Archivio per agosto, 2012


Amneris Di Cesare: Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto?
Giampaolo Spinato: Al contrario. Di certo, non sono incline all’autocompiacimento. Talvolta, persino mi inquieta. Sento piuttosto di essere amato da quello che scrivo, nel senso che ho l’impressione che nella scrittura si sedimentino squarci di consapevolezza difficilmente raggiungibili nella vita reale. A questo si deve forse quel sentimento latente e curioso di estraneità che accompagna la conclusione di una storia, quando la si lascia andare, perché non è più tua, non ti appartiene più, è pronta per andarsene in giro sulle sue gambe. Non riesco nemmeno più a indispettirmene perché da anni ormai considero il rapporto tra progetto e sorpresa – che è anche il titolo del laboratorio di scrittura che conduco dal 1995 – il nucleo fondamentale del lavoro sulla scrittura. Gli esiti di questo rapporto tra progettualità e capacità di cogliere le risposte organiche, vivide dei testi hanno sempre qualcosa di miracoloso.

A.D.C.: Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati?
G.S.: Mai. E, alla luce di quanto ho detto sopra, forse dovrei farlo. Mi è capitato di leggere dei brani ad alta voce in incontri pubblici; al funerale di mia madre ho letto un pezzo del Cuore rovesciato che la ritraeva nel momento in cui, da giovane, prima che nascessi, aveva coraggiosamente e rabbiosamente sottratto la sua primogenita alle sperimentazioni di un ospedale pediatrico perché morisse in pace (e questa sorellina che non ho mai conosciuto è diventata poi il fratello morto che portava lo stesso nome del protagonista del romanzo); e infine Amici e nemici, il romanzo sul rapimento di Moro: l’ho ripercorso per farne una riduzione teatrale in forma di tragedia moderna con tanto di coro, prologo, parodo, stasimi, episodi, esodo. Avrebbe dovuto essere prodotta da un importante istituzione milanese e non è mai stata rappresentata.

A.D.C.: Riesce ancora a stupirti la tua scrittura, ti capita il classico “ma davvero questo l’ho scritto io?
G.S.: Come dicevo, c’è lo stupore dell’autocompiacimento e quello che registra la scoperta, l’insorgere di una nuova consapevolezza. La scrittura non accompagnata da quest’ultimo è inautentica. Del primo eventualmente va coltivata la funzione propulsiva, sfruttando l’iniezione di fiducia in termini progettuali di elaborazione e rielaborazione, separandolo dalla tendenza a una sterile saturazione narcisistica.

A.D.C.: Nei tuoi libri, almeno a partire da Il cuore rovesciato (Selezione Premio Campiello 1999) fino ad arrivare a La vita nuova, il protagonista si chiama Gianpaolo (con la n), è scrittore, vive a Milano, e i personaggi che gravitano attorno a lui sono gli amici di sempre, del quartiere, della scuola, della vita che scorre e che muta. Come mai la scelta di un solo personaggio per più romanzi?
G.S.: Il cuore rovesciato, Di qua e di là dal cielo, Amici e nemici e La vita nuova appartengono a una pentalogia il cui concepimento risale ai primi anni Novanta. Dopo la pubblicazione di Pony Express mi sono dedicato a questo progetto, cui manca l’ultimo tassello, quello che per me dà il titolo all’intero percorso. I personaggi che ritornano dall’uno all’altro libro sono più d’uno. Oltre ai componenti del nucleo familiare di appartenenza del bambino protagonista del Cuore rovesciato – che si ritrova prima adolescente e poi adulto nei libri successivi – ricorrono tutta una serie di personaggi secondari e, soprattutto, Sebastiano, la cui parabola biografica, segnata dall’escalation terroristica, assume un ruolo di primissimo piano in Amici e nemici, in cui si rielabora il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Non si può dire che Gianpaolo “con la enne” – che, tra l’altro muore, sostituito dalla nipotina, nel quarto episodio – sia la mia esatta proiezione. Di certo abbiamo molte cose in comune, compreso il nome di battesimo che varia di una sillaba. L’ironia di questa sfumatura – ironia intesa in parte in senso etimologico, come dissimulazione, per creare una complicità nel processo di identificazione del lettore rendendolo partecipe di una visione “altra” della realtà, in parte come spia di incongruità e discordanza, capace appunto di attivare e nello stesso tempo di mettere in discussione l’adesione al punto di vista dei protagonisti – è parte costitutiva e riconoscibile di tutti i miei lavori, a partire da Pony Express. Si tratta secondo me di uno strumento molto efficace per stabilire la giusta distanza e riuscire a nominare le realtà narrate, permettendo di cogliere le sottili dif¬ferenze fra storico e vissuto. Le verità dell’uno – ciò che è realmente accaduto – non escludono l’autenticità dell’altro – il riflesso intellettivo, psichico ed emotivo di ciò che accade nella realtà – anche se non sempre coincidono. Ma forse proprio questa discrepanza costituisce un terreno di esplorazione. Aggiungerei solo che, in termini squisitamente emotivi, non esistono scritture del tutto avulse dall’autobiografia, persino la fantafiction in fondo è una secrezione di attività neuronali, immaginative, sentimentali, in qualche modo, dunque, ha a che fare col vissuto.

A.D.C.: Quanto c’è di autobiografico nel Gianpaolo dei tuoi libri?
G.S.: La letteratura si muove nello spazio tra storico e vissuto, alla ricerca di intuizioni che altri strumenti di rappresentazione, altre scritture – tanto meno i dispositivi di misurazione scientifica o le fascinazioni della teoretica – non sono in grado di illuminare. L’autobiografia, in questo senso, da materia aneddotica, sentimentale o auto celebrativa, come la si intende di solito, può diventare una delle porte spalancate sull’incognito.

A.D.C.: Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola?
G.S.: Scrivere un romanzo è ogni volta un’esperienza unica. Quando applichi gli automatismi appresi nell’esperienza precedente, il libro si ribella. È la storia che detta i tempi, i modi e anche la lingua, non c’è che da rassegnarsi. Il resto, compresa la più geniale e stupefacente utensileria tecnico-scientifica, cui ricorre per esempio un’arte applicata come il cinema, può essere utile, ma viene dopo.

A.D.C.: Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?
G.S.: Sintonizzarti con una storia implica un confronto che mette in discussione tutto quello che credi di sapere su di essa. In certi casi perfino l’incostanza può assumere il carattere di disciplina. Ma il più grande nemico del gesto creativo è una certa mistica romantica, dura a morire, che usa in modo equivoco e fumoso concetti come l’ispirazione, appunto.

A.D.C.: Sei il fondatore di Bartleby Factory. Vuoi raccontarci brevemente il progetto che sta alla base della scuola da te fondata e perché l’hai costituita?
G.S.: È l’associazione nata in seguito all’esperienza cominciata nel 1995 con il progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura”. Fin dai tempi della mia formazione ho sempre avuto una particolare attenzione ai processi di elaborazione espressiva e alle dinamiche dei linguaggi con cui si declinano. Si tratta di una ricerca che viaggia in parallelo coi miei percorsi personali. Nel tempo ho voluto dare una «casa» a energie, idee, ricerche, vocazioni e talenti incontrati in questi anni. Oltre a organizzare i corsi di scrittura creativa – come quello collaudato del Progetto e la Sorpresa, di cui sta per cominciare la nuova edizione annuale – Bartleby Factory ha collaborato negli anni con vari enti pubblici e privati, progettando interventi pedagogici nell’area formativa e artistica.

A.D.C.: Di gran voga alla fine degli anni ’90, più recentemente messe al bando da molte polemiche in rete e non solo; cosa puoi dire a favore dell’insegnamento della scrittura e ai corsi che proliferano un po’ ovunque e cosa contro?
G.S.: Sul tema si sono spesso fomentate polemiche sterili. Menzogna, pressapochismo, velleità e opportunismo allignano ovunque. In un articolo scritto per il Corriere della sera, Paolo Di Stefano ha fatto qualche tempo fa il punto della situazione, descrivendo uno scenario complesso e interessante. La lingua è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per nominare il mondo, dunque, per provare a comprenderlo. Se la domanda di spazi elaborativi sulla scrittura e la lettura non accenna a diminuire, anzi, è perché ci si rende conto di quanto sia decisivo il rapporto che stabiliamo con il linguaggio e di come gli strumenti formativi messi a disposizione dal sistema educativo siano andati deteriorandosi. Leggere e scrivere rendono liberi. Tutto qui. E’ una scelta. Un orientamento di vita applicabile, attraverso l’esercizio e la pratica, in ogni campo della vita. E l’una cosa illumina l’altra. Alla fine, si tratta di capire qual è la quota di libertà che siamo disposti a perdere, non facendolo, e smetterla di lamentarcene. Certo, al di là delle mode e degli slogan, si tratta di sapersi orientare nella vastità di offerte, informandosi e valutando docenti, tecniche, strumenti e obiettivi dei corsi.

A.D.C.: A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?
G.S.: Parlare di una cosa che si sta scrivendo equivale a smettere di scriverla. Lo dico per esperienza. Talvolta, è vero, può essere utile farlo, anche per la tua e l’altrui salute. Allo stato, preferisco rischiare e rimanere nel vago, continuando a lavorare. In ogni caso, la distanza tra scrittura e vita di un manufatto letterario, comprese modalità e supporti della sua veicolazione, è tale da richiedere un capitolo a parte per parlarne compiutamente.

A.D.C.: Un consiglio a un aspirante scrittore?
G.S.: Leggi, invece. È lì che si scrive. Ma se è tale – scrittore, senza aspirante, che fa anche pneumologicamente brutto… – già lo sa.

A.D.C.: E ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione?
G.S.: Chiediti perché e cerca gli alleati (operatori: editori, agenti, etc.) che potrebbero credere nelle tue ragioni.

A.D.C.: Grazie per averci concesso questa intervista.
G.S.: Grazie a voi.

(A. Di Cesare)

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro, insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura”, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaboratofra gli altri con La Repubblica,L’Europeo, Cuore, Max, Il Giornale, Carnet, Linus, Ae Oggi.

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INTERVISTA A KYLEE DOUST – AGENTE LETTERARIO

Pubblicato: 12 agosto 2012 da amnerisdicesare in INTERVISTE

Grazie Kylee per aver concesso di rispondere alle nostre domande.  Iniziamo con presentarti ai lettori:

1. chi è Kylee Doust e come invece nasce la Kylee Doust Agency (http://kyleedoustagency.blogspot.it/)?

Sono un’agente letteraria e rappresento autori italiani di narrativa (e qualche volta di saggistica) per la pubblicazione sia in Italia sia all’estero. L’Agenzia è nata nel 2002 dopo un’esperienza lavorativa all’interno dell’ufficio diritti dell’Einaudi dove mi occupavo delle cessioni all’estero dei titoli italiani del catalogo Einaudi.

2. Questa intervista, in realtà nasce da un tuo post su twitter rimbalzato su facebook “Sanno scrivere romanzi interi, ma la scienza della mail efficace è un’arte che ancora non riescono a perfezionare” e che non mi è passato inosservato. Sarebbe interessante poter approfondire questo assunto. Gli autori, quindi, sebbene già esperti nell’arte dello scrivere, ancora non sanno presentare se stessi a un editore o a un agente letterario?

Con questo tweet in realtà mi meravigliavo del fatto che un autore è capace di dar vita ad un personaggio, decidere se renderlo forte, insicuro, timido oppure spavaldo. Ma quando si tratta di scrivere con la propria voce e soprattutto se scrive alla persona che gli piace o se deve fare colpo allora diventano subito insicuri.

3. Come dovrebbe essere e quali informazioni dovrebbe contenere una mail di presentazione efficace?

Secondo me la regola per la presentazione efficace è essere brevi e diretti, e far intuire allo stesso tempo la propria personalità. Contenere una frase che stimoli la curiosità di chi legge. La chiave è quella di saper dosare la giusta quantità di modestia e sicurezza di sé.

4. Cosa non dovrebbe assolutamente contenere quindi quella mail?

La cosa che non mi piace leggere mai e soprattutto in una lettera di presentazione è quando un autore attribuisce il mancato successo del proprio libro alla casa editrice oppure alla distribuzione oppure alla copertina.

5. Ricevi molte richieste di valutazione di manoscritti?

Che cosa si intende per molte?… Si! In verità sono sempre di più.

6. Come agenzia letteraria rappresenti i diritti esteri di scrittori famosi come Moccia e Ammaniti. Ti occupi solo di scrittori già affermati oppure nella tua scuderia hai anche scrittori emergenti e/o esordienti?

Prima di tutto tengo a precisare che l’agenzia si occupa di diritti di pubblicazione in Italia e all’estero dei nostri autori. Leggo i manoscritti che mi inviano e se mi piacciono li prendo. Certo, non mi dispiace se a voler essere rappresentato da me è un autore già noto; ma il primo criterio di scelta è il piacere nella lettura a prescindere dalle copie che un autore vende al momento. Ho molti scrittori emergenti che non conoscete solo perché non sono famosi (almeno non ancora).

7. Negli USA la tutela da parte di un agente letterario è prassi ormai consolidata, al punto che anche gli esordienti si rivolgono a un agente e difficilmente si mettono a cercare un editore da soli. In Italia questo ancora non avviene. Secondo te perché?

In America sono le stesse case editrici che ti consigliano di prendere un agente  mentre gli editori italiani non si sono ancora convertiti e spesso prendono autori anche se non assistiti da un agente.

8. Scegliere un editore, per un esordiente o un emergente può essere relativamente facile, basta fare un po’ di ricerca mirata: consultare il catalogo delle case editrici e valutare se il proprio manoscritto sia in linea con le loro scelte editoriali, controllare se si tratti di casa editrice non a pagamento, eventualmente consultare la sezione dedicata alla distribuzione. Per la scelta di un’agenzia letteraria le cose sembrano essere più difficili. In base a quali caratteristiche si sceglie un’agenzia? E soprattutto, cosa fa di un’agenzia, l’agenzia giusta?

Avviene proprio come nella vita quotidiana, dico sempre che l’editoria è paragonabile ad una storia d’amore: scegli per affinità, scegli perché senti che è quella giusta, scegli perché decidi di fidarti.

9. L’agente letterario è  utile come figura, può fare la differenza per un autore in Italia presso le case editrici?

Certo.

10. Ci sono agenzie che chiedono tasse di lettura del manoscritto prima di decidere se prendere l’autore in rappresentanza. Ma ci sono correnti di pensiero che affermano che l’agente, come l’editore, non deve chiedere nessun contributo preventivo all’autore. Tu cosa ne pensi?

Io scelgo di non far pagare nessuna tassa perché voglio sentirmi libera di leggere cose che mi piacciono e che rappresenterei. (e anche di abbandonare un libro quando non mi convince). Credo che il parere di una persona che non è coinvolta in maniera continuativa in tutto il processo lavorativo di un libro, ma che ha il compito di sola lettura, non sia sempre un filtro affidabile.

11. Se un emergente volesse rivolgersi a Kylee Doust Agency per essere rappresentato cosa deve fare (a parte redigere la mail/lettera di presentazione efficace di cui sopra)?

Sono due le cose che deve aver scritto:

una mail efficace di presentazione (di cui sopra) e un libro che mi conquisti.

12. Siete interessati a romanzi di genere in particolare?

Un genere ricorrente: quello scritto bene!

13. Come e dove far pervenire il materiale in visione?

Email?  Preferisco ricevere tutto via e-mail e di poter leggere il materiale in format elettronico.

Grazie per la pazienza e per la disponibilità,

(Amneris Di Cesare)

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