INTERVISTA A LUCA FADDA a cura di ISABELLA GIOMI

Pubblicato: 11 maggio 2012 da amnerisdicesare in scrivere

Di Luca Fadda, autore di narrativa, è appena uscita la raccolta di racconti La prigione delle paure, Edizioni Nulla Die, una serie di storie surreali che prendono spunto dalla quotidianità dei nostri tempi: l’informatizzazione, la tecnologia , l’inseminazione artificiale e temi similari, nella loro accezione più angosciante, al momento di grande attualità. Sono racconti che, per la maggior parte, si potrebbero inquadrare nel genere “fantastico casalingo” e presentano un’escalation che precipita quasi sempre in un finale negativo. La scrittura è fluida e molto semplice e diretta e a questo punto devo riportare un curioso aneddoto accadutomi in metropolitana durante la lettura del manoscritto di Luca. Senza che me ne accorgessi, la signora che mi sedeva accanto, zitta zitta si era letta il secondo racconto, intitolato Il folletto e dovendo scendere prima di aver terminato la lettura, si è rammaricata di non poter conoscere il finale e ha voluto sapere titolo e autore per poter eventualmente acquistare il libro. Questo per rendere l’idea del potere seduttivo della scrittura di Luca Fadda, che ringrazio per la sua pazienza e disponibilità.
Grazie a voi, è un onore per me essere qui e tentare di rispondere alle vostre domande.
1) Luca, quale è il nucleo di realtà che ti ha ispirato questi racconti angoscianti e dal finale quasi sempre “nero”?
La realtà di tutti i giorni, da quella che mi circonda ai fatti di cronaca. La osservo da due diversi punti di vista: quello realistico e quello fantastico. Il fantastico è per me l’evoluzione onirica di una realtà già di per sé contorta. Ma il mio pensare fantastico porta sempre a conclusioni appena al di là della realtà, diciamo anche più tenue dell’irreale. E dico “appena” perché le mie storie non sono poi così fuori dal comune. Per quanto nei miei racconti abbia scomodato anche il demonio, il significato che dovrebbero assumere è più ampio: il demonio è anche ciò che di male esiste nel mondo, e tutto il male nasce comunque dalla normalità della vita quotidiana. Come per esempio, può nascere dai modi di vedere un semplice oggetto di uso comune come è l’aspirapolvere. Mi piace giocare con le parole, e questa è una realtà con cui mi scontro spesso. Se tutti dessimo l’esatto significato ai termini che utilizziamo, ci capiremmo al volo. Ma spesso i problemi nascono da malintesi, che originano dall’incomprensione delle intenzioni altrui. Oppure si tende a cambiare versione con la scusa di essere stati fraintesi. Il finale nero, che io preferisco definire amaro, è dovuto in prevalenza al fatto che non credo nei lieto fine; se c’è il lieto fine a una storia, sai già come va a finire, io invece preferisco spiazzare il lettore con i miei finali. E anche quando sembra che il lieto fine ci sia, anch’esso risulta amaro, un lieto fine che non lascia certo il sorriso compiaciuto sulle labbra.
2) Con questa raccolta pensi di aver esorcizzato realmente le tue paure, oppure, al contrario, hai dato loro voce e le hai estremizzate?
Come dico anche nell’introduzione, le paure sono ciò che tutti gli uomini possiedono, e parlo di paure irrazionali, stupide. Spesso la razionalità porta ad accantonare un’idea un po’ oltre i confini della realtà, ma quell’idea resta. Io ho solo lasciato che fluisse tutto liberamente, senza più filtri e pudicità. Il risultato è una serie di racconti che attraversano diversi temi che mi stanno a cuore, mettendo a nudo proprio il mio io irrazionale. In realtà in questo libro le paure non vengono esorcizzate nel vero senso della parola. Ho puntato più al “mal comune, mezzo gaudio”. Le condivido, ma non le sto regalando, le sto solo mettendo a disposizione di tutti. In modo tale che chiunque legga abbia la possibilità di riconoscersi in loro, ritrovarle nel proprio intimo e, diciamo, esorcizzarle. Secondo me leggere racconti chiaramente impossibili nella realtà, rende la paura che vi è raccontata più “umanamente affrontabile”. L’essere umano ha comunque sempre bisogno di conservare qualche paura, rende la vita più piacevole. Un po’ come diceva Leopardi nello Zibaldone, secondo cui i beni si apprezzano quando li si perde, o si corre il rischio di perderli. Così io penso che, senza le nostre paure, non saremmo in grado di apprezzare davvero la serenità.
3) Tu hai iniziato a scrivere da non molto. In che modo, da quando scrivi, è cambiato il tuo approccio alla lettura e alla narrativa?
Devo ammettere che, pur conoscendo la lingua italiana, ci sono alcuni aspetti, soprattutto della forma scritta, che mi sfuggivano. E la lettura è una conseguenza della nostra percezione della lingua. Da quando ho iniziato a scrivere, ho scoperto che anche il mio leggere è cambiato, più critico, più approfondito. Prima leggevo ciò che era scritto, lasciando da parte qualsiasi formalità stilistica o grammaticale. Poi però mi sono reso conto che un testo, ancorché grammaticalmente corretto, può avere qualcosa che non quadra. E scrivendo ho imparato a comprendere questo “qualcosa”, proprio perché devo stare attento quando sono io a mettere per iscritto i miei pensieri.
4) Hai degli autori specifici di riferimento, oppure sei più che altro un autore fai-da-te?
Non saprei che dirti. A dire il vero ho degli autori che mi “inseguono” mentre scrivo, anzi sono io a inseguire loro, ma non credo di farlo per volerli davvero raggiungere. Io punto a quello che può essere un mio stile, perché è molto difficile scrivere con lo stile di un altro autore. Io, semplicemente, mi ritrovo in loro, senza essermi mai veramente ispirato ai loro scritti.  Sicuramente Edgar Allan Poe e Stephen King mi hanno accompagnato fin dall’adolescenza, ma anche Kafka, (che mi colpì con il racconto “La metamorfosi”), e non dimentico classici italiani come Foscolo e Leopardi. Inoltre mi sono sempre interessato agli scritti di Freud, Hesse e Baudelaire. Per la poesia, invece, prediligo Dylan Thomas, senza peraltro riuscire a imitarlo. Sì, credo di essere in parte figlio, almeno dal punto di vista letterario, dei poeti maledetti.
5) Pensi si debba scrivere solo ciò che sta a cuore, oppure, in quanto autore, e lettore innanzitutto, ci si dovrebbe sforzare di spaziare anche in territori che non sono esattamente il nostro pane quotidiano?
Vorrei scindere la domanda nei due diversi aspetti dello scrivere e del leggere.
Da scrittore, per poter esprimere il mio potenziale, ho la necessità di sentire ciò che scrivo, farlo mio, e per questo è necessario conoscere l’argomento, averne la padronanza. Questo non toglie però che si possano esplorare strade mai battute, anche se a mio avviso resta la necessità di sentire tema trattato. Ma sono aperto a tutto, per cui se leggendo o sentendo di una storia d’amore, mi viene in mente qualcosa a tema, lo faccio. Il rischio però è sempre quello di cadere nel tranello dell’inaspettato, del colpo a sorpresa.
Da lettore, non credo di potermi definire un lettore di genere. A parte le storie romantiche, che mal digerisco, e il fantasy, che ho sempre rifuggito, non ho limite alcuno. Posso leggere anche la saggistica, come ho letto “L’origine della specie” di Darwin. Però secondo me il lettore deve avere una buona dose di sana curiosità, che lo spinga a leggere anche ciò che non rientra nei suoi canoni. Io per esempio ho letto un autore (che non voglio citare) solo per comprenderne il successo. E continuo a non capirlo, ma l’ho comunque letto dall’inizio alla fine. Ultimamente poi sto pensando di dedicare qualche ora al genere fantasy. Ho acquistato poco più di un mese fa il primo libro della saga di Harry Potter, ma non sono ancora riuscito a iniziarlo. Non mi attira. Ma lo farò, perché un giorno almeno potrò dire il motivo per cui non mi piace, se veramente continuerà a “non piacermi”.
6) Ritieni che la narrativa fantastica sia il genere espressivo a te più consono, oppure hai idea di produrti anche in altri ambiti narrativi?
Non sono sicuro che il fantastico sia il mio unico sbocco narrativo. È stato il primo, il più semplice per i racconti brevi, perché in poco spazio posso entrare in mondi sconosciuti senza dover per forza dare un filo razionale alla storia. Però ne “La prigione delle paure” io vado a toccare già altri generi, che non sono proprio fantastici. Mi piace esplorare la mente umana, per trovarvi il seme della follia, della paranoia e dell’insicurezza. Mi piace scrivere e, se così si può dire, impazzire con i miei personaggi. Come anche accenno nel racconto “Libero arbitrio”, i personaggi delle storie inventate, sono sempre la stessa persona che cambia sesso, religione, personalità. E quella persona è, per me, l’autore. Per quanto riguarda gli altri generi, sto esplorando il noir, partendo proprio dai finali “amari” dei miei racconti. E, cosa importante, ho scoperto che mi trovo a mio agio con la prima persona. Questo escamotage, mi permette di raccontare con la mente del personaggio, di spiegare alcuni aspetti che risiedono nei suoi pensieri, e far comprendere meglio come lui veda la storia. Il noir è spesso raccontato in prima persona.
7) I nomi di cinque autori in cui credi
Secco? Dunque, se parliamo di autori attuali, non posso che citare Margaret Mazzantini e Nicolò Ammaniti, ma anche Andrea Vitali e Paolo Giordano. E per il quinto posto, se mi è concesso, vorrei mettere il mio nome, perché il primo a credere in ciò che faccio, devo essere io.
8) Quale è stato il libro, se c’è stato, che ti ha fatto esplodere la passione per la scrittura?
Questa domanda è più complessa di quanto sembri. O forse è solo la risposta che sarà complessa. Dovrei tornare indietro nel tempo, perché in realtà io scrivo da molto più di un anno. Il mio primo racconto, che peraltro non riesco più a ritrovare, si intitolava “Arturo aveva ragione” ed è nato alle elementari come compito a casa. Date cinque parole, dovevamo creare cinque frasi o un unico racconto che le contenessero. E io, a nove anni, scrissi un racconto, grazie al quale mi  meritai i complimenti pubblici della mia maestra. Ma il libro che mi portò più vicino alla scrittura, lo trovai nella libreria di casa. Era “Il piccolo principe”. Lo lessi a dieci anni in un solo giorno, e mi attirò con la sua semplicità ed efficacia. Mi fece credere che anche io avrei potuto scrivere così. Ovviamente non ci riuscii. Un anno fa, dopo aver passato tanto tempo a scrivere le mie poesie e testi di canzoni, lessi un libro che arrivò a casa insieme a un ordine di mia moglie, come omaggio all’acquisto. S’intitolava “Dopo lunga e penosa malattia” di Andrea Vitali e mi colpì il modo in cui la storia si dipanava. Semplice, essenziale, sempre viva. Mi si illuminò la mente sul modo di scrivere e provai a buttare giù un racconto, che è tutt’ora incompleto sul suo foglio. Non riuscendo a terminarlo, ho provato a scriverne altri e alla fine nacque il mio primo racconto dell’età adulta, che poi sarebbe “Il SE”. Da allora ho cercato di migliorarmi e spero di esserci riuscito.
9) Scrivi in momenti particolari oppure hai acquisito un ritmo “professionale” e ogni momento è buono per scrivere?
Ho deciso di dedicarmi alla scrittura perché mi piace creare. Mi piace la musica e suono male la chitarra, mi piace disegnare ma sono bravo solo con il disegno irreale. La scrittura però è diversa, puoi scrivere anche senza dire niente, solo per “riscaldarti”. E un mio racconto, successivo alla chiusura della raccolta, è nato proprio da un esercizio di riscaldamento. Ormai quasi ogni giorno cerco consigli, dritte, regole o regoline sulla scrittura, e a volte ho paura di fare una grande confusione. Voglio dare ai miei scritti un aspetto professionale, e per questo mi ci devo dedicare e non considerarlo un semplice hobby, perché altrimenti finirebbe tra le tante cose mediocri che nella vita si lasciano a metà, per mancanza di tempo e per lo scemare dell’entusiasmo iniziale.
10) Parlaci del tuo prossimo romanzo.
Benissimo, ne ho due di cui parlare. Il primo è già completato ed esplora, attraverso i due personaggi principali, i temi dell’amicizia, della gelosia e del rimorso, oltre che il problema all’avidità umana. E non manca la follia, perché per me la follia è fondamentale in una storia che preveda almeno un omicidio. Credo che si possa inquadrare nel genere noir, o almeno così l’ho battezzato io. Il secondo è ancora in fase embrionale. Ho terminato la prima stesura breve, saranno una sessantina di pagine, ma sto studiando quali punti sviluppare meglio e quali invece tralasciare. In questo libro vorrei parlare della possibilità del viaggio nel  tempo, ma in senso lato, perché in realtà si tratta di una sorta di conservazione del corpo negli anni, come in ibernazione. Un viaggio che avrà dei risvolti contorti e paradossali.
Grazie per averci concesso questa intervista,
(Isabella Giomi)
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