Archivio per maggio, 2012


Ciao Laura, ciao Loredana,

Grazie innanzitutto per averci concesso questa intervista.

Loredana Falcone e Laura Costantini

Laura Costantini e Loredana Falcone, scrivono insieme da più anni di quanti possiate immaginare. Laura è anche giornalista televisiva e della carta stampata, Loredana è mamma di due splendidi ragazzi e impiegata presso una ditta edile. La scrittura è il cemento della loro amicizia. Insieme hanno pubblicato numerosi romanzi. Mai a pagamento e ci tengono a sottolinearlo. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati: il noir “Viole(n)t red” per Bietti Media e il giallo “Fiume pagano”, primo di una trilogia per Historica Edizioni. Entro l’anno usciranno per Historica Edizioni “Carne innocente”, secondo giallo della trilogia, e un romanzo storico western per Las Vegas Edizioni. Il titolo non è ancora stato deciso.

Voi siete uno dei rarissimi casi di scrittura in coppia. In Italia erano famosi Fruttero & Lucentini, e Sveva Casati Modignani, quando ancora il marito giornalista era in vita. E adesso voi. Volete raccontarci come vi siete conosciute, incontrate nella scrittura e “abbinate” in un così ben articolato connubio? Qual è stata la “scintilla che vi ha unito e vi ha permesso di proseguire in questa avventura insieme”?
Ci siamo conosciute il primo giorno di scuola al liceo. Siamo capitate nello stesso banco. Abbiamo cominciato a parlare e scoperto che a tutte e due piaceva scrivere. Così abbiamo deciso di prendere tutti i nostri nuovi compagni di scuola e spedirli su un’astronave alla scoperta di cosa ci potesse essere oltre un buco nero. Il nostro primo romanzo insieme è stato un’avventura fantascientifica che i nostri malcapitati protagonisti leggevano a puntate con enorme entusiasmo.

Per quanto riguarda la scrittura, c’è qualche caratteristica di Laura che compensa qualcosa che manca a Loredana o viceversa?
Laura è la maestrina dalla penna rossa, quella che corregge gli errori prima ancora che vengano fatti, che si accorge di doppie spaziature o virgole fuori luogo. Loredana è quella che scrive di getto e guai a interromperla durante l’atto creativo, potrebbe mordere.

Come scrivete in coppia? Vi incontrate e discutete della trama, vi mandate per email il testo e poi lo correggete? Volete raccontarci come avviene il processo creativo a due, o dare qualche consiglio a chi volesse imitarvi?
Senza voler essere presuntuose, per scrivere insieme come facciamo noi c’è una sola strada: vivere a strettissimo contatto per almeno una trentina d’anni. Noi scriviamo quando siamo insieme, nella cucina di Lory, davanti al portatile. Non è possibile spiegare il metodo, perché un metodo non esiste. Ormai sfioriamo la totale telepatia. Però, a volersi sforzare, il segreto potrebbe essere non aver perso di vista le due ragazzine che si divertivano a mettere in mezzo ai pasticci i loro compagni di liceo, manovrando i personaggi così come avevano manovrato le bambole fino a poco prima. Ovviamente la scrittura di allora era acerba. Nel mezzo ci sono stati anni di studio, di letture quanto mai eterogenee, di esercizio continuato.

Per scrivere in coppia preferite la meticolosa pianificazione dell’opera o lavorate “a briglia sciolta”? E se scrivete da sole, cambiate metodo?
Ci documentiamo a tappeto, ci forniamo di schede per i personaggi in modo da evitare quegli errori assurdi tipo il personaggio X che inizia con gli occhi azzurri e un forte tabagismo e finisce con gli occhi neri e un atteggiamento salutista. Costruiamo cartine per le location e un abbozzo di trama. Poi lasciamo che la storia ci prenda per mano e, nel caso, sconvolga tutti i piani. È successo più di una volta. Da sole scriviamo poco, qualche racconto o, come nel caso di Laura, un petit cahier di viaggio edito da Historica Edizioni nella collana diretta da Francesca Mazzucato. Ma era un omaggio a New York, non una storia.

Discutete mai per un percorso narrativo che una vorrebbe far intraprendere a un personaggio e magari non rispecchia la visione dell’altra? Oppure siete sempre in sintonia anche su questo?
Discutiamo, sì. Alle volte litighiamo, pure. La sintonia è la nostra condizione principale, ma quando arriviamo al contrasto poi la storia ne guadagna. E comunque non arriviamo mai a strapparci i capelli. Il che rende molto infelici tutti coloro che sono convinti che due donne non possano lavorare insieme senza essere invidiose l’una dell’altra, senza volersi reciprocamente prevaricare. Infatti sembra sia molto strana una coppia di scrittrici. Fruttero e Lucentini erano uomini e quindi capaci di collaborare. Sveva Casati Modigliani erano una coppia di marito e moglie, quindi legati da un rapporto diverso. Noi siamo una specie di caso unico. Un’eccezione che confermerebbe la regola. Non ci crediamo, ma tutti ne sono convinti e quindi…

L’ultima vostra fatica? Cosa state scrivendo o avete appena terminato di scrivere?
Abbiamo appena finito di scrivere “Carne innocente”, il secondo giallo della trilogia per Historica. E per riposarci, abbiamo appena ripreso in mano un vecchio progetto su una storia un po’ intricata che si svolge in un castello. Senza scrivere, senza immaginare storie, senza creare mondi paralleli non ci sappiamo proprio stare.

Avete un sogno nel cassetto, un’idea o progetto futuro al quale non avete ancora lavorato?
Un sogno, enorme, ce lo abbiamo. Riuscire a vivere delle nostre storie. Scrivere a tempo pieno. Dedicarci alla cosa che ci rende vive e felici senza doverci ritagliare spazi tra i mille impegni che costellano la vita di una donna. Dubitiamo che sia un sogno realizzabile. Anche perché scriviamo ciò che ameremmo leggere, fregandocene di quelle che sono le leggi del mercato o delle tendenze che vanno per la maggiore. Un peccato che difficilmente il mondo editoriale vorrà perdonarci.

C’è una domanda che non vi hanno mai fatto e che vorreste vi facessero?
Vorremmo che ci domandassero se ci siamo accorte che gli scrittori uomini hanno molte più chance di successo delle donne. E risponderemmo che sì, ce ne siamo accorte eccome. Così come ci siamo accorte che i lettori uomini prediligono autori del loro stesso sesso, partendo dal presupposto che le donne sappiamo scrivere solo d’amore, di famiglia, di sesso, di figli, di complessi rapporti di coppia. Così come ci siamo accorte che gli editori preferiscono gli autori alle autrici (a meno che non siano adolescenti pruriginose oppure adolescenti in trip da elfi, fate e nani). Così come ci siamo accorte che i premi letterari sono predominio quasi esclusivo dei maschi. Così come ci siamo accorte che perfino la creatrice di Harry Potter per essere presa sul serio ha dovuto firmarsi J.K. per non far scoprire di essere femmina. E risponderemmo, anche, che sia come sia, ce ne freghiamo e continuiamo a seguire la nostra passione. Firmandoci sempre e solo Laura e Loredana.

Grazie per aver risposto alle nostre domande,

Grazie a voi,

Laura Costantini e Loredana Falcone

(Amneris Di Cesare e Livia Rocchi)

 


su http://www.ibs.it/code/9788896656099/costantini-laura/fiume-pagano.html


Amneris Di Cesare, amministratore del F.I.A.E. è lieta di annunciare l’uscita del suo primo romanzo. Al Sud sarà distribuito prima rispetto al Nord, e che con ogni probabilità sarà disponibile dappertutto dopo il 15 giugno. La scheda del libro, con la quarta di copertina e la copertina stessa sono già visibili da ieri a questa pagina  mentre è già possibile prenotarne l’acquisto sia passando dal sito dell’editore che su IBS e su Amazon.it 

Nient’altro che amare
di Amneris Di Cesare

ISBN 9788897121428
ed. Cento Autori
(Collana Palpiti pp 120 11euro )

La quarta di copertina:
È la madre a darle quel soprannome, a’ zannuta. Una madre che non l’ha mai amata per via di quei denti sporgenti che le danno un’espressione che vagamente ricorda quella di una coniglia. Non l’ha mai difesa da un padre violento e ubriacone che, come tutti in paese, l’ha sempre considerata una ciòta, una stupida, una che non serve ad altro che a divertire gli uomini, grazie al corpo maledettamente sensuale che si ritrova. Ma Maria non sarà mai come lei. Amerà i suoi figli, tutti, indistintamente e nonostante li abbia avuti, spesso, dopo aver subito violenza. Perché come l’animale a cui assomiglia, Maria è prolifica, forte e mansueta. Ma non provate a portarglieli via, quei figli. Perché come i conigli, Maria sa mordere. La vita come l’amore. Perché Maria è una che ama, una che non sa fare nient’altro che amare.

INTERVISTA A LUCA FADDA a cura di ISABELLA GIOMI

Pubblicato: 11 maggio 2012 da amnerisdicesare in scrivere

Di Luca Fadda, autore di narrativa, è appena uscita la raccolta di racconti La prigione delle paure, Edizioni Nulla Die, una serie di storie surreali che prendono spunto dalla quotidianità dei nostri tempi: l’informatizzazione, la tecnologia , l’inseminazione artificiale e temi similari, nella loro accezione più angosciante, al momento di grande attualità. Sono racconti che, per la maggior parte, si potrebbero inquadrare nel genere “fantastico casalingo” e presentano un’escalation che precipita quasi sempre in un finale negativo. La scrittura è fluida e molto semplice e diretta e a questo punto devo riportare un curioso aneddoto accadutomi in metropolitana durante la lettura del manoscritto di Luca. Senza che me ne accorgessi, la signora che mi sedeva accanto, zitta zitta si era letta il secondo racconto, intitolato Il folletto e dovendo scendere prima di aver terminato la lettura, si è rammaricata di non poter conoscere il finale e ha voluto sapere titolo e autore per poter eventualmente acquistare il libro. Questo per rendere l’idea del potere seduttivo della scrittura di Luca Fadda, che ringrazio per la sua pazienza e disponibilità.
Grazie a voi, è un onore per me essere qui e tentare di rispondere alle vostre domande.
1) Luca, quale è il nucleo di realtà che ti ha ispirato questi racconti angoscianti e dal finale quasi sempre “nero”?
La realtà di tutti i giorni, da quella che mi circonda ai fatti di cronaca. La osservo da due diversi punti di vista: quello realistico e quello fantastico. Il fantastico è per me l’evoluzione onirica di una realtà già di per sé contorta. Ma il mio pensare fantastico porta sempre a conclusioni appena al di là della realtà, diciamo anche più tenue dell’irreale. E dico “appena” perché le mie storie non sono poi così fuori dal comune. Per quanto nei miei racconti abbia scomodato anche il demonio, il significato che dovrebbero assumere è più ampio: il demonio è anche ciò che di male esiste nel mondo, e tutto il male nasce comunque dalla normalità della vita quotidiana. Come per esempio, può nascere dai modi di vedere un semplice oggetto di uso comune come è l’aspirapolvere. Mi piace giocare con le parole, e questa è una realtà con cui mi scontro spesso. Se tutti dessimo l’esatto significato ai termini che utilizziamo, ci capiremmo al volo. Ma spesso i problemi nascono da malintesi, che originano dall’incomprensione delle intenzioni altrui. Oppure si tende a cambiare versione con la scusa di essere stati fraintesi. Il finale nero, che io preferisco definire amaro, è dovuto in prevalenza al fatto che non credo nei lieto fine; se c’è il lieto fine a una storia, sai già come va a finire, io invece preferisco spiazzare il lettore con i miei finali. E anche quando sembra che il lieto fine ci sia, anch’esso risulta amaro, un lieto fine che non lascia certo il sorriso compiaciuto sulle labbra.
2) Con questa raccolta pensi di aver esorcizzato realmente le tue paure, oppure, al contrario, hai dato loro voce e le hai estremizzate?
Come dico anche nell’introduzione, le paure sono ciò che tutti gli uomini possiedono, e parlo di paure irrazionali, stupide. Spesso la razionalità porta ad accantonare un’idea un po’ oltre i confini della realtà, ma quell’idea resta. Io ho solo lasciato che fluisse tutto liberamente, senza più filtri e pudicità. Il risultato è una serie di racconti che attraversano diversi temi che mi stanno a cuore, mettendo a nudo proprio il mio io irrazionale. In realtà in questo libro le paure non vengono esorcizzate nel vero senso della parola. Ho puntato più al “mal comune, mezzo gaudio”. Le condivido, ma non le sto regalando, le sto solo mettendo a disposizione di tutti. In modo tale che chiunque legga abbia la possibilità di riconoscersi in loro, ritrovarle nel proprio intimo e, diciamo, esorcizzarle. Secondo me leggere racconti chiaramente impossibili nella realtà, rende la paura che vi è raccontata più “umanamente affrontabile”. L’essere umano ha comunque sempre bisogno di conservare qualche paura, rende la vita più piacevole. Un po’ come diceva Leopardi nello Zibaldone, secondo cui i beni si apprezzano quando li si perde, o si corre il rischio di perderli. Così io penso che, senza le nostre paure, non saremmo in grado di apprezzare davvero la serenità.
3) Tu hai iniziato a scrivere da non molto. In che modo, da quando scrivi, è cambiato il tuo approccio alla lettura e alla narrativa?
Devo ammettere che, pur conoscendo la lingua italiana, ci sono alcuni aspetti, soprattutto della forma scritta, che mi sfuggivano. E la lettura è una conseguenza della nostra percezione della lingua. Da quando ho iniziato a scrivere, ho scoperto che anche il mio leggere è cambiato, più critico, più approfondito. Prima leggevo ciò che era scritto, lasciando da parte qualsiasi formalità stilistica o grammaticale. Poi però mi sono reso conto che un testo, ancorché grammaticalmente corretto, può avere qualcosa che non quadra. E scrivendo ho imparato a comprendere questo “qualcosa”, proprio perché devo stare attento quando sono io a mettere per iscritto i miei pensieri.
4) Hai degli autori specifici di riferimento, oppure sei più che altro un autore fai-da-te?
Non saprei che dirti. A dire il vero ho degli autori che mi “inseguono” mentre scrivo, anzi sono io a inseguire loro, ma non credo di farlo per volerli davvero raggiungere. Io punto a quello che può essere un mio stile, perché è molto difficile scrivere con lo stile di un altro autore. Io, semplicemente, mi ritrovo in loro, senza essermi mai veramente ispirato ai loro scritti.  Sicuramente Edgar Allan Poe e Stephen King mi hanno accompagnato fin dall’adolescenza, ma anche Kafka, (che mi colpì con il racconto “La metamorfosi”), e non dimentico classici italiani come Foscolo e Leopardi. Inoltre mi sono sempre interessato agli scritti di Freud, Hesse e Baudelaire. Per la poesia, invece, prediligo Dylan Thomas, senza peraltro riuscire a imitarlo. Sì, credo di essere in parte figlio, almeno dal punto di vista letterario, dei poeti maledetti.
5) Pensi si debba scrivere solo ciò che sta a cuore, oppure, in quanto autore, e lettore innanzitutto, ci si dovrebbe sforzare di spaziare anche in territori che non sono esattamente il nostro pane quotidiano?
Vorrei scindere la domanda nei due diversi aspetti dello scrivere e del leggere.
Da scrittore, per poter esprimere il mio potenziale, ho la necessità di sentire ciò che scrivo, farlo mio, e per questo è necessario conoscere l’argomento, averne la padronanza. Questo non toglie però che si possano esplorare strade mai battute, anche se a mio avviso resta la necessità di sentire tema trattato. Ma sono aperto a tutto, per cui se leggendo o sentendo di una storia d’amore, mi viene in mente qualcosa a tema, lo faccio. Il rischio però è sempre quello di cadere nel tranello dell’inaspettato, del colpo a sorpresa.
Da lettore, non credo di potermi definire un lettore di genere. A parte le storie romantiche, che mal digerisco, e il fantasy, che ho sempre rifuggito, non ho limite alcuno. Posso leggere anche la saggistica, come ho letto “L’origine della specie” di Darwin. Però secondo me il lettore deve avere una buona dose di sana curiosità, che lo spinga a leggere anche ciò che non rientra nei suoi canoni. Io per esempio ho letto un autore (che non voglio citare) solo per comprenderne il successo. E continuo a non capirlo, ma l’ho comunque letto dall’inizio alla fine. Ultimamente poi sto pensando di dedicare qualche ora al genere fantasy. Ho acquistato poco più di un mese fa il primo libro della saga di Harry Potter, ma non sono ancora riuscito a iniziarlo. Non mi attira. Ma lo farò, perché un giorno almeno potrò dire il motivo per cui non mi piace, se veramente continuerà a “non piacermi”.
6) Ritieni che la narrativa fantastica sia il genere espressivo a te più consono, oppure hai idea di produrti anche in altri ambiti narrativi?
Non sono sicuro che il fantastico sia il mio unico sbocco narrativo. È stato il primo, il più semplice per i racconti brevi, perché in poco spazio posso entrare in mondi sconosciuti senza dover per forza dare un filo razionale alla storia. Però ne “La prigione delle paure” io vado a toccare già altri generi, che non sono proprio fantastici. Mi piace esplorare la mente umana, per trovarvi il seme della follia, della paranoia e dell’insicurezza. Mi piace scrivere e, se così si può dire, impazzire con i miei personaggi. Come anche accenno nel racconto “Libero arbitrio”, i personaggi delle storie inventate, sono sempre la stessa persona che cambia sesso, religione, personalità. E quella persona è, per me, l’autore. Per quanto riguarda gli altri generi, sto esplorando il noir, partendo proprio dai finali “amari” dei miei racconti. E, cosa importante, ho scoperto che mi trovo a mio agio con la prima persona. Questo escamotage, mi permette di raccontare con la mente del personaggio, di spiegare alcuni aspetti che risiedono nei suoi pensieri, e far comprendere meglio come lui veda la storia. Il noir è spesso raccontato in prima persona.
7) I nomi di cinque autori in cui credi
Secco? Dunque, se parliamo di autori attuali, non posso che citare Margaret Mazzantini e Nicolò Ammaniti, ma anche Andrea Vitali e Paolo Giordano. E per il quinto posto, se mi è concesso, vorrei mettere il mio nome, perché il primo a credere in ciò che faccio, devo essere io.
8) Quale è stato il libro, se c’è stato, che ti ha fatto esplodere la passione per la scrittura?
Questa domanda è più complessa di quanto sembri. O forse è solo la risposta che sarà complessa. Dovrei tornare indietro nel tempo, perché in realtà io scrivo da molto più di un anno. Il mio primo racconto, che peraltro non riesco più a ritrovare, si intitolava “Arturo aveva ragione” ed è nato alle elementari come compito a casa. Date cinque parole, dovevamo creare cinque frasi o un unico racconto che le contenessero. E io, a nove anni, scrissi un racconto, grazie al quale mi  meritai i complimenti pubblici della mia maestra. Ma il libro che mi portò più vicino alla scrittura, lo trovai nella libreria di casa. Era “Il piccolo principe”. Lo lessi a dieci anni in un solo giorno, e mi attirò con la sua semplicità ed efficacia. Mi fece credere che anche io avrei potuto scrivere così. Ovviamente non ci riuscii. Un anno fa, dopo aver passato tanto tempo a scrivere le mie poesie e testi di canzoni, lessi un libro che arrivò a casa insieme a un ordine di mia moglie, come omaggio all’acquisto. S’intitolava “Dopo lunga e penosa malattia” di Andrea Vitali e mi colpì il modo in cui la storia si dipanava. Semplice, essenziale, sempre viva. Mi si illuminò la mente sul modo di scrivere e provai a buttare giù un racconto, che è tutt’ora incompleto sul suo foglio. Non riuscendo a terminarlo, ho provato a scriverne altri e alla fine nacque il mio primo racconto dell’età adulta, che poi sarebbe “Il SE”. Da allora ho cercato di migliorarmi e spero di esserci riuscito.
9) Scrivi in momenti particolari oppure hai acquisito un ritmo “professionale” e ogni momento è buono per scrivere?
Ho deciso di dedicarmi alla scrittura perché mi piace creare. Mi piace la musica e suono male la chitarra, mi piace disegnare ma sono bravo solo con il disegno irreale. La scrittura però è diversa, puoi scrivere anche senza dire niente, solo per “riscaldarti”. E un mio racconto, successivo alla chiusura della raccolta, è nato proprio da un esercizio di riscaldamento. Ormai quasi ogni giorno cerco consigli, dritte, regole o regoline sulla scrittura, e a volte ho paura di fare una grande confusione. Voglio dare ai miei scritti un aspetto professionale, e per questo mi ci devo dedicare e non considerarlo un semplice hobby, perché altrimenti finirebbe tra le tante cose mediocri che nella vita si lasciano a metà, per mancanza di tempo e per lo scemare dell’entusiasmo iniziale.
10) Parlaci del tuo prossimo romanzo.
Benissimo, ne ho due di cui parlare. Il primo è già completato ed esplora, attraverso i due personaggi principali, i temi dell’amicizia, della gelosia e del rimorso, oltre che il problema all’avidità umana. E non manca la follia, perché per me la follia è fondamentale in una storia che preveda almeno un omicidio. Credo che si possa inquadrare nel genere noir, o almeno così l’ho battezzato io. Il secondo è ancora in fase embrionale. Ho terminato la prima stesura breve, saranno una sessantina di pagine, ma sto studiando quali punti sviluppare meglio e quali invece tralasciare. In questo libro vorrei parlare della possibilità del viaggio nel  tempo, ma in senso lato, perché in realtà si tratta di una sorta di conservazione del corpo negli anni, come in ibernazione. Un viaggio che avrà dei risvolti contorti e paradossali.
Grazie per averci concesso questa intervista,
(Isabella Giomi)

Pubblicato: 8 maggio 2012 da luciaguida in scrivere

Destini comuni stesse riflessioni …
Buona lettura!

luciaguida

Le belle idee cui dare  forma narrativa ti arrivano quando meno te l’aspetti e se non le afferri prontamente ti abbandonano con altrettanta velocità. Come dire passato il treno, sprecata un’occasione. Per un’aspirante scrittrice part-time come me a volte è difficile anche mettere nero su bianco pensieri e spunti sul moleskine. Una volta mi è capitato di pensare a come sciogliere un nodo narrativo che mi impediva di progredire nella stesura di un racconto mentre guidavo in autostrada con i miei figli alla volta di Roma, in visita a persone care. Impossibile fermarmi su un cavalcavia a strapiombo su un viadotto lunghissimo senza piazzole di sosta. Provare, una volta giunta alla meta, a riprendere le fila del discorso non è stato semplice.  Altro sarebbe stato se avessi avuto a portata di mano il mio pc nel confortevole bozzolo di un luogo familiare e protetto. A parlare semplicisticamente rinunciare a uno…

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