnesi perché se dobbiamo stare a smarronarci per ore su un ossimoro o un sub plot, mi sembra giusto che almeno l’occhio abbia la sua parte di gratificazione.
    Lo voglio che non mangi aglio e cipolle a colazione perché il naso non debba sentirsi mortificato – c’è già l’ego che subisce le sue batoste.
    In alternativa lo voglio donna perché, qualche volta, le donne sanno essere sincere quando ti fanno un complimento e, qualche volta, sanno essere obiettive nel farti notare un tuo difetto.
    Casomai va bene anche trans, ma tosto/a che sappia tenermi testa/o, simpatico/a che sappia farmi ridere delle mie ingenuità senza avvilirmi, colto/a (le migliaia di pagine di cui parla Tecla Dozio deve leggerle in un anno, non nell’arco della sua carriera. Ecco: non voglio un editor che abbia letto – e legga – meno di me.)
    Poliglotta perché possa mandarmi a fa ‘n bagno in una lingua che non capisco, magari sorridendomi a cinquantaquattro denti.
    Spietato. Non deve dirmi “Stai carina così” come Maria de Filippi o come la commessa che vuole vendermi i jeans taglia 42 anche se indosso la 4… ha ha ha, non ve lo dirò mai!

    Segue

    Forse

  23. lauraetlory ha detto:

    Carissima Livia, ho letto queste tue parole: Se gli scrittori provassero a fare un po’ di editing ad altri scrittori, forse si renderebbero di quando siamo assurdamente permalosi e attaccati a delle vere e proprie boiate, giusto perchè sono LE NOSTRE boiate.
    E’ tenerissimo, per carità. Però…

    Mi sono sentita chiamata in causa in quanto scrittrice e da sempre in discussione con la figura dell’editor, indispensabile, presumo, ma alle volte decisamente debordante. Io l’editing ad altri l’ho fatto e mi sono resa conto di quanto sia difficile riuscire a mantenersi obiettivi. A parte i divertenti ed estremi esempi che ci porti (il bambino in ghiacciaia e il suicida con le coltellate sulla schiena), in realta’ uno scrittore vero, uno che ha studiato, si e’ documentato e, soprattutto, scrive da tanti tanti anni e, soprattutto al cubo, legge legge legge da sempre, non incorrera’ in simili contraddizioni e si esprimera’ a modo suo, col suo stile, con le sue convinzioni, con le sue idee. A mio parere il lavoro di editing dovrebbe limitarsi a limare (e’ sempre necessario limare, te lo dice una che quando lima sanguina dal cuore) e ridare ordine a qualche errore di punteggiatura (anche qui e’ da discutere. Remo Bassini usa la punteggiatura come un batterista usa la bacchette, e vagli a dire che non funziona!). NON deve mai intervenire sulla creazione in quanto tale. Il libro deve rimanere dell’autore e quindi non si deve mai indulgere alla correzione perche’ “io l’avrei scritto diverso”. Ho sperimentato quanto sia difficile, ma, come si dice a Roma, se po’ fa’.
    🙂
    Laura

  24. lauraetlory ha detto:

    Carissima Livia, ho letto queste tue parole: Se gli scrittori provassero a fare un po’ di editing ad altri scrittori, forse si renderebbero di quando siamo assurdamente permalosi e attaccati a delle vere e proprie boiate, giusto perchè sono LE NOSTRE boiate.
    E’ tenerissimo, per carità. Però…

    Mi sono sentita chiamata in causa in quanto scrittrice e da sempre in discussione con la figura dell’editor, indispensabile, presumo, ma alle volte decisamente debordante. Io l’editing ad altri l’ho fatto e mi sono resa conto di quanto sia difficile riuscire a mantenersi obiettivi. A parte i divertenti ed estremi esempi che ci porti (il bambino in ghiacciaia e il suicida con le coltellate sulla schiena), in realta’ uno scrittore vero, uno che ha studiato, si e’ documentato e, soprattutto, scrive da tanti tanti anni e, soprattutto al cubo, legge legge legge da sempre, non incorrera’ in simili contraddizioni e si esprimera’ a modo suo, col suo stile, con le sue convinzioni, con le sue idee. A mio parere il lavoro di editing dovrebbe limitarsi a limare (e’ sempre necessario limare, te lo dice una che quando lima sanguina dal cuore) e ridare ordine a qualche errore di punteggiatura (anche qui e’ da discutere. Remo Bassini usa la punteggiatura come un batterista usa la bacchette, e vagli a dire che non funziona!). NON deve mai intervenire sulla creazione in quanto tale. Il libro deve rimanere dell’autore e quindi non si deve mai indulgere alla correzione perche’ “io l’avrei scritto diverso”. Ho sperimentato quanto sia difficile, ma, come si dice a Roma, se po’ fa’.
    🙂
    Laura

  25. tuttiscrittori ha detto:

    emh, Livia… ma non sarà che confondiamo l’editor con il coautore o come addirittura l’ispiratore o il maestro? e non sarà che a volte nel mondo dell’editoria si scambi l’editing (che è indubitabilmente l’operazione che descrive Carlo Oliva) con la “produzione”? a tal proposito ti consiglio di rivederti I PROTAGONISTI di Altman …è Alt_amente istruttivo – un abbraccio e, quando avremo esaurito la prima provocazione, ve ne proporrò un’altra. ciao da gianfranco —
    P.S. spero che la trascrizione di questa trasmissione raiofonica non abbia toccato un’autrice di tua diretta conoscenza, nel caso me ne scuso… però mi sembra evidente che il taglio opinionista giornalistico dell’articolo sia uno strale lanciato spiritosamente contro un certo tipo di mondo abituato ad autoreferenziarsi con frasi pompose e assolutamente fuori lugo e fuori contesto— perché lo hai inteso come un’offesa per i professionisti dell’editor? è una presa in giro di ben altra tensione e portata.

  26. tuttiscrittori ha detto:

    emh, Livia… ma non sarà che confondiamo l’editor con il coautore o come addirittura l’ispiratore o il maestro? e non sarà che a volte nel mondo dell’editoria si scambi l’editing (che è indubitabilmente l’operazione che descrive Carlo Oliva) con la “produzione”? a tal proposito ti consiglio di rivederti I PROTAGONISTI di Altman …è Alt_amente istruttivo – un abbraccio e, quando avremo esaurito la prima provocazione, ve ne proporrò un’altra. ciao da gianfranco —
    P.S. spero che la trascrizione di questa trasmissione raiofonica non abbia toccato un’autrice di tua diretta conoscenza, nel caso me ne scuso… però mi sembra evidente che il taglio opinionista giornalistico dell’articolo sia uno strale lanciato spiritosamente contro un certo tipo di mondo abituato ad autoreferenziarsi con frasi pompose e assolutamente fuori lugo e fuori contesto— perché lo hai inteso come un’offesa per i professionisti dell’editor? è una presa in giro di ben altra tensione e portata.

  27. Ipanema ha detto:

    Livia è una bravissima “editor non professionista” posto che ci sia la possibilità di qualificarsi o di iscriversi all’albo degli editor per poter esercitare questa professione. Per cui quando scrive e descrive come vorrebbe che fosse il suo editor, in realtà descrive come vorrebbe (e posso garantirlo) e come è lei stessa. Schietta, sincera, tosta. E assolutamente distaccata nel giudizio, nei commenti, nell’analisi dei testi che legge e che aiuta a redigere.

    Ci sono molte “leggende metropolitane” sull’editor, e forse, immagino, ogni casa editrice ha una sua tipologia di editor. C’è l’editor che invade lo spazio dello scrittore, dicendogli dopo aver letto il suo romanzo “te lo pubblico solo se lo scrivi in questo modo” (è capitato, a più di un nostro autore Fiae) e c’è l’editor che come Tecla si siede davanti all’autore e parola per parola, discute, analizza, valuta e decide.

    Ecco, mi piacerebbe sapere se il fatto che l’editor “corregge il testo da pubblicare in funzione della sua commerciabilità ” sia una realtà esistente oppure anche questa una leggenda. Un libro è davvero più vendibile se anziché di “incommensurabile” si corregge scrivendo “immenso” e “incalcolabile”?

    Su quanto afferma Laura Costantini, invece ho qualche dubbio: io credo di potermi assolutamente distaccare, nel leggere criticamente, dal mio stile e dal mio modo di intendere la scrittura. Quando leggo, non penso mai “io l’avrei scritto così”, perché la maggior parte delle volte, quello che leggo io non sarei mai stata capace neppure di idearlo, e anzi, se trovo un bel testo, gioisco del regalo inaspettato che ricevo. Mi piace più leggere e lavorare su un testo, che scrivere, lo ammetto. Ma non posso rinunciare a inventarmi qualche “mio mondo” o qualche “mio personaggio” di tanto in tanto… Non potrei rinunciare completamente al piacere di creare una storia tutta a modo mio. Di certo non ho mai provato desiderio alcuno di adattare la storia di qualcun altro al mio modo di scriverla o descriverla.

    Tecla dice che ogni cambiamento va motivato, circostanziato. Cosa davvero molto giusta. E dice anche che ogni autore DEVE sentirsi sminuito di fronte a un editing… e questo riesco invece a comprenderlo a tratti…

    anche io, come per livia…
    segue…

  28. Ipanema ha detto:

    Livia è una bravissima “editor non professionista” posto che ci sia la possibilità di qualificarsi o di iscriversi all’albo degli editor per poter esercitare questa professione. Per cui quando scrive e descrive come vorrebbe che fosse il suo editor, in realtà descrive come vorrebbe (e posso garantirlo) e come è lei stessa. Schietta, sincera, tosta. E assolutamente distaccata nel giudizio, nei commenti, nell’analisi dei testi che legge e che aiuta a redigere.

    Ci sono molte “leggende metropolitane” sull’editor, e forse, immagino, ogni casa editrice ha una sua tipologia di editor. C’è l’editor che invade lo spazio dello scrittore, dicendogli dopo aver letto il suo romanzo “te lo pubblico solo se lo scrivi in questo modo” (è capitato, a più di un nostro autore Fiae) e c’è l’editor che come Tecla si siede davanti all’autore e parola per parola, discute, analizza, valuta e decide.

    Ecco, mi piacerebbe sapere se il fatto che l’editor “corregge il testo da pubblicare in funzione della sua commerciabilità ” sia una realtà esistente oppure anche questa una leggenda. Un libro è davvero più vendibile se anziché di “incommensurabile” si corregge scrivendo “immenso” e “incalcolabile”?

    Su quanto afferma Laura Costantini, invece ho qualche dubbio: io credo di potermi assolutamente distaccare, nel leggere criticamente, dal mio stile e dal mio modo di intendere la scrittura. Quando leggo, non penso mai “io l’avrei scritto così”, perché la maggior parte delle volte, quello che leggo io non sarei mai stata capace neppure di idearlo, e anzi, se trovo un bel testo, gioisco del regalo inaspettato che ricevo. Mi piace più leggere e lavorare su un testo, che scrivere, lo ammetto. Ma non posso rinunciare a inventarmi qualche “mio mondo” o qualche “mio personaggio” di tanto in tanto… Non potrei rinunciare completamente al piacere di creare una storia tutta a modo mio. Di certo non ho mai provato desiderio alcuno di adattare la storia di qualcun altro al mio modo di scriverla o descriverla.

    Tecla dice che ogni cambiamento va motivato, circostanziato. Cosa davvero molto giusta. E dice anche che ogni autore DEVE sentirsi sminuito di fronte a un editing… e questo riesco invece a comprenderlo a tratti…

    anche io, come per livia…
    segue…

  29. tuttiscrittori ha detto:

    dal dizionario Garzanti (2003)

    editing = s. m. invar. – nell’editoria, elaborazione redazionale di un testo; (inform.) elaborazione dei dati ai fini della stampa.

    editor = s. m. invar. – responsabile della pubblicazione di un giornale, una rivista, una collana editoriale e simili.

    Come ben sapete io sono instancabile quando si tratta di fare le pulci… quindi un’esortazione a Livia e Ipa: se stiamo parlando di zucchine (editing) non possiamo parlare di pomodori (scuola di scrittura creativa)

    Insomma non trovo giusto modificare a nostro piacimento il significato né la definizione dei lemmi… una persona definita EDITOR fa un mestiere ben preciso, e lo pratica con un editore che lo paga. Quello che romanticamente pensiamo noi è invece un’altra professione che svolgono o hanno svolto dei maestri: Maraini, Carver, Pasolini e via dicendo. Per cui l’EDITING può essere svolto male bene benissimo o malissimo ma è e rimane un importantissimo ma semplice BOLLINO BLU come nelle fabbriche fanno gli addetti al controllo qualità… di un prodotto, per certificare che risponda agli STANDARD aziendali. :))

  30. tuttiscrittori ha detto:

    dal dizionario Garzanti (2003)

    editing = s. m. invar. – nell’editoria, elaborazione redazionale di un testo; (inform.) elaborazione dei dati ai fini della stampa.

    editor = s. m. invar. – responsabile della pubblicazione di un giornale, una rivista, una collana editoriale e simili.

    Come ben sapete io sono instancabile quando si tratta di fare le pulci… quindi un’esortazione a Livia e Ipa: se stiamo parlando di zucchine (editing) non possiamo parlare di pomodori (scuola di scrittura creativa)

    Insomma non trovo giusto modificare a nostro piacimento il significato né la definizione dei lemmi… una persona definita EDITOR fa un mestiere ben preciso, e lo pratica con un editore che lo paga. Quello che romanticamente pensiamo noi è invece un’altra professione che svolgono o hanno svolto dei maestri: Maraini, Carver, Pasolini e via dicendo. Per cui l’EDITING può essere svolto male bene benissimo o malissimo ma è e rimane un importantissimo ma semplice BOLLINO BLU come nelle fabbriche fanno gli addetti al controllo qualità… di un prodotto, per certificare che risponda agli STANDARD aziendali. :))

  31. LiviaR ha detto:

    Ciao Laura
    Premetto che non volevo chiamare in causa nessuno, se non me stessa, dal momento che questa esperienza l’ho vissuta sulla mia pelle di recente. Ho ricevuto vari appunti su un racconto che ho scritto: sapevo che non fosse il Verbo, ma ritrovarlo costellato di “qui non si capisce” “qui ci sono troppi tuoi giudizi” “qui hai fatto confusione” “Questo è superfluo” eccetera, lì per lì mi ha fatto pensare “Questo si è proprio messo d’impegno a non capire un’OSTREGA di quello che con la mia sublime arte volevo ottenere!”. Stavo per cestinare il file con l’editing, l’ho tenuto solo per rispetto dell’impegno e del tempo che ci ha messo il mio super lettore. Qualche giorno dopo l’ho riletto e ho visto che un paio degli appunti erano corretti. È andata a finire che ne ho rifiutato di sana pianta solo uno. Sul resto ho lavorato, con la mia testa, senza fare un copia incolla del pensiero altrui (a volte sono stata persino più severa del mio “editor” e ho tagliato del tutto frasi che mi aveva suggerito di alleggerire. In effetti, come dice qualcuno, erano solo “seghe”). Credo di avere prodotto un racconto migliore. Sempre lontano da essere il Verbo, ma migliore. Insomma per me la regola è “Pensare con il proprio cervello, guardare con gli occhi degli altri”. Ovviamente questi altri devono essere persone in cui hai fiducia, non un imbrattacarte o un markettaro che ti è stato affibbiato per macinare soldi.
    Ho “lavorato” sia con molti membri del Fiae, sia con qualche scrittore ormai non più esordiente, anzi, proprio “uno che scrive da anni e, soprattutto al cubo, legge legge legge”, ed è proprio lui quello che è incorso nelle contraddizioni di cui ho parlato * :–D Va anche detto che lavorando sui suoi testi e discutendo con lui, accapigliandomi, mandandolo a cagare e ricevendo altrettanto in cambio, ho sia imparato l’80% di quel poco che so di scrittura, sia conosciuto il mio migliore amico. Ho anche fatto qualche bel pianto quando lui ha ricambiato l’editing a me, ed è stato molto salutare. Per non parlare del fatto che mi ha stroncato un racconto che poi ha ricevuto un riconoscimento che mai mi sarei immaginata, così mi sono anche tolta la soddisfazione di fargli “Gne gne gne!”. Insomma, esperienze da non farsi mancare ;–)
    Insomma, è giusto che ognuno agisca in base alla propria esperienza. Tu dici che l’editor dovrebbe limitarsi a limare. Io dico che l’editor dovrebbe evidenziare, stroncare, lodare, discutere, proporre, litigare, pontificare, dirti che quella parola che tu adori fa schifo ai sassi e che sei un imbecille se non la togli, dirti che i tuoi dialoghi sono pesanti come l’impepata di cozze alle sette del mattino se non li asciughi, scriverti e–mail e messaggini pieni di “No no no! Non ucciderlo ti prego!” quando tu sei decisa a toglierti dalle palle quel personaggio così difficile, così odioso, così impegnativo… anche a costo di farti finire in galera perché con queste intercettazioni selvagge, non si sa mai.
    A me piace l’editor–maestro (bravo Gianfranco! Proprio quello intendevo), quello che crede in quello che dice e che suda con te sui tuoi testi sapendo che alla fine probabilmente lascerai quella parola che fa schifo ai sassi e ammazzerai il suo personaggio preferito, ma in fin dei conti hai diritto di camminare con le tue gambe. Ma forse no, forse ci rifletterai su e capirai che potrebbe aver ragione lui e ti farai prendere un po’ per mano, chissà.
    Ovviamente la scelta (se fosse possibile scegliere), andrebbe fatta a monte. Bisognerebbe poter scegliere il proprio editor e designare una persona di cui ti fidi, sia che ti dia una mazzata, sia che ti faccia una carezza. Perché lo scrittore, allo stato brado, tendenzialmente produce una gran quantità di seghe. Soprattutto l’esordiente, ma non solo lui.

    * Un altro esempio a caso? Il famoso (adorabile, geniale, fantasmagorico, generosissimo) Andrea G. Pinketts che per la gioia di Oliva e Accame non permette a nessuno di mettere mano ai suoi scritti. Infatti nel suo “Lazzaro vieni fuori” Pinketts ha scritto: “Anche le amebe partoriscono, però se ne fregano”. Magari se qualcuno avesse messo non dico mano, ma almeno occhio a questa frase, gli avrebbe spiegato che le amebe si riproducono per scissione cellulare, quindi vederne una madida di sudore e tormentata dalle doglie in sala travaglio, sarebbe un evento singolare. Poi grazie al cielo Pinketts si esprime “a modo suo, col suo stile, con le sue convinzioni, con le sue idee”, ma se questo vuol dire potersi permettere tutto perché è licenza poetica… allora siamo autorizzati tutti a mettere tra il nostro nome e cognome anglicizzato una G che sta per “genio”? Mah.
    Questo lo dico pur adorando Pinketts (e le sue amebe, e il suo “Il Trentino l’ho inventato io”) in barba a ogni certezza biologica e geografica :–)

    PS: Ipa… MAGARI! Quello è l’editor che vorrei, e che forse fra cinque milioni di anni potrei sperare di essere. Sigh. Però grazie grazie grazie. E UN ABBRACCIONE.

    Pps: Per fortuna nessuno fa l’editing ai commenti nel blog altrimenti mi toccherebbe piangere da qui all’eternità (ma poi magari scriverei roba più breve, meno pesante e meno incasinata, hehe.

    PPPS: un’intervista del fiae con tutti questi commenti però mi consolerebbe subito :–)))))

    PPPPPPPPPPPS: Gianfranco, ancora ancora ancoraaaaa! (Non oggi però che devo studiare, PLIZ)

  32. LiviaR ha detto:

    Ciao Laura
    Premetto che non volevo chiamare in causa nessuno, se non me stessa, dal momento che questa esperienza l’ho vissuta sulla mia pelle di recente. Ho ricevuto vari appunti su un racconto che ho scritto: sapevo che non fosse il Verbo, ma ritrovarlo costellato di “qui non si capisce” “qui ci sono troppi tuoi giudizi” “qui hai fatto confusione” “Questo è superfluo” eccetera, lì per lì mi ha fatto pensare “Questo si è proprio messo d’impegno a non capire un’OSTREGA di quello che con la mia sublime arte volevo ottenere!”. Stavo per cestinare il file con l’editing, l’ho tenuto solo per rispetto dell’impegno e del tempo che ci ha messo il mio super lettore. Qualche giorno dopo l’ho riletto e ho visto che un paio degli appunti erano corretti. È andata a finire che ne ho rifiutato di sana pianta solo uno. Sul resto ho lavorato, con la mia testa, senza fare un copia incolla del pensiero altrui (a volte sono stata persino più severa del mio “editor” e ho tagliato del tutto frasi che mi aveva suggerito di alleggerire. In effetti, come dice qualcuno, erano solo “seghe”). Credo di avere prodotto un racconto migliore. Sempre lontano da essere il Verbo, ma migliore. Insomma per me la regola è “Pensare con il proprio cervello, guardare con gli occhi degli altri”. Ovviamente questi altri devono essere persone in cui hai fiducia, non un imbrattacarte o un markettaro che ti è stato affibbiato per macinare soldi.
    Ho “lavorato” sia con molti membri del Fiae, sia con qualche scrittore ormai non più esordiente, anzi, proprio “uno che scrive da anni e, soprattutto al cubo, legge legge legge”, ed è proprio lui quello che è incorso nelle contraddizioni di cui ho parlato * :–D Va anche detto che lavorando sui suoi testi e discutendo con lui, accapigliandomi, mandandolo a cagare e ricevendo altrettanto in cambio, ho sia imparato l’80% di quel poco che so di scrittura, sia conosciuto il mio migliore amico. Ho anche fatto qualche bel pianto quando lui ha ricambiato l’editing a me, ed è stato molto salutare. Per non parlare del fatto che mi ha stroncato un racconto che poi ha ricevuto un riconoscimento che mai mi sarei immaginata, così mi sono anche tolta la soddisfazione di fargli “Gne gne gne!”. Insomma, esperienze da non farsi mancare ;–)
    Insomma, è giusto che ognuno agisca in base alla propria esperienza. Tu dici che l’editor dovrebbe limitarsi a limare. Io dico che l’editor dovrebbe evidenziare, stroncare, lodare, discutere, proporre, litigare, pontificare, dirti che quella parola che tu adori fa schifo ai sassi e che sei un imbecille se non la togli, dirti che i tuoi dialoghi sono pesanti come l’impepata di cozze alle sette del mattino se non li asciughi, scriverti e–mail e messaggini pieni di “No no no! Non ucciderlo ti prego!” quando tu sei decisa a toglierti dalle palle quel personaggio così difficile, così odioso, così impegnativo… anche a costo di farti finire in galera perché con queste intercettazioni selvagge, non si sa mai.
    A me piace l’editor–maestro (bravo Gianfranco! Proprio quello intendevo), quello che crede in quello che dice e che suda con te sui tuoi testi sapendo che alla fine probabilmente lascerai quella parola che fa schifo ai sassi e ammazzerai il suo personaggio preferito, ma in fin dei conti hai diritto di camminare con le tue gambe. Ma forse no, forse ci rifletterai su e capirai che potrebbe aver ragione lui e ti farai prendere un po’ per mano, chissà.
    Ovviamente la scelta (se fosse possibile scegliere), andrebbe fatta a monte. Bisognerebbe poter scegliere il proprio editor e designare una persona di cui ti fidi, sia che ti dia una mazzata, sia che ti faccia una carezza. Perché lo scrittore, allo stato brado, tendenzialmente produce una gran quantità di seghe. Soprattutto l’esordiente, ma non solo lui.

    * Un altro esempio a caso? Il famoso (adorabile, geniale, fantasmagorico, generosissimo) Andrea G. Pinketts che per la gioia di Oliva e Accame non permette a nessuno di mettere mano ai suoi scritti. Infatti nel suo “Lazzaro vieni fuori” Pinketts ha scritto: “Anche le amebe partoriscono, però se ne fregano”. Magari se qualcuno avesse messo non dico mano, ma almeno occhio a questa frase, gli avrebbe spiegato che le amebe si riproducono per scissione cellulare, quindi vederne una madida di sudore e tormentata dalle doglie in sala travaglio, sarebbe un evento singolare. Poi grazie al cielo Pinketts si esprime “a modo suo, col suo stile, con le sue convinzioni, con le sue idee”, ma se questo vuol dire potersi permettere tutto perché è licenza poetica… allora siamo autorizzati tutti a mettere tra il nostro nome e cognome anglicizzato una G che sta per “genio”? Mah.
    Questo lo dico pur adorando Pinketts (e le sue amebe, e il suo “Il Trentino l’ho inventato io”) in barba a ogni certezza biologica e geografica :–)

    PS: Ipa… MAGARI! Quello è l’editor che vorrei, e che forse fra cinque milioni di anni potrei sperare di essere. Sigh. Però grazie grazie grazie. E UN ABBRACCIONE.

    Pps: Per fortuna nessuno fa l’editing ai commenti nel blog altrimenti mi toccherebbe piangere da qui all’eternità (ma poi magari scriverei roba più breve, meno pesante e meno incasinata, hehe.

    PPPS: un’intervista del fiae con tutti questi commenti però mi consolerebbe subito :–)))))

    PPPPPPPPPPPS: Gianfranco, ancora ancora ancoraaaaa! (Non oggi però che devo studiare, PLIZ)

  33. LiviaR ha detto:

    “elaborazione redazionale di un testo”
    boh, per me vuol dire tutto e niente.
    Può voler dire correggere le virgole e togliere qualche aggettivo, ma anche proporre di tagli, aggiunte e modifiche molto più sostanziosi.
    E sottolineo PROPORRE, eh!

    E poi, perchè l’editor non può essere anche un po’ maestro? Non nel senso di pozzo di scienza a cui abbeverarsi (i Caver & C.), ma nel senso che tutti abbiamo qualcosa da dire, nel senso che “collaborando si impara”

  34. LiviaR ha detto:

    “elaborazione redazionale di un testo”
    boh, per me vuol dire tutto e niente.
    Può voler dire correggere le virgole e togliere qualche aggettivo, ma anche proporre di tagli, aggiunte e modifiche molto più sostanziosi.
    E sottolineo PROPORRE, eh!

    E poi, perchè l’editor non può essere anche un po’ maestro? Non nel senso di pozzo di scienza a cui abbeverarsi (i Caver & C.), ma nel senso che tutti abbiamo qualcosa da dire, nel senso che “collaborando si impara”

  35. lauraetlory ha detto:

    Livia, però adesso sono curiosa come una scimmia perché uno scrittore che scrive da anni e legge legge legge che metta un bimbo nella ghiacciaia o simuli un suicidio con coltellate alle spalle io VOGLIO conoscerlo. Al confronto le amebe partorienti di Pinketts sono delle dilettanti assolute :-)))

  36. LiviaR ha detto:

    Be’, sono cose che possono capitare quando il resto della trama è monumentale, direi, più che complesso. Secondo me prima o poi ci caschiamo tutti in una cosa del genere, vuoi per stanchezza, vuoi per l’ispirazione che all’ultimo minuto ti tira da un’altra parte.
    Io all’esame di maturità (scientifica), non so perchè ma mi sono incaponita per un quarto d’ora a pensare 4×3=16
    (prima o poi la smetto di essere così autoreferenziale eh, non mi sto esercitando per partecipare a un reality, loggiuro!)

  37. LiviaR ha detto:

    Be’, sono cose che possono capitare quando il resto della trama è monumentale, direi, più che complesso. Secondo me prima o poi ci caschiamo tutti in una cosa del genere, vuoi per stanchezza, vuoi per l’ispirazione che all’ultimo minuto ti tira da un’altra parte.
    Io all’esame di maturità (scientifica), non so perchè ma mi sono incaponita per un quarto d’ora a pensare 4×3=16
    (prima o poi la smetto di essere così autoreferenziale eh, non mi sto esercitando per partecipare a un reality, loggiuro!)

  38. Ipanema ha detto:

    ehi… mi ci vorranno settimane per leggere tutto! Cavoli!
    Però ragazze (Livia e Laura) siete fortissime…
    anzi, Livia… non è che vorresti intervistare Laura (magari insieme alla sua alter-ego letteraria Loredana) per caso? Sono sicura ne che ne uscirebbe una delle tue splendide interviste…

    p.s.: Laura, per le “referenze su Livia”, ti suggerisco le sue interviste (quelle individuali, non quelle fatte con la sottoscritta) (tag interviste, LiviaR)…
    Ciaoooooo

  39. Ipanema ha detto:

    ehi… mi ci vorranno settimane per leggere tutto! Cavoli!
    Però ragazze (Livia e Laura) siete fortissime…
    anzi, Livia… non è che vorresti intervistare Laura (magari insieme alla sua alter-ego letteraria Loredana) per caso? Sono sicura ne che ne uscirebbe una delle tue splendide interviste…

    p.s.: Laura, per le “referenze su Livia”, ti suggerisco le sue interviste (quelle individuali, non quelle fatte con la sottoscritta) (tag interviste, LiviaR)…
    Ciaoooooo

  40. utente anonimo ha detto:

    Ipa, le interviste migliori le ho fatte con te, quindi visto che anche Laura e Lory sono in due… potrebbe venir fuori una bella intervista ragno a otto zamp…e ehm… mani :–)
    Se loro sono disponibili, io ci sono. Da aprile però, perché prima devo assolutamente finire un paio di cose.

    Livia

  41. utente anonimo ha detto:

    Ipa, le interviste migliori le ho fatte con te, quindi visto che anche Laura e Lory sono in due… potrebbe venir fuori una bella intervista ragno a otto zamp…e ehm… mani :–)
    Se loro sono disponibili, io ci sono. Da aprile però, perché prima devo assolutamente finire un paio di cose.

    Livia

  42. utente anonimo ha detto:

    TECLA SEI UN MITO ASSOLUTO!!!
    TI PORTERO’ SEMPRE COME ESEMPIO DI COERENZA!!!
    IL KILLER MANTOVANO

  43. utente anonimo ha detto:

    TECLA SEI UN MITO ASSOLUTO!!!
    TI PORTERO’ SEMPRE COME ESEMPIO DI COERENZA!!!
    IL KILLER MANTOVANO

  44. tuttiscrittori ha detto:

    Sono contento di questo ultimo commento, il motivo è che il nostro killer mantovano ha riportato l’attenzione su Tecla. Quest’amica dotata di spirito e competenze invidiabili sta insegnando qualcosa di importante a noi tutti. Per esempio in me ha risvegliato il desiderio di confronto costruttivo, l’ambizione dello scoprirsi e di mettersi in gioco, l’importanza del fare nel poco dire e la differenza tra “sentirsi” autori ed esserlo veramente.
    Ovviamente la cosa più dolorosa, l’abbandono e la resa, è anche l’aspetto fondamentale dell’intervista e voglio richiamare due passaggi che dicono molto. Quando Tecla dice “Ecco… non rispondo. 😉 Non lo so ancora bene, non ho avuto tempo di pensarci. So dove non andrò: in un’altra città o cittadina. Vorrei una casa in campagna.” Io leggo in questa risposta ancora una volta la sua determinazione e la volontà di scegliere sempre in prima persona, l’essenzialità di avere comunque ad ogni costo un progetto e dunque vivere anche la sconfitta come una nuova conquista.
    Oppure parlando di editing “Segno tutto: errori, incongruenze, suggerimenti, ripetizioni, lungaggini, frasi belle e inutili, e qualsiasi cosa mi suggerisca il testo. Lavoro soprattutto sul ritmo. Fatto questo, incontro lo scrittore e, ognuno con una copia del dattiloscritto, esaminiamo e discutiamo pagina per pagina.” da queste frasi traspare amore per la scrittura, rispetto per gli altri e per sé stessa, umiltà e coraggio di giocarsi la propria credibilità.
    Buon proseguimento di discussione.
    Gianfranco

  45. tuttiscrittori ha detto:

    Sono contento di questo ultimo commento, il motivo è che il nostro killer mantovano ha riportato l’attenzione su Tecla. Quest’amica dotata di spirito e competenze invidiabili sta insegnando qualcosa di importante a noi tutti. Per esempio in me ha risvegliato il desiderio di confronto costruttivo, l’ambizione dello scoprirsi e di mettersi in gioco, l’importanza del fare nel poco dire e la differenza tra “sentirsi” autori ed esserlo veramente.
    Ovviamente la cosa più dolorosa, l’abbandono e la resa, è anche l’aspetto fondamentale dell’intervista e voglio richiamare due passaggi che dicono molto. Quando Tecla dice “Ecco… non rispondo. 😉 Non lo so ancora bene, non ho avuto tempo di pensarci. So dove non andrò: in un’altra città o cittadina. Vorrei una casa in campagna.” Io leggo in questa risposta ancora una volta la sua determinazione e la volontà di scegliere sempre in prima persona, l’essenzialità di avere comunque ad ogni costo un progetto e dunque vivere anche la sconfitta come una nuova conquista.
    Oppure parlando di editing “Segno tutto: errori, incongruenze, suggerimenti, ripetizioni, lungaggini, frasi belle e inutili, e qualsiasi cosa mi suggerisca il testo. Lavoro soprattutto sul ritmo. Fatto questo, incontro lo scrittore e, ognuno con una copia del dattiloscritto, esaminiamo e discutiamo pagina per pagina.” da queste frasi traspare amore per la scrittura, rispetto per gli altri e per sé stessa, umiltà e coraggio di giocarsi la propria credibilità.
    Buon proseguimento di discussione.
    Gianfranco

  46. utente anonimo ha detto:

    ma scusate, e non ho potuto leggere tutta la sfilza di commenti, però mi premeva precisare una cosa: è difficile pubblicare proprio perchè non si PUO’ e non SI DEVE permettere che qualcuno forzi il nostro testo! se fosse così facile, molte persone, paradossalmente, vedrebbero il loro testo in vetrina, se messo in mano a un buon editor. Ma queste persone, per fortuna, sono rarissime e si chiamano magari Taricone o Alba Parietti, i quali pagano apposta qualcuno perchè gli stravolga a fin di bene il loro testo.
    Chi ha l’aspirazione alla buona scrittura scrive e amen, se a qualcuno piace potrà farci solo qualche pallidissima revisione. cATT.

  47. utente anonimo ha detto:

    ma scusate, e non ho potuto leggere tutta la sfilza di commenti, però mi premeva precisare una cosa: è difficile pubblicare proprio perchè non si PUO’ e non SI DEVE permettere che qualcuno forzi il nostro testo! se fosse così facile, molte persone, paradossalmente, vedrebbero il loro testo in vetrina, se messo in mano a un buon editor. Ma queste persone, per fortuna, sono rarissime e si chiamano magari Taricone o Alba Parietti, i quali pagano apposta qualcuno perchè gli stravolga a fin di bene il loro testo.
    Chi ha l’aspirazione alla buona scrittura scrive e amen, se a qualcuno piace potrà farci solo qualche pallidissima revisione. cATT.

  48. LiviaR ha detto:

    Io però non ho mai parlato di stravolgere un testo.
    Va be’, n’importa 😉

  49. LiviaR ha detto:

    Io però non ho mai parlato di stravolgere un testo.
    Va be’, n’importa 😉

  50. utente anonimo ha detto:

    Liv, non ho avuto modo di leggermi tutta la diatriba, ho solo voluto esternare il mio pensiero. Tutto qua. Isa

  51. lauraetlory ha detto:

    Ho già detto a Ipa che l’intervista a quattro capocce ci piace parecchio e quindi aspettiamo le domande quando Ipa e Livia saranno pronte.

    Laura

  52. lauraetlory ha detto:

    Ho già detto a Ipa che l’intervista a quattro capocce ci piace parecchio e quindi aspettiamo le domande quando Ipa e Livia saranno pronte.

    Laura

  53. utente anonimo ha detto:

    Intervengo in ritardo.

    Il lavoro dell’editor è tale se non si vede, se riesce a migliorare un testo senza toccarlo, con piccole/sottili/eleganti operazioni di lima e di cesello.
    In questo senso concordo che se l’editor è o si sente un autore mancato o non realizzato potrebbe povare il malsano desiderio di riscrivere un testo, di metterci un po’ la sua firma, ma allora fa un’operazione, appunto, di riscrittura e non di editing.
    Per questo, io non potrei mai fare l’editor.
    Da chimico, qual sono, l’editor ha un po’ la funzione di un catalizzatore, che non interviene nella reazione, non si consuma, ma la favorisce senza apparire tra i reagenti.
    fabio musati

  54. utente anonimo ha detto:

    Intervengo in ritardo.

    Il lavoro dell’editor è tale se non si vede, se riesce a migliorare un testo senza toccarlo, con piccole/sottili/eleganti operazioni di lima e di cesello.
    In questo senso concordo che se l’editor è o si sente un autore mancato o non realizzato potrebbe povare il malsano desiderio di riscrivere un testo, di metterci un po’ la sua firma, ma allora fa un’operazione, appunto, di riscrittura e non di editing.
    Per questo, io non potrei mai fare l’editor.
    Da chimico, qual sono, l’editor ha un po’ la funzione di un catalizzatore, che non interviene nella reazione, non si consuma, ma la favorisce senza apparire tra i reagenti.
    fabio musati

  55. utente anonimo ha detto:

    Aggiungo una cosa.
    Un buon editing non si vede, mentre si vede bene uno pessimo o la mancanza di editing.
    Ecco perché è un lavoro di umiltà, decisamente in antitesi col bisogno di affermazione e protagonismo dell’autore.
    fabio musati

  56. utente anonimo ha detto:

    Aggiungo una cosa.
    Un buon editing non si vede, mentre si vede bene uno pessimo o la mancanza di editing.
    Ecco perché è un lavoro di umiltà, decisamente in antitesi col bisogno di affermazione e protagonismo dell’autore.
    fabio musati

  57. utente anonimo ha detto:

    concordo appieno: umiltà, competenza e invisibilità

  58. amnerisdicesare ha detto:

    L’ha ribloggato su Sono Solo Scarabocchie ha commentato:

    Ribloggo.
    Mi spiace tanto, Tecla.
    Resterai comunque sempre un esempio e un’ispirazione.

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