14° INTERVISTA DEL FIAE: CLAUDIO MARTINI

Pubblicato: 30 marzo 2009 da fiaeforum in INTERVISTE, Senza categoria
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A cura di Fabio Musati:

davanti_modificatoClaudio Martini, classe 1954, psicologo. Nato a Taranto, vive a Torino dal 56, ha vissuto alcuni anni in Messico e Guatemala. Ha scritto una raccolta di racconti (« Sguardi », il Raggio Verde Edizioni) e  due romanzi per Besa: « Diecimila e Cento giorni », finalista  nei premi letterari Nabokov 2007 e Carver 2007  e il più recente « I racconti del ripostiglio ». Abbiamo frequentato entrambi un paio di Forum letterari e siamo approdati al FIAE perché è un posto libero, dove ci si può aiutare senza prendersi troppo sul serio. L’ho anche conosciuto personalmente nel corso di una presentazione di un suo libro a Milano, e per questo mi sento di intervistarlo con una certa ironia. D’altronde, nonostante la serietà dei suoi scritti, fortunatamente non è affatto un personaggio serioso.  Bene, cominciamo, allora.

1. La vecchia e sonnecchiosa Torino, un porto del profondo Sud Italia e i colori dell’America. Latina. Come si conciliano nella tua scrittura?
Lasciami dire, per iniziare, che Torino non è più una città vecchia e sonnacchiosa . Ciò risponde a una percezione che non è più attuale. E’ una città che fa i conti con la modernità e ricca di opportunità culturali. Non ho mai avuto una grande sintonia con la città, per ragioni legate alla mia infanzia, a una sensazione precoce di sradicamento dal mio luogo natale, il porto del profondo Sud a cui alludi. Ho rivisitato Taranto recentemente, nell’ambito  di due presentazioni dei miei romanzi e ho ritrovato colori, luci e  suggestioni che pensavo di avere smarrito per sempre. In quanto  all’America Latina, ti rispondo con due righe di un mio racconto, una specie di manifesto della mia vita:
« Non è un luogo, ma una pluralità di condizioni, un’idea. L’America. Una porzione d’America, collocata tra il Rio Bravo e le foreste dello Yucatan. Si compone di numerosi punti disseminati su un vasto territorio. Troppo numerosi per nominarli. Qui esplode la mia gioia inconsapevole  e  realizzo chimere. Tra tutti i luoghi è il più pericoloso, poiché è il più vicino ai miei desideri. Me ne stacco a fatica, varcata la soglia dei trent’anni ».
Nella mia vita (ma anche nella mia scrittura) Taranto è il luogo rimosso dai ricordi, Torino è la città del mio quotidiano e l’America Latina  è l’ambito delle opportunità ritrovate e della mia speranza.

2. Taranto, il luogo rimosso dai ricordi… Anche nei racconti del ripostiglio uno dei personaggi fa di tutto per rimuovere i ricordi al punto di non riconoscere più la donna che gli è accanto da una vita. E’ un tema forte che fa pensare all’incapacità del riconoscere il proprio passato, un desiderio di amnesia. Un Edipo al contrario, che sfugge dalle proprie origini. Claudio Martini finirà tra i ‘ricercati’ di Chi l’ha visto?
“I  racconti del ripostiglio” è essenzialmente la descrizione di un percorso di recupero dei ricordi e dell’identità. Il protagonista ha una memoria del suo passato logora e priva di spessore, fino a quando succede un evento che gli consentirà di riappropriarsi del  passato e di  andare incontro al futuro in modo più attivo e progettuale. Questo è un tema che mi è caro e lo considero anche una metafora della narrativa, un’attività che permette di riscoprire e di portare alla luce. Non so dirti quanto ci sia di mio in questa dinamica, in realtà io valorizzo molto il mio passato, soprattutto i suoi momenti significanti. Forse proprio per questo non finirò tra i ricercati di “chi l’ha visto”… 🙂

3. Ho letto entrambi i tuoi due romanzi e li trovo in controtendenza con le cose rotonde e un po´ “confezionate” di questi anni. C´è un sapore anni 70 che mi fa pensare al cinema di Antonioni o addirittura di Bunuel, e inevitabilmente ai grandi latino-americani, Cortazar su tutti per le strutture molteplici che usi. Ti rendi conto che i tuoi libri richiedono un lettore attento? Non hai paura che questo limiti la forza comunicativa? Claudio Martini scrive per un´elite?
Alla tua domanda, vorrei rispondere con una battuta: sarei felice di scrivere per un’elite, se questa elite fosse composta da 30 o 40.000 lettori sparsi nei quattro angoli della penisola e in altre nazioni dell’Europa e dell’America Latina. Scrivere per un piccolo (o un medio) editore, significa spesso rivolgersi all’elite di una elite, al cerchio dei conoscenti e dei loro amici. Al di là delle battute, mi piacciono i lettori attenti e sopporto poco quelli seriali che ingoiano quintali di noir americani o il Dan Brown del giorno. Credo che i mie romanzi  appaiano complessi per come sono stati costruiti, una trama principale intersecata continuamente da altre storie (“I racconti del ripostiglio”) o due vicende parallele narrate in modo alternato con frequenti salti temporali (“Diecimila e cento giorni”), ma che possano essere fruiti anche da lettori che non appartengono a un’elite intellettuale. Con gli anni ’70 e ’80 sento un feeling speciale. Li ritengo anni di grande fermento intellettuale, di grande spessore culturale e politico e  sono onorato dall’accostamento ad alcuni maestri del cinema o e quel genio assoluto che risponde al nome di Julio Cortazar.

4. Non sarebbe più semplice ed efficace ai fini di crearsi un affezionato pubblico di lettori inventarsi un personaggio come il Maigret di Simenon o il Montalbano di Camilleri? Te lo chiedo perché vedo che è una tendenza ritornata in voga, e non è necessariamente spazzatura. I nomi che ti ho fatto sono di autori molto bravi, oltre che famosissimi.
Simenon è un maestro e Camilleri ha dato vita a un personaggio interessante, come anche peraltro Vazquéz Montalban, di cui ho letto parecchi romanzi. Credo però di non essere capace di scrivere delle “serie”. Mi  riesce meglio, come avrai notato, misurarmi  con testi di piccole dimensioni che descrivono in poche pagine piccoli mondi. Anche in “Diecimila e cento giorni” ho costruito il testo mettendo insieme più di cento mini capitoli, sequenze e scene che si compiono nello spazio di due pagine ciascuna. E poi, le serie si accompagnano generalmente alla narrativa di genere e i miei testi non lo sono.

5. Spesso i tuoi racconti di viaggio, anche quelli che durano “Diecimila e cento giorni” sono in realtà viaggi nella mente dei personaggi. Quanto dello psicologo c´è nel Claudio Martini scrittore e quanto dello scrittore c´è nello psicologo? Le due metà come si compongono nel tuo io?
Ho sempre considerato la psicologia e la narrativa come due attività, due discipline, se così si può dire, contigue. Ritengo che la psicologia sia una forma di narrazione che il paziente propone al terapeuta, il quale ascolta e “legge” le rappresentazioni narrative (consce e inconsce) del suo cliente. Viceversa, la narrativa è da sempre potentemente influenzata da meccanismi psicologici, propone quasi sempre una psicologia soggiacente, sia sul versante dei personaggi, sia per quanto riguarda le dinamiche della narrazione. Dal mio essere psicologo, ho tratto l’attenzione nei confronti della sofferenza, delle ordinarie patologie che segnano l’esistenza, la consapevolezza della fatica di vivere e della vanità degli sforzi umani.   In sintesi, il Claudio Martini scrittore e lo psicologo convivono insieme senza eccessivi conflitti, tranne quelli determinati dal mio pessimo carattere…

6. Che cos´è la memoria per lo scrittore? I suo scritti? "Io esisto perché ho dato prova di vivere scrivendo di altre esistenze possibili". E´ così?
La memoria  per uno scrittore, come per tutti, è ciò che collega il passato con il futuro, è ciò che struttura l’identità di ciascuno. Si pensa che per scrivere occorre ricordare (ed è vero), ma io credo che sia più pregnante l’operazione reciproca: per ricordare occorre scrivere, occorre far affluire i ricordi e le sensazioni rimosse. La memoria per lo scrittore è il suo principale strumento di lavoro, sia se si riferisce a eventi realmente vissuti, sia se rielabora e trasfigura la sua esperienza soggettiva. Credo che ciò valga per qualunque lavoro narrativo, anche quelli più lontani dall’esperienza personale, come i romanzi di fantascienza o di genere.

7. Ne I Racconti del ripostiglio scrivi: « il tempo è un continuum in cui i cambiamenti diventano percepibili solo se si assume una prospettiva esterna, come se fosse possibile collocarsi fuori dal suo flusso e osservarne il movimento quasi come in un film, un insieme di attori che vivono storie occupando lo spazio dello schermo ». Tu che rapporto hai con il tempo? Hai questo sguardo esterno di cui narri oppure come tutti ci sei immerso dentro senza accorgertene?
Verso la fine de “I racconti del ripostiglio”, c’è  un capitolo intitolato “Ipertempo”.  L’ipertempo è una costruzione teorica in cui si suppone che il tempo sia rappresentabile come un piano e non come una linea che conosce solo una dimensione ed è irreversibile. In questo costrutto, almeno in teoria, si può tornare indietro,  si può rivivere momenti precedenti, si può accedere a universi temporali paralleli. E’ quello che fa la narrativa ed è quello che succede nell’attività onirica e nella ricostruzione dei ricordi. Lo scrittore ha la capacità di giocare col tempo, di sfidarne l’irreversibilità ed è per questo che la narrazione affascina e seduce. Può rimescolare i piani spaziali e temporali,  può cambiare la storia, può inventare dimensioni di fantasia. Per quanto riguarda il mio rapporto con il tempo, è uguale a quello di tutti: ci sono immerso e lo vedo scorrere con fatica, ma quando narro ne ridivento padrone, riesco a sospenderne il corso e piegarlo alle mie costruzioni. Ciò succede solo in pochissimi momenti dell’esistenza: nell’estasi mistica, nell’orgasmo, durante l’innamoramento. Potenza della scrittura…

8.La componente del viaggio ricorre con frequenza nei tuoi scritti. Il protagonista de Diecimila e cento giorni parte per un lungo viaggio in Sud America che lo porterà sempre più lontano dal suo punto di partenza, e non solo fisicamente. Nei racconti del ripostiglio ci sono molte storie di viaggio, e il libro stesso non è altro che un viaggio letterario che tocca come porti molti autori diversi. Scrivere è viaggiare? Quando si finisce un libro si è arrivati da qualche parte oppure c’è sempre un viaggio che ci aspetta?
E’ vero, «Diecimila e cento giorni » è la narrazione di un viaggio, allo stesso tempo fisico e interiore, che condurrà i protagonisti verso nuovi approdi. L’America Latina catalizza il percorso portando i personaggi a vivere una dimensione della vita più vicina ai propri desideri « I racconti del ripostiglio » è stato definito da alcuni recensori come « un viaggio nella letteratura», un metatesto che gioca con stili  differenti. Mi sono molto divertito ad imitare lo stile di Saramago  di Sartre, a citare Ballard, Cortazar, Calvino, Kerouac . L’ho fatto perché  i “racconti del ripostiglio” è un testo che parla del piacere della lettura e della scrittura, del loro potere terapeutico e quindi le citazioni fanno parte del gioco narrativo proposto. Credo che la fascinazione del viaggio consista nella ricerca di un “altrove”, di una dimensione dove la conoscenza e la fantasia si possano incontrare. In questo senso, scrivere è viaggiare, ma tutti i viaggiatori sanno che l’approdo è sempre provvisorio e l’arrivo prelude a nuovi spostamenti. L’importante è non perdere il desiderio di rimettersi in strada.

9. Che viaggio letterario stai progettando adesso?
Al momento, parlerei di escursioni, di piccoli spostamenti, più che di viaggi. Ho un protagonista disperso in Kazakhstan, ma non dispero di ritrovarlo… Buon viaggio, e… speriamo di non perdere te in quei luoghi così vicini e lontani insieme. Chissà che storia ne tirerai fuori. Non ci resta che aspettarti… qui.

(Fabio Musati)

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commenti
  1. utente anonimo ha detto:

    Un sentito grazie a Fabio che ha curato l’intervista e a Ipanema che l’ha inserita nella programmazione e l’ha ospitata. W.

  2. Ipanema ha detto:

    bella e intensissima questa intervista, Claudio! Grazie a Fabio per averla redatta…
    I.

  3. utente anonimo ha detto:

    è stato un piacere torturare un po’ il bravo e serafico Claudio…
    fabio

  4. utente anonimo ha detto:

    bella intervista!!! costruttiva ed esplicativa di come ci si approcci alla scrittura creando : FORZE- OCCASIONI- PERSONALITA’ citando Carver:”… Scrittore è colui che ha:Un modo di vedere le cose originale e preciso trovando il contesto giusto per esprimerlo, questa è l’abilità dello scrittore!
    Ogni grande e bravo scrittore ricrea il mondo secondo le proprie SPECIFICAZIONI. Questo si può definire STILE ma non solo è il tipo di inconfondibile e unica firma che lo scrittore lascia su qualsiasi cosa scriva.” È come il segno nell’artista riconoscibile in una linea curva o dritta, nella luce o in un’ombra o nella stessa sfumatura del colore.

  5. utente anonimo ha detto:

    Uno scrittore vero è colui che sa inventare una storia. Colui che ha immaginazione. Martini sa parlare soltanto di se stesso.

  6. utente anonimo ha detto:

    @Anonimo, sei patetico…

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