INTERVISTA A FABRIZIO CORSELLI, CURATORE EDITORIALE

Pubblicato: 28 aprile 2013 da amnerisdicesare in scrivere

imagesFabrizio Corselli era già stato da noi intervistato qualche tempo fa. Lo abbiamo interpellato nuovamente per chiedergli di parlarci dei suoi nuovi progetti editoriali sempre inerenti alla Poesia:

Grazie Fabrizio per averci concesso questa intervista. Vuoi parlarci un po’ della Casa Editrice con cui collabori al momento?

Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo è una casa editrice indipendente fondata a Roma nel novembre del 2009. Si distingue nel panorama editoriale attuale per uno spirito professionale e un piano di promozione mediatica sia nei confronti dell’autore sia nei confronti del mercato di riferimento.

Come mai hai deciso di intraprendere la strada del curatore editoriale?

È successo per caso. Mi sono sempre dedicato alla scrittura, ma nel tempo la mia condotta è stata caratterizzata sempre più da una dimensione strutturante e organizzativa non solo del materiale letterario ma anche di risorse umane. Parlo per esempio dell’insegnamento della Composizione poetica presso scuole, associazioni, biblioteche e librerie, oppure dell’organizzazione di eventi letterari. Dopo avere pubblicato “Drak’kast – Storie di Draghi” con Edizioni della Sera, i rapporti con l’editore si sono rafforzati ed evoluti, tanto che egli mi ha chiesto di dare corpo alla sua idea di una collana di poesia giapponese; e così, ho accettato. Una volta intrapresa questa strada, ho capito seriamente di essere portato per questa figura che richiede responsabilità, flessibilità, capacità organizzativa e di relazione, ma soprattutto creativa. Il curatore editoriale non è soltanto uno che seleziona, ma che dà voce e corpo a un insieme di elementi apparentemente diversi fra loro, egli ricerca l’armonia del tutto. Specialmente quando si tratta di una collana antologica, laddove bisogna collimare e armonizzare più contributi testuali e più teste. Non è solo una questione di stilistica ma di concetto ed empatia.

 Vuoi parlarci un po’ della Collana che curi?

Partiamo intanto dal nome. L’Hanami (lett. “ammirare i fiori”) rappresenta la tradizionale usanza giapponese di godere della bellezza degli alberi, nella fattispecie della fioritura primaverile dei sakura (i ciliegi da fiore giapponesi), Saku.

Il fiore del Ciliegio, con la sua delicatezza, con la brevità della sua esistenza è per i giapponesi il simbolo della fragilità, ma anche della rinascita, della bellezza e dell’esistenza. Esso è il simbolo della caducità della vita; ma per quanto possa apparire così effimero, il suo colore rosso acceso delle ciliegie viene accostato all’ardimento e alla forza d’animo dei samurai pronti a sacrificare la loro vita in nome di alti ideali. Fuggevole quanto lo è la poesia haiku nella sua intangibilità ma intensa e limpida nella propria potenza espressiva; un genere poetico dai toni semplici, che fa della contemplazione estatica la sua caratteristica peculiare, nel rendere l’uomo un tutt’uno con la natura, fermando il tempo a un suo preciso istante.

La collana Hanami raccoglie le vivide testimonianze letterarie di molti validi haijin (poeti) moderni, volti all’acuta e attenta osservazione della natura che li circonda, trasfigurandola in piccole gemme che hanno la forma di soli tre versi (un intero universo contenuto in 17 sillabe).

Perché proprio il genere haiku?

Prima di tutto, per una questione progettuale. La richiesta dell’editore è stata proprio l’haiku. Secondo poi, perché l’haiku è molto attuale come genere e ha ancora tantissime potenzialità da scoprire e riscoprire. Soprattutto il suo intenso legame con la natura, la sua semplicità ed essenzialità che lo rendono un genere versatile e allo stesso tempo affascinante. L’haijin, rispetto al poeta classico, ha una maggiore sensibilità verso gli elementi naturali e ne descrive la bellezza con immagini delicate e vivide, rasentando la forma del sogno, soprattutto impiegando parole che per lui sono ricche di un preciso significato. L’attenzione ai fenomeni naturali è collegata al sentimento delle stagioni, facendo così del kigo (elemento stagionale), un fondamento essenziale e obbligatorio per l’haiku. L’haijin è capace di soffermarsi sulle piccole cose, sulle piccole azioni che, in una società frenetica come la nostra, andrebbero perse nel semplice istante di una brezza leggera: lo scorgere un fiore in mezzo alla strada, una goccia che cade dalla grondaia, una foglia rapita dal vento, così fuggevoli agli occhi di un individuo assorbito dal lavoro. Tale genere ha suscitato così tanto interesse da essere perfino inserito nei libri di testo delle scuole elementari.

Quali sono le difficoltà più frequenti in cui ti imbatti quotidianamente?

Sicuramente il continuo relazionarsi agli scrittori che ti contattano per la pubblicazione. Volendo usare due aggettivi specifici, molti di loro sono “sprovveduti” e “sprovvisti” della tecnica più elementare di composizione, oltre che muniti di una presunzione e arroganza tanto irritanti quanto disarmanti. La professionalità sta proprio nel saper gestire queste forme di dialogo, già viziate, senza scadere in liti, ma ribaltandone le sorti in maniera positiva. Cercare di trovare un elemento di equilibrio tale che la valenza letteraria non soccomba al carattere della persona. Sappiamo benissimo che, a volte, persona e scrittore non coincidono, e sarebbe davvero una grossa perdita, e poco onesto a livello intellettuale, dover “eliminare” tale individuo da una selezione solo perché ingestibile. È anche vero che, in casi limite, bisogna tutelare la serenità e la prosecuzione del progetto.  Il materiale da gestire non è solo testuale, quindi il lettore può farsi un’idea della difficoltà di questo lavoro.

E le soddisfazioni più grosse?

Le soddisfazioni più grosse si hanno quando si ottiene il consenso da parte di tutti gli autori, non parlo degli elogi, che fanno sempre bene, ma della piena consapevolezza comune nell’avere raggiunto un traguardo insieme, di aver collaborato a un progetto che è di tutti. Un errore che non deve fare il curatore editoriale, e tanto più l’editore, è di considerare l’opera come propria. In secondo luogo, come nel caso del volume Inverno Haiku, arrivare sugli scaffali di grosse librerie come la Feltrinelli e Mondadori. A molti potrà sembrare una cosa normale, pubblichi e quindi automaticamente sei in tutte le librerie d’Italia, ma non è così.

Con quali criteri selezioni uno scrittore?

La mediazione fra curatore e scrittore avviene attraverso il testo, e su questo non c’è alcun dubbio. Pertanto esiste una serie di parametri standard che mi aiutano a discriminare uno rispetto a un altro. Il primo parametro è l’aderenza ai canoni stabiliti per la stesura dei testi partecipanti; in alcuni casi vi sono delle tolleranze, per esempio metriche. Uno dei principi generali è di non sacrificare la bellezza dell’haiku a discapito del rigore metrico, una sillaba di troppo si può accettare. Altri parametri sono l’originalità, la creatività e la bellezza estetica (tenendo oltremodo in considerazione il carattere di “semplicità” ed “essenzialità” dell’haiku, condannando qualsiasi forma di manierismo o leziosità del ku, ossia del “verso”). In ogni caso, il testo viene valutato poi nel suo insieme.

Quali sono i difetti che riscontri più spesso in un manoscritto?

Parlando di una collana antologica, mi riferirò agli elaborati mandati in visione. Uno dei maggiori difetti che incontro spesso è la poca cura del testo oltre alla sua poca aderenza alle direttive richieste per la stesura; quest’ultimo caso denota la non lettura del bando di selezione. È fin troppo percepibile la sbrigatività applicata a tali elaborati, come se fossero stati messi frettolosamente in serie e poi abbandonati. Situazione che accade anche alle pubblicazioni monografiche in cui, una volta pubblicato il libro, sembra quasi che l’autore stesso se ne dimentichi o se ne disinteressi. Il tutto diventa meccanico, si vede che non c’è attenzione, non c’è passione. Testi buttati giù così, in vista della pubblicazione e basta. Il testo viene considerato dai molti solo un medium per raggiungere la fama.

E nella lettera che accompagna l’elaborato?

Per fortuna non è una situazione così critica, però si riscontra spesso l’enumerazione dei concorsi vinti o della propria situazione letteraria, quindi l’inserimento di elementi superflui, ma più di tutti la mancanza di etichetta e l’incapacità di sapersi relazionare con una figura professionale, spesso trattata al pari di un proprio amico di comitiva.

Qualche aneddoto da raccontare a titolo esemplificativo?

Sì. Tornando al discorso di prima, una signora ha scritto “hey, sei tu il responsabile di Hanami?”. Senza “ciao”, senza “Buongiorno”, e così via. Un’altra ha mandato un file enorme che conteneva più di cento haiku, dicendomi “scelga lei”. Questi sono solo alcuni esempi.

Come sono i rapporti fra curatore editoriale ed editore?

Il rapporto è a dir poco delicato, e si basa su precisi equilibri. Sia l’uno che l’altro devono avere in mente il bene comune che, in questo caso, è individuato dal prodotto editoriale finale. Come in ogni lavoro collettivo deve esistere la consapevolezza di far parte di una squadra, di non essere soli. Il prodotto finale nasce dallo sforzo di più persone, riconoscendo all’altro la propria competenza. Il più delle volte, i dissidi nascono proprio dal fatto che una figura tende a sconfinare nell’area di competenza dell’altra, accentrando tutto il potere organizzativo e decisionale nelle proprie mani. Non sono rari i casi in cui alcuni editori demandano ad altre figure per poi, alla fine, appropriarsi del loro lavoro e mettervi sopra il proprio sigillo, così come altri editori che, pur non avendo competenza in materia, pretendono di piegare il tutto alla logica del marketing, a discapito del prodotto. Per fortuna questi sono casi limite, ma pur sempre attuali. Con il mio editore ho avuto un ottimo rapporto, anche se in alcuni casi ho fatto valere le mie ragioni. Ciò non significa che si debba comunque litigare, ma il curatore editoriale non deve fare l’errore di soccombere a una scelta che non condivide solo per timore reverenziale o altro, c’è in gioco la qualità di un prodotto. Imporsi sì, senza atteggiamenti di sfida o arroganti. Il dialogo è sempre la migliore soluzione.

Si dice troppo spesso che la Poesia non vende. Cosa ne pensi?

Verissimo. Però ciò non significa la totale negazione o il cinico disinteresse del genere. Situazione verso la quale l’editoria propende, purtroppo, senza alcuna forma di responsabilità. “Non vende, quindi non si scrive Poesia”, questo va evitato. Bisogna pensare anche che il mercato definisce le linee editoriali future e, di conseguenza, plasma i temi di sviluppo. Per esempio, nel periodo in cui strapopolava Twilight, nelle redazioni arrivavano in altissima percentuale manoscritti sui vampiri, dando oltremodo una spinta ai generi del Paranormal Romance e dell’Urban fantasy. La Poesia non vende, in particolar modo, perché ci sono pochissimi lettori, e troppi la scrivono. Questo crea una disarmante dequalificazione del prodotto stesso, annegato in un torbido gorgo di banalità e livellamento. Io non sono mai stato democratico nei confronti dell’arte. Tutti hanno piena libertà di defecare su un foglio, ma non tutti hanno il diritto alla pubblicazione.

Sulla Poesia lascio a te libertà piena…

Proprio sulla Poesia, preferisco citare alcuni passaggi che ho scritto sulla pagina del F.I.A.E. : “Come dico sempre ai bambini del mio corso di composizione poetica, non esiste una vera e propria definizione di Poesia. Poi, uno di loro prende sotto il banco il dizionario e mi dice “ma maestro, qui c’è la definizione”, e io sorrido. Per me la Poesia è uno strumento dell’anima, un medium attraverso il quale eleviamo il nostro spirito nella compartecipe azione di godimento dell’esperienza estetica del poeta, e non solo. In essa, fra le sue pieghe concentriche al pari di uno stagno scosso da un sassolino, ritroviamo i nostri diversi stati dell’essere, la consapevolezza di se stessi, come accade per esempio per Narciso. La Poesia, come le altre forme d’arte, del resto non è solo poiesi, creazione, ma anche mimesis, ossia riattivazione di un fenomeno. Nelle sue anse ci si perde come in un labirinto di specchi, finché non riscopriamo la nostra esatta identità speculare. Amo pensare alla Poesia come al mito delle due metà di Platone, ma ancor di più adoro l’approccio del sublime, del pathos, situazione questa che richiede il poeta ispirato, baciato dal lumen intellettuale di un fugace fulgore trasfigurativo. La parola è fuggevole quanto l’alito del vento, ma perpetuo, eterno nella sua invisibilità apparente.”

Grazie per averci concesso questa intervista.

Grazie a voi per avermi dato la possibilità di esprimermi.

F.C.

(Amneris Di Cesare)

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