Archivio per luglio, 2012


Amneris Di Cesare: Che cosa significa per te scrivere?

Giampaolo Spinato: Non lo so. Non ancora. Non so nemmeno se valga più la pena di porsi la domanda. Mi piacerebbe poter dire, con Enrique Vila-Matas – affronta questo tema in modo affascinante in Bartleby e compagnia, libro che ha quanto meno il pregio di restituire uno statuto coraggiosamente esplorativo alla figura dello scrittore, il titolo più ambito ed usurpato che esista al mondo – che in fondo si scrive per smettere di farlo. Anche Friedrich Nietzsche, in Filosofare con il martello, ne dà una definizione affascinante quando dice: “Come tutti i conquistatori, gli esploratori, i navigatori, gli avventurieri, noi ricercatori siamo di una moralità temeraria e dobbiamo accettare che complessivamente ci prendano per malvagi”. E ci si potrebbe avventurare in molte altre citazioni. Ma, nonostante la suggestione di queste definizioni, sono convinto che non vi siano risposte univoche e che i significati di uno stesso comportamento possano mutare e cambiare radicalmente di segno secondo il contesto e le persone. Al fascino suscitato da una certa mistica della scrittura, che legge la questione sempre in modo troppo cultuale preferisco la sana indeterminatezza che ricava da ogni risposta una nuova domanda. A volte, la parte più adolescente si compiace del gesto dello scrivere per la vertigine illusoria che riceve di potersi ricavare un “mondo a parte”, dove prendere un po’ d’aria per riuscire a tollerare quello che viene prima e dopo. Se questo “andare via” abbia il valore di una resa, con le derive compulsivo-solipsistiche che può comportare, o se sia uno stato iniziatico per avventurarsi nell’intuizione e nelle sue dimensioni conoscitive è tutto da vedere. Nella mia esperienza personale, il gesto dello scrivere, sia nel senso più lato, e cioè la permanente ricreazione del mondo che ci viene incontro operata dalla mente, che nella concretezza della battaglia quotidiana con alfabeti e vocabolari, contiene una spinta imprescindibile, del tutto irragionevole e antieconomica. Più passa il tempo e più rimango soggiogato dal mistero di questa esperienza, dalla constatazione che non abbia nulla a che vedere con le etichette che ci affanniamo ad applicargli. È un paradosso. A volte, sembra non esserci niente di meglio per ancorarci alla realtà che distanziarcene. Ci sono sintomi fisici che lo dimostrano, la restituzione di un ritmo regolare del respiro, per esempio, proprio nel momento in cui, scrivendo, hai la netta percezione di percorrere una linea di confine, abitando una realtà altra. Sono certo che nella lingua e non altrove vi siano le risposte alle domande che ci assillano. È cosa ormai arcinota in ogni campo. Il giornalismo, dagli anni Novanta, non fa che rincorrere il mito letterario – senza mai riuscire nemmeno ad imitare la capacità esclusiva, invidiatissima e propria della letteratura di saper cogliere e mettere in circolo la potenza dei significati – dichiarando parassitariamente di volerci “raccontare delle storie” quando al massimo gli può riuscire di illustrare degli aneddoti, svilendo la realtà a didascalia. La politica nell’ultimo decennio ha adottato i sofisticati meccanismi dello storytelling e infatti per un po’ di tempo è andato di moda dire “la narrazione” applicandola a questa o quella campagna elettorale e ai sistemi di governo. Persino la scienza, da secoli non fa che suggere alla lingua, al suo strutturarsi in grammatiche e sintassi, la predisposizione a disvelare l’inesplorato e, come le scienze della psiche, così anche quelle fisiche – fino alla recente scoperta del Bosone di Higgs – hanno un profondo, aurorale legame con lo statuto intimo del logos e dei fonemi che lo originano, fino all’archetipico soffio biblico. Tornando alla scrittura, forse è tutto qui: si tratta di equipaggiarsi per esplorare spazi in cui risuonano le intuizioni che possono restituirci briciole di senso e, facendolo, essere in grado di non farsi risucchiare, per debolezza o narcisismo, da un’ esperienza borderline che, nel momento in cui sembra restituire significato anche all’indicibile, ti rigetta nel vortice di follia della realtà. Ecco, si tratta di una battaglia per sfuggire all’abbraccio dell’alienazione per riportare “a casa” brandelli di verità. Rimane sempre il dubbio: ai fini dell’esplorazione, in questo viaggio cos’è meglio, il biglietto di sola andata o l’andata-e-ritorno? Ma perché il terrore contenuto in questa domanda continui a rispecchiare senso e meraviglia, è augurabile che la questione rimanga nell’ambito del sofistico. Ecco perché mi è capitato di parlare della scrittura anche come un esercizio per addomesticare una forma di disadattamento. E sarà per questo che non so decidermi se amarla o detestarla. Più o meno quello che, in privato, ci capita di fare con noi stessi più di quanto siamo disposti ad ammettere sotto la crosta fisiologica del narcisismo in cui sguazziamo o con cui ci difendiamo.

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro, insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura”, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaboratofra gli altri con La Repubblica,L’Europeo, Cuore, Max, Il Giornale, Carnet, Linus, Ae Oggi.

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Amneris Di Cesare: Quando hai scoperto che scrivere era il tuo destino?

Giampaolo Spinato: È una domanda trabocchetto. Per un po’ anch’io ci sono cascato, in particolare dopo il secondo romanzo, quando ho cercato di capire cosa c’entrasse la scrittura con le mie origini. Nella mia adolescenza avevo fatto delle vere e proprie battaglie per studiare, disorientando tutti perché in una famiglia dalle radici contadine ed operaie questa era un’opzione incomprensibile e di difficile realizzazione. In più, non finalizzavo il mio percorso di studi al lavoro, studiare mi piaceva in sé e basta. Alla fine mi sono convinto che tutto sia nato appunto sui banchi di scuola, dalla passione misteriosa che sentivo specialmente alle medie, durante l’ora di epica. Aspettavo tutta la settimana quel momento e non vedevo l’ora che si leggessero in classe le pagine dell’Iliade, dell’Eneide o dell’Odissea. Avevamo una splendida, voluminosa antologia che ancora conservo insieme al ricordo di quanto pesava nella cartella. Era curata dal grande Salvatore Guglielmino. Si intitolava Armi Eroi Popoli, della Principato editore. Ma, per rispondere senza retorica alla domanda e al luogo comune che la innerva, di destino non ce n’è che uno ed è uguale per tutti. Nel frattempo ognuno si arrangia come può per tentare di sottrarvisi. Il paradosso è che alla fine sarà stato tutto inutile eppure è proprio da questi nostri ottusi sforzi che scaturisce tutta la gamma della meraviglia di cui godiamo nella vita: felicità, infelicità, ambizione, apatia, euforia, rinuncia, progettualità, etc. In questo senso, il santo e il genio criminale condividono la stessa spinta innescata dal terrore e dal mistero del proprio essere mortale.

A. D. C.: Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

G. S.: Il supporto per la scrittura è intimamente connesso con il gesto e l’esperienza dello scrivere, può condizionarla e frustrarla o esaltarla, supportando appunto l’elaborazione. La scelta dipende da cosa si sta facendo. La progettualità che precede o accompagna la stesura vera e propria di un romanzo può passare anche da testi, pre-testi o paratesti, compresi appunti, schizzi, disegni o scarabocchi incomprensibili. Ognuno di questi passaggi elegge o esige il proprio tipo di supporto. Durante la stesura del Cuore rovesciato, per esempio, ricordo d’aver consumato decine di pastelli a cera per trascrivere l’indice a tutta parete alle mie spalle. Per Pony Express avevo sommerso la scrivania di fogliettini memo. Per Amici e nemici, invece, dovevo farmi largo fra le cartine topografiche di varie città che tenevo sempre aperte sulla scrivania e i grandi fogli di bloc notes su cui trascrivevo sempre e solo a matita – Faber n. 2, per la precisione – i dialoghi che concepivo nel dormiveglia prima di metterli a lavorazione nelle sessioni al computer. La scelta del supporto però, come ho detto, non è affatto ininfluente. C’è stato qualche episodio in cui, almeno in fase preliminare, il ritmo e il rumore dei tasti della macchina per scrivere mi erano necessari. Dopo gli anni pionieristici della videoscrittura – mi ero fatto regalare una mastodontica e costosissima, per quei tempi, macchina che occupava quasi tutta la stanza – sono passato da un primitivo notebook ai minitower. Nella fase realizzativa vera e propria oggi la soluzione più comoda è senz’altro il pc per la velocità e la duttilità, la comodità di esecuzione, archiviazione e revisione delle varie stesure. Ma, in buona sostanza, lo spazio fisico strutturato dal rapporto tra lo schermo e la tastiera deve rappresentare un limite non valicabile da altro, uno spazio separato. E, curiosamente, pur prestandosi efficacemente alla flessibilità richiesta dal gesto, per servire l’esperienza dello scrivere il computer deve essere completamente menomato di tutte le facoltà aggiuntive, ivi compresa la mistica del collegamento permanente con il mondo rappresentato dalla rete e dai social. Insomma, occorre sapersi servire del supporto, non esserne asserviti. E questo equilibrio si costruisce sia a livello simbolico che a livello pratico, staccando lettermente la “spina” quando è necessario.

A. D. C.: C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

G. S.: Oltre al sonno e al sogno? No. Mi adatto. Ho notato che vi sono alcuni materiali che spingerebbero per occupare gli spazi meno ordinari. Intendo dire che alcuni temi o personaggi, per farsi “leggere” e incontrare, prediligono ad esempio il notturno rispetto al diurno. Col tempo ho imparato a leggere questa caratteristica aurorale delle storie che chiedono di essere portate alla luce, ma anche ad adattare questa qualità specifica alle esigenze della quotidianità e ad una certa cura che occorre avere per se stessi, anche per essere fisicamente in grado attraversare fino in fondo quell’esperienza unica che è la scrittura di un romanzo. Si tratta di un processo in cui si impara anche a non farsi schiavizzare dalle nostre stesse storie, a coglierne la natura intima e saperla valorizzare, senza aderirvi pedissequamente, governando persino il latente dispotismo che portano con sé. Scrivere non è di per sé cosa buona e giusta. Voglio dire, non può essere considerato a priori un gesto così neutro o positivo, come ci si vuole fare credere, porta con sé anche valenze di esasperazione o autoinganno, mascheramenti e persino autodistruttività, a volte.

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro e insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura“, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaborato fra gli altri con La Repubblica, L’Europeo, Cuore, Max, Il Giornale, Carnet, Linus, A e Oggi.

Pubblicato: 20 luglio 2012 da amnerisdicesare in scrivere

Anche questa è un’iniziativa da tenere presente…

vibrisse, bollettino

Ho voglia di fare un libro. La voglia di fare questo libro mi è venuta leggendo altri libri.

Il titolo del libro da fare è: Il ricordo d’infanzia.

Vorrei raccogliere cento, mille, duemila ricordi d’infanzia. Non necessariamente primi ricordi d’infanzia. Ricordi di quando avevamo non più di otto anni. Ricordi, se possibile, autentici: cioè proprio ricordi personali, non ricordi attivati da racconti e rievocazioni di genitori e parenti. Non necessariamente, peraltro, ricordi “veri” nel senso comune della parola: la memoria dell’infanzia è piena di fantasie, sogni, immaginazioni – che non sapevamo allora, né sapremmo adesso, distinguere da ciò che ora, da adulti, consideriamo “vero”.

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Domanda (24.01.2012):

Ciao, volevo chiederti, se ti facessi avere una “rosa” di dieci domande sulla scrittura e sul mondo che gravita attorno a esso, mi concederesti un’intervista per il blog del forum che gestisco? http://fiaeforum.freeforumzone.leonardo.it/ (il blog èhttps://fiaeforum.wordpress.com/) e a breve conto di aggiornare il thread “interviste” ma se clicchi sul tag interviste dovresti trovare la maggior parte delle interviste agli scrittori e editor che abbiamo già fatto negli anni, per renderti anche conto del tipo di domande.
Parleremmo anche dei tuoi nuovi progetti di scrittura, del libro nuovo, se vuoi anche del gruppo intantocheunlibrosiscrive…
fammi sapere.
ciao
amneris

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Risposta (11.07.2012):

Cara Amneris,

ma invece di fare un’intervista non si può fare un’anguriata e discuterne tra una fetta e l’altra? Voglio dire, a me piacerebbe rispondere alle tue domande o a quelle dei partecipanti al tuo forum in modo semplice, genuino, approfittandone per trarre qualche riflessione. Questo però richiede un forma di libertà, piacere e leggerezza che fa a pugni con la cornice convenzionale dell’intervista confezionata tutta in una volta, magari mettendo insieme frasi ad effetto e perle di saggezza. In fondo, la tua richiesta non è che l’estensione scritta di un dialogo a distanza che dura da qualche anno. Potremmo seguire il flusso irregolare ma costante di questo invisibile scambio rompendo il clichè di quella confezione e realizzare invece un dialogo nel tempo. Non abbiamo scadenze, non c’è nulla da promuovere e anche gli spazi e le modalità della pubblicazione online si prestano all’idea di sottrarsi dallo stereotipo per lasciar fluire sensi, spunti e significati. La cornice potrebbe essere quella di un post variabile, in cui il testo cambia da un aggiornamento all’altro, introducendo nuovi contenuti. Oppure una conversazione libera, a puntate, che, vista la stagione, potremmo chiamare fette d’anguria, salvo poi, se la conversazione dovesse prolungarsi, diventare una castagnata, un natalino col panettone o il vin brulé, e così via. Prendendoci tutto il tempo che ci occorre, tu mi proponi le tue (o altrui domande) e io provo ad affrontare le questioni sul tappeto. Che ne dici? Fammi sapere.

Ciao!

Giampaolo Spinato

P.S.: Tanto per cominciare, trovo molto interessante l’esergo del vostro forum con la citazione di Ágota Kristóf che, dopo un incipt clamorosamente vero, cede alla supponenza prevedibile dello scrittore, con una chiusa deludente, se non idiota.

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro e insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura“, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaborato fra gli altri con La Repubblica, L’EuropeoCuoreMaxIl Giornale, CarnetLinusAOggi.