Archivio per settembre, 2015


Sono in Rete da quanto? Era il 2006.

Il Giurassico, se si parla di web.

Aprimmo un blog subito dopo aver pubblicato il nostro primo romanzo.

Senza pagare una lira. Senza promozione. Senza essere in libreria. Senza un lavoro di editing da parte dell’editore. Senza.

Nel suo piccolo fu un successo: 700 copie vendute col passaparola. Gente che capisce di editoria mi dice che ci sono case editrici importanti che stapperebbero lo champagne.

Ma parlavamo del blog. Misconosciute, cominciammo a muoverci nella giungla del web. E incontrammo subito subito le belve feroci. Non i troll, quelli tutto sommato sono innocui. Proprio le belve, Le iene, meglio.

Chi sei tu? Che vuoi? Come ti permetti di scrivere? Perché scrivi? Chi ti ha detto di scrivere? E, soprattutto, lo sai che quello che scrivi è merda?

Se ti azzardavi a chiedere se avessero per caso letto prima di…

Ma che cazzo vuoi? Ma perché ti devo leggere? Mi fai schifo, sei un’esordiente, tu inquini il mondo delle lettere con la tua stessa esistenza.

All’inizio ci soffri. Tanto. Ti deprimi. Ci piangi pure, sì, lo dico senza vergogna. Poi capisci. Ci metti tempo, ma capisci che è un gioco delle parti. Dove le iene in questione sono quelli che bordeggiano sul confine dell’editoria senza riuscire a imboccare. E schiumano di rabbia e vedono quelli che, come loro, hanno intenzione di provarci, come avversari. Nemici. Da abbattere prima che sia troppo tardi.

Passa il tempo. Pubblichi qualche altro libro. A tuo modo, nel tuo microbico, ti affermi. Qualcuno comincia a pensare che forse anche tu hai qualcosa da dire. Ma anche che, per essere ammessa nel consesso, devi ascoltare i consigli di caio, di tizio, di sempronio.

Chi ti invita al corso di scrittura, chi ti iscrive alle 2500 lezioni su come si scrive un romanzo, chi ti spulcia le virgole alla ricerca dell’errore.

E se dici: no, grazie, eccoti lì.

Non hai umiltà, sei come tutti gli esordienti. Devi scrivere di quello che conosci (e tu che ne sai di quello che conosci io?), devi ambientare le tue storie nella tua città, devi usare nomi comuni, non devi avventurarti in territori sconosciuti!

Ma la scrittura non è crescita? Non è esplorazione?

E tutti a ridere.

Eccone un’altra (nel nostro caso due) che pretende di aver scritto il best seller, che dice di non aver nulla da imparare.

Mai detta una cosa del genere. Mai.

Anche perché per me, per noi, la scrittura è studio e documentazione oltre che istinto.

Ma che scrivi a fare? Lo sai che nessuno legge?

Lo so, ma io, noi, di libri ne leggiamo tantissimi.

Non conta. E poi si sa che gli scrittori non leggono, sono i primi a non leggere.

Ma veramente noi leggiamo proprio molto, sul serio.

Sì, magari è vero, ma chi lo dice che voi siete scrittrici?

Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa. Uno che può produrre rendiconti di vendite da migliaia di copie e di euro. UNo scrittore è uno che lascia il segno. Uno scrittore è uno che scala le classifiche et cetera et cetera.

‘Sta cosa è talmente diffusa che conosco, conosciamo, scrittori che non si definiscono tali: scrittenti, autori, narratori, scribacchini, c’ho-la-tastiera-ma-è-solo-un-caso.

Serve? No, non serve.

Perché il passo successivo è: perché vuoi pubblicare?

Non è che voglio, c’ho provato, ci siamo riuscite. E’ una colpa?

Sì, è una colpa. Perché escono settordicimila nuovi titoli al minuto e voi, brutte stronze, dovete lasciare spazio agli scrittori. Quelli veri.

E quali sono quelli veri?

Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa…

Vi risparmio il resto, ma il cerchio si chiude. E si chiude su tutti coloro che producono post per invitare tutti gli altri a NON scrivere e NON pubblicare perché, pensano, così resta spazio per i loro libri.

Dal 2006 a oggi sono la bellezza di otto lunghissimi anni che mi sento, ci sentiamo, ripetere le stesse cose in salse assortite.

Su blog, su status, su giornali, su qualsiasi supporto possibile.

E ci siamo abbondantemente scocciate, stufate, annoiate, appesantite, sguallariate.

Non chiedo, non chiediamo, agli altri perché scrivono e neanche perché pubblicano.

Ogni libro che esce può essere, e spesso lo è, un’occasione di arricchimento spirituale o di intrattenimento.

Ritengo, riteniamo, che nel momento in cui qualcuno si arroga di decidere chi ha il diritto di scrivere e chi ha il diritto di pubblicare, qualcosa è andato drammaticamente storto.

Quindi facciamocene una ragione. Siamo un popolo di aspiranti scrittori? Vivaddio. Aggiungerei che magari lo fossimo sul serio.

Chi ama scrivere riflette prima di parlare.

E chi si riflette prima di parlare evita di inquinare le menti e gli spazi altrui con sentenze non richieste.

Chi scrive arricchisce anche te. Digli di continuare.


Si diceva a proposito di editor e di editing. Ho letto commenti di autori che definiscono l’editing come un vero e proprio trauma subito. Altri, invece, ritengono che senza l’editing il loro testo avrebbe avuto lo stesso valore di un blocco di marmo prima dello scalpello dello scultore. Non sono d’accordo con nessuna delle due definizioni. Noi scriviamo a quattro mani e questo, consentitecelo, garantisce un doppio filtro. Non solo per i refusi, ma anche per il ritmo, le ripetizioni inutili, l’aggettivazione ridondante, la scelta dei vocaboli, la costruzione delle scene. Ogni volta che ci vediamo, noi rileggiamo le pagine prodotte la volta precedente, a voce alta. Un ottimo sistema, datemi retta. Ma vale solo se la voce è un’altra, magari quella di un beta-reader, come si usa definirlo oggi. Dovete ascoltare ciò che avete scritto, perché se funziona nella lettura a voce alta, funziona anche in quella silenziosa che ha il compito di portare il lettore dove volete voi. A fronte di tutto ciò, gli editor che si sono trovati a lavorare sui nostri testi hanno avuto ben poco da fare. Lo diciamo fuori dai denti: gli autori che si vantano di buttar giù pagine alla rinfusa, senza badare alle virgole, alle ripetizioni e ai particolari, presi dal sacro furore della creazione, perché tanto poi ci pensa l’editor… No, grazie. La professionalità sta nel consegnare alla rifinitura un lavoro già fruibile. Perché l’editing è, appunto, un rifinire, limare, aggiustare quel punto lì dove stringe un po’. Un lavoro di sartoria, di alta sartoria. Non tutti gli editor ne sono capaci. E non tutti gli scrittori sanno porsi nei confronti di un editor. Esempio vissuto da noi con il romanzo uscirà il 5 ottobre. Marco Rosati, fantastico editor di goWare, ci manda il file corredato di commenti a margine. Su 201 fogli A4 i commenti erano meno di quaranta. A proposito di lavoro preliminare svolto dalle sottoscritte. Uno di questi commenti (tutti centrati, motivati e spesso esilaranti) diceva: “ributtante!” con tanto di punto esclamativo. Quando abbiamo rivisto insieme i punti, su quello abbiamo riso più che su altri e Marco ha tirato un sospiro di sollievo, perché temeva che ce la saremmo presa a morte. La frase che definiva ributtante a noi non sembrava così male. Non lo era, a dirla tutta. Ma “sdolcinava” troppo un momento in cui la “sdolcinatura” non era necessaria. Cassata senza pietà e senza eterne diatribe. Marco, che ci conosce già dal Puzzle di Dio, sa anche quando i nostri “no” sono insindacabili. C’era un paragrafo, a suo dire troppo melò. Lo abbiamo tenuto, lui ha capito il nostro ragionamento. Dialogo, disponibilità e, soprattutto, rispetto reciproci. Noi riconosciamo a lui professionalità e attenzione e sensibilità nell’interpretazione del testo. Lui riconosce a noi la capacità di difendere le nostre scelte senza mai pregiudizi e partiti presi. Nessun trauma, anzi, il piacere della collaborazione e, per noi, anche un’occasione di crescita. Fermo restando che se il testo è un blocco di marmo, lo scalpello per tirarne fuori una storia ce lo mettiamo tutto noi. All’editor, com’è giusto che sia, resta la lima, quella morbida, che rende le superfici morbide e avvolgenti per lo sguardo del lettore.

ZG

 

INTERVISTA A MARIO MANCINI, CO-FONDATORE DI GOWARE

Pubblicato: 28 settembre 2015 da amnerisdicesare in FIAE, GOWARE, INTERVISTE

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Indicazioni per l’invio dei testi.

Inviarci le proposte è molto semplice, abbiamo un form da compilare sul nostro sito a questo link: http://www.goware-apps.com/contatti/

Basta inviare un assaggio del proprio manoscritto con sinossi e indice. Chiediamo anche due righe in cui vengono specificati genere e titolo provvisorio e qualche informazione sull’autore.

Fare gli editori oggi è una grossa sfida: come mai avete deciso di intraprendere questa strada, quando in tanti stanno decidendo o pensando di chiudere? L’editore è diventato il mestiere più difficile del mondo dopo il ristoratore, lo dice l’Economist. L’editoria si basava su un equilibrio e su un ecosistema fragilissimo che l’avvento della rete ha scardinato alle radici. Come succede spesso, la distruzione di un equilibrio genera delle opportunità, apre delle nuove strade. La nuova strada si chiama ebook e non è solo un differente modo di distribuire un contenuto clonato da un libro. È un nuovo ecosistema per tutti i soggetti di questa industria; un ecosistema che andrà anche a mutare il modo in cui si raccontano le storie, si divulgano le conoscenze e si apprende qualcosa. In questo nuovo scenario c’è molto da fare, da innovare e da inventare e sappiamo che queste tre azioni sono enormemente motivanti e danno anche il senso di una missione. La strada è tutta in salita, ma se riusciamo a percorrerla ci sarà una ricompensa anche economica.

Siete editori NOEAP e DIGITALI. Perché la scelta di puntare solo sugli ebook e non sul cartaceo (a parte la onorabilissima giustificazione di non voler contribuire al disboscamento della Foresta Amazzonica)? Come ti dicevo sopra, l’ebook non è una scelta, è quello che sarà il libro tra qualche anno e se vuoi continuare a pubblicare libri devi saper fare gli ebook, devi capire come funzionano i nuovi media e come devi confezionare i contenuti per questi media. Di fronte all’editore c’è questo, non c’è altro.

Quali sono le difficoltà più frequenti in cui vi imbattete quotidianamente? La difficoltà più grande è che il grande pubblico non è ancora preparato a migrare dalla libreria e dalla pagina stampata verso l’e-commerce e la lettura sullo schermo. Vediamo che ci sono delle persone che preferiscono recarsi in libreria per ordinare un libro print-on-demand e attendere tre settimane invece che ordinarlo su Amazon o su IBS. Non è un comportamento razionale, ma ormai sappiamo che i comportamenti razionali in economia sono rari. Un’altra difficoltà è la resistenza dei grandi editori – per carità, comprensibile – ad abbracciare gli ebook. I grandi libri li hanno ancora i grandi editori e se la loro reperibilità in ebook è problematica o il costo è spropositato, addio ebook. Nei mercati leader come gli USA e il Regno Unito l’ebook retrocede perché gli editori che contano non lo vogliono spingere. Questo è anche un bene per certi versi, perché lascia spazio alla nuova editoria degli autopubblicati e degli indipendenti.

E le soddisfazioni più grosse? La soddisfazione più grossa è che alle 2 del pomeriggio chiudi un ebook e dopo tre ore lo trovi su Amazon in vendita. Nell’editoria tradizionale passava un mese prima di vederlo in libreria. Si potrebbe pensare di fare un ebook-quotidiano con l’analisi degli avvenimenti del giorno. Solo su questo si potrebbe costruire una narrazione.

Il digitale “paga”? Come fa a pagare se l’ebook è il 5% del mercato? Il fatturato annuo dell’ebook in Italia è quello di un centro commerciale in un weekend prenatalizio.  È tutto un investimento. I ritorni ci saranno se siamo intelligenti e resilienti.

Nel vostro mondo ideale, che volto avrebbe l’editoria? Quello di un iPad.

Con quali criteri scegliete di pubblicare un manoscritto? Scegliamo quello che ci piace. Cerchiamo anche molto. Osservando il mercato vengono un sacco di idee. Nella saggistica siamo noi a scegliere degli argomenti e a rintracciare le persone che potrebbero svilupparli. Nella narrativa, invece, ci sono i lettori dell’agenzia letteraria Thèsis Contents con i quali collaboriamo. Sono molto selettivi e alla fine dispiace mandare via qualcuno, ma non possiamo pubblicare tutti, anche se vorremmo.

Quali sono i generi che prendete in considerazione per un’eventuale pubblicazione, e quali quelli a cui invece assolutamente non siete interessati? Siamo interessati a tutti i generi. Più che al genere guardiamo alla qualità della scrittura, al valore della struttura e alle innovazioni che ci vengono proposte nel modo di costruire le storie. I generi con lo streaming sono in via di superamento, poiché chi frequenta le piattaforme di streaming è molto curioso. È proprio la curiosità che rivoluzionerà tutto.

Accettate elaborati da chiunque o solo tramite agenti? Da chiunque ovviamente. Lavoriamo con agenzie e siamo in qualche modo espressione di un’agenzia, Thèsis Contents appunto.

Quali sono i difetti che riscontrate più spesso in un manoscritto? Molti sono noiosi. C’è troppa poca sperimentazione, si tende a imitare gli autori in voga. In genere ogni manoscritto ha qualche spunto interessante, ma alle volte si perde tra le erbacce.

E nella lettera che accompagna l’elaborato? L’eccessivo formalismo e alle volte sono insopportabilmente lunghe. L’editore non è la RAI, ha poche persone e ad andare veloci si leggono 250 parole al minuto. Il tempo è la risorsa che manca.

E nella sinossi? La sinossi deve essere scritta come un testo pubblicitario, deve smuovere qualcosa. Gli americani lo chiamano “Elevator pitch”: hai il tempo che l’ascensore impiega dal piano terra al quinto piano per convincermi a pigliarti. Non ti disperdere!

Promozione e marketing: come vi muovete e cosa fate per promuovere e di conseguenza vendere il libro che avete deciso di pubblicare? Bella domanda. Se qualcuno sa quello che funziona davvero, fa bene a dircelo. Alle volte fai poco e ti ritrovi nelle classifiche. Credo che due cose funzionino bene. La rete di relazioni dell’autore e l’inserimento del titolo nelle promozioni di Amazon. Sul resto non saprei davvero che cosa dire, anche se la nostra organizzazione fa tutto quello che deve essere fatto con le due persone dedicate alla promozione.

Sempre dal punto di vista della promozione e del marketing, gli autori sono attivi o potrebbero fare meglio? Non potrebbero. D E V O N O. Nei nuovi media sono loro la prima donna. Se vai per strada e chiedi il nome di un editore, forse raccogli un nome. Se chiedi di scrittori, porti a casa un bottino maggiore. L’autore è la killer app.

Alcuni autori, anche famosi, lamentano a volte di aver subito editing invasivi dai propri editor: qual è la politica della Vs casa editrice in merito? Come si sentono i Vs autori dopo essere usciti dal ‘confronto’ con l’editor? I nostri editor hanno l’ordine di rispettare il lavoro dell’autore e di intervenire solo laddove l’autore ha avuto un calo di attenzione, cosa che succede in tutti i mestieri. Laddove c’è quel calo nella lingua, nello stile, nel lessico, nel plot l’editor è vigile come il navigatore in una gara di Rally. Chi guida però è l’autore.

Avete un parco lettori affezionati che compra tutto quello che pubblicate? Tra voi e il vostro “fanclub” esiste interazione? Attraverso social network o cosa? Abbiamo delle persone che ci seguono o meglio seguono gli autori. L’editore fa poco d’interessante per essere seguito. Ci inventiamo qualcosa per tenere sveglia la platea, ma le distrazioni oggi sono tante e tra un po’ c’è anche Netflix.

A chi si stesse in questo periodo preparando per aprire una piccola realtà editoriale, cosa consigliereste? E agli autori in cerca di editore? Gli consiglierei di cercare del capitale di rischio che copra l’attività per almeno cinque anni. Agli autori direi: scrivete delle storie adatte ai nuovi media e evitate di scrivere Guerra e Pace o I miserabili.

I vostri titoli di prossima uscita? Abbiamo in programma 5 nuovi titoli di saggistica e 5 di narrativa. Tra questi ultimi, il nuovo romanzo del “duo scrittorio” composto da Laura Costantini e Loredana Falcone, Ricardo y Carolina. Questa volta le due scrittrici ci portano nel cuore della revolución, nel Messico di Benito Juárez, e ci fanno scoprire una figura femminile straordinaria, decisa a rischiare vita e onore in nome di un’idea di emancipazione che precorre i tempi e in nome di un amore che la conduce alla fuga verso la libertà. Preparate gli ereader, e i fazzoletti.

Grazie per averci concesso questa intervista.

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De gustibus (e quel che segue)

Pubblicato: 27 settembre 2015 da lauraetlory in recensioni, scritto misto, scrivere

Dibatto spesso con le persone che conosco, e che leggono (ne conosco parecchi di lettori, il che alle volte mi fa dubitare del poco amore per la lettura degli italiani, poi mi dico che è una questione di frequentazioni e io, modestamente, gli amici me li so scegliere) sul reale valore di un testo e sulla questione “gusto personale”. Spesso mi trovo nella posizione di quella che dice che alcuni pilastri della letteratura mondiale non possono non piacere. Poi mi smentisco da me. Ho faticato, e molto, a leggere “Il maestro e Margherita” e, per buona metà del testo, ho dovuto trattenere la voglia di far volare il volume oltre la finestra. Giunta alla fine, però, mi sono ricreduta. E’ un grande libro, dice moltissimo se si ha la voglia (o la capacità?) di ascoltarlo. Ma non posso condannare chi proprio non l’ha sopportato. Un lettore ha il sacrosanto diritto di chiudere un testo e usarlo come supporto per la tazzina del caffè. Anche se si tratta di un pilastro della letteratura mondiale. Figurarsi se, invece, si tratta dell’ultima fatica di autori ben inseriti nei salotti che contano. Mi sono divertita a leggere le recensioni su GoodReads di un romanzo italiano uscito da pochi mesi. Non ha importanza quale. Ha goduto di ottima critica, battage giusto, visibilità. Le recensioni, a colpo d’occhio, erano per lo più negative. Una o due stelline, argomentate da lettori delusi e pure arrabbiati. Ma ce n’erano molte entusiastiche, con tre o quattro stelline. È la scoperta dell’acqua calda? Certo. Ma è interessante. Perché lungi dal definirsi critici letterari, i lettori di quel romanzo dimostravano, argomentando, riportando stralci, facendo riferimenti ad altri autori e altri testi, di aver riflettuto su quelle pagine. Di averci ragionato, esercitando un diritto di critica che è inalienabile. Un esercizio fatto senza timori né dietrologie, come invece accade tra scrittori (o sedicenti tali). Perché, ammettiamolo, se capita, a noi che scriviamo, di leggere un testo di un altro autore, che magari conosciamo personalmente, che ci è simpatico, che magari potrebbe metterci una buona parola con quel giornalista/libraio/editore, e quel testo ci fa, fantozzianamente, cagare, scatta il dramma. Impossibile dire che ci è piaciuto. Ma ancor più impossibile mettere nero su bianco che, per i nostri gusti, quel testo non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Adesso ci vado giù dura, sia chiaro. Ma sarà capitato anche a voi di scuotere la testa davanti a pagine banali, non necessariamente mal scritte, ma sostanzialmente inutili. Ecco, forse il peccato peggiore è questo: un libro può essere bello, brutto, mediocre, pieno di strafalcioni o ben scritto, troppo lungo, troppo corto, troppo strombazzato. Ma non può mai permettersi di essere inutile. Di far pensare al lettore di aver perso tempo (e denaro) che avrebbe potuto utilizzare in modo più proficuo. Ecco, di lettori così quel romanzo di autore italiano molto noto e ben introdotto ne ha incontrati parecchi. A dimostrazione che ciò che ci viene costantemente presentato come “imperdibile” dalle fascette, dalle case editrici, dai critici, può non esserlo. E lo si può affermare, questa è la notizia, senza doversi per forza sentire ignoranti, invidiosi o superficiali.

ZG

 


Ci combattiamo da una vita. Non so chi l’abbia detto per primo/a, ma la nostra lotta, mia e di Loredana Falcone, è da sempre contro il punto uno della tavola della legge editoriale del perfetto scrittore italiano: “Scrivi di ciò che conosci”. Che, detto così, andrebbe benissimo. E’ il corollario che è sbagliato. Perché, chiunque lo abbia dettato affinché venisse inciso a colpi di scalpello sulla pietra, gli esegeti hanno poi detto la loro. Arrivando ad arringare le masse pullulanti di aspiranti scrittori con l’interpretazione maxima. Ovvero: scrivi del tuo pianerottolo, del tuo condominio, del tuo quartiere, della città in cui vivi, guardati l’ombelico e raccontaci la tua lanuggine più intima, dicci tutte le peripezie sentimentali dei tuoi avi, genitori compresi. Non ti distaccare da questo. Parla di te.

Ecco, vi diamo una notizia in esclusiva. Scrivi di ciò che conosci non vuol dire scrivi della tua unghia incarnita, del tuo malessere, della tua infanzia infelice, del tuo amore perduto. Vuol dire studia, informati, documentati, guardati intorno, ruba. Ruba da ciò che hai imparato a conoscere, valica i limiti, non fermarti mai, sii affamato di nuovi stimoli. Non è proprio la stessa cosa, vi pare? E quindi se tu, scrittore/trice, hai voglia di ambientare la tua storia nel Medioevo catalano, fallo. Se ti ispira una fuga d’amore a Ulan Bator con un cittadino keniota, scrivila. Se tua nonna di Frascati ti ha lasciato un diario sulla sua infanzia in Libia, sfruttalo. Non esistono limiti. Non devono esistere limiti. L’unico confine è l’ignoranza. Tutto il resto è creazione.

 

INTERVISTA A LUCIANO SARTIRANA, EDIZIONI DEL GATTACCIO

Pubblicato: 21 settembre 2015 da amnerisdicesare in FIAE, INTERVISTE

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Le Edizioni del Gattaccio sono nate nel 2008 per pubblicare narrative e saggistica sociale su e-book, ma siamo subito passati ai libri stampati perché le richieste su carta erano molte e quelle degli e-book no. Il fondatore e il direttore editoriale sono io, e mi avvalgo di singoli collaboratori su funzioni specifiche. In seguiti ci si è allargati a sport, teatro, poesia, viaggi e nomadismi. L’intento è quello di privilegiare stili di scrittura innovativi e, in secondo luogo, raccontare naturalmente qualcosa che ancora non è stato raccontato.

Indicazioni per l’invio dei testi.  Sempre per e-mail con allegato Pdf o Doc. Graditissime una breve biografia e la sinossi, che concorrono anche loro alla scelta… se sono scritte male, anche l’interesse per il testo precipita. Come minimo leggiamo le prime 30 pagine di ogni testo pervenuto, una quota sufficiente a decidere se proseguire la lettura o smettere.  Comunque, per tutto il 2015 sappiamo già chi pubblicare.

Fare gli editori oggi è una grossa sfida: come mai avete deciso di intraprendere questa strada, quando in tanti stanno decidendo o pensando di chiudere? Per incoscienza, idealismo, fiducia negli scrittori nascosti, fiducia nei lettori nascosti,  sfida intellettuale, lotta donchisciottesca all’ignoranza e alla superficialità. Fare libri ci dà comunque la possibilità e l’autorevolezza per fare molte altre cose (corsi, seminari e laboratori in aula e on line, eventi, teatro, progetti di comunicazione, ghost writing) che ci permettono di incamerare del bottino nei periodi in cui i libri rallentano un po’.   

Siete editori NOEAP e DIGITALI. Perché la scelta di puntare solo sugli ebook e non sul cartaceo (a parte la onorabilissima giustificazione di non voler contribuire al disboscamento della Foresta Amazzonica)? Come ho detto prima, e rinnegando le intenzioni originali, facciamo anche libri cartacei. Ne vendiamo molti di più rispetto agli e-book. 

Quali sono le difficoltà più frequenti in cui vi imbattete quotidianamente? Nella nostra Hit Parade dei problemi, al terzo posto c’è il ricevere troppi manoscritti. Al secondo il farci tenere stabilmente in considerazione da parte dei media. Il primo posto va indiscutibilmente alla distribuzione, perché una casa editrice piccola come la nostra fa fatica a finire nelle librerie… una situazione ben esplicata da un distributore, l’anno scorso, in un colloquio telefonico: “Francamente, caro amico… chi cazzo siete?”. Ma noi – che siamo astuti oltre ogni apparenza – abbiamo ovviato tenendo contatti diretti con alcune librerie amiche e soprattutto vendendo i nostri libri tramite il nostro sito. Un lettore li acquista pagando con PayPal, carta di credito o bonifico e noi gli mandiamo subito il libro. La spedizione è a nostre spese.

E le soddisfazioni più grosse? Sicuramente il fatto di non essere in passivo. Poi, che più di un nostro autore o una nostra autrice siano stati intervistati (anche in Rai, su Sky e tanta stampa) e recensiti, oltre che venduti. E che ormai raramente devo spiegare cosa sono le Edizioni del Gattaccio.    

Il digitale “paga”? No. Negli ultimi due anni le vendite di nostri e-book sono aumentate, ma siamo sempre a quote basse. Da un lato ci stiamo impegnando per capire sempre meglio questo ambito. Dall’altro devi farti notare in un oceano di e-book autopubblicati da sedicenti geni della scrittura, che li vendono a pochi centesimi pensando che la gente compri libri solo perché costano poco. Se costano poco valgono anche poco… ma è difficile uscire da questo equivoco epocale.   

Nel vostro mondo ideale, che volto avrebbe l’editoria? Può essere anche quella di oggi, con tutte le difficoltà di cui sopra. Quello che vorrei avere è la cultura diffusa e il numero di lettori di Germania, Svezia, Francia.   

Con quali criteri scegliete di pubblicare un manoscritto? In primis, assolutamente, stile originale e personale. Poi contenuti inediti e insoliti. 

Quali sono i generi che prendete in considerazione per un’eventuale pubblicazione, e quali quelli a cui invece assolutamente non siete interessati? Sì a narrativa, saggistica sociale e storica, testi teatrali, raccolte di poesia, narrazioni sullo sport o biografiche, scelte di vita alternative, riflessioni sulla scrittura. No a letteratura per bambini e ragazzi, fantasy, horror, comici o presunti tali, manuali su come avere molte barche o molte fidanzate, spiritualità varia, banalità da guru.

Accettate elaborati da chiunque o solo tramite agenti? Da chiunque, compresi agenti di polizia e agenti segreti. E, per ciò che riguarda gli agenti letterari, dal 2008 ci hanno contattato in due.

Quali sono i difetti che riscontrate più spesso in un manoscritto? La prolissità, i luoghi comuni, il voler assomigliare a qualcuno che ha avuto successo.

E nella lettera che accompagna l’elaborato? L’autoincensamento di maniera. Ci arrivano lettere dove l’autore parla di sé in terza persona e aggiunge che costui scrive in modo eccelso, moderno, mirabile, accattivante. E, accennando alla trama – qualsiasi trama – si incontrano cose come “In un crescendo di tensione, la psicologia dei personaggi è messa a dura prova dalla vita e dalle circostanze, fino ad arrivare a un finale inaspettato e che fa pensare”. Questa è autentica…

E nella sinossi? Come sopra, ma in un’altra forma: moltiplicando gli aggettivi, molti scrivono del viaggio nella trascendenza, del turbine dei sentimenti estremi, della messa in discussione dei valori condivisi, della sperimentazione senza tabù dei propri corpi… senza dire un tubo di cosa di fatto succede nella storia.

Promozione e marketing: come vi muovete e cosa fate per promuovere e di conseguenza vendere il libro che avete deciso di pubblicare?
Al punto zero
c’è la nostra presenza continua sui Social, in modo che il profilo delle Edizioni del Gattaccio permanga nella mente altrui, la perseguiti senza farsene accorgere, si insinui nei desideri di lettura più intimi come molecole di ossigeno. Puntiamo a capire prima possibile le aspettative di chi legge, quando ancora non sa di avere un nostro romanzo piantato fra l’aorta e l’intenzione.
Al punto uno, cerchiamo e creiamo parole che parlino del libro già in modo spettacolare, costruendone immagine e contenuto nella maniera più originale e peculiare possibile.
Al punto due torniamo sui Social a parlare del libro, non disdegnando ordigni come AdWords e Twitter attraverso inserzioni a pagamento. Stessa cosa per gruppi di lettura e altre radure telematiche.
Al punto tre cerchiamo di far conoscere il libro e l’autrice di persona con eventi, presentazioni, interviste sui media. Stiamo dando sempre più importanza alla traduzione dei libri in occasioni teatrali. Ne vedrete presto delle belle.
Al punto quattro c’è un livello della massima segretezza, dove una specifica e addestrata Forza da Tasca sta elaborando cose d’avanguardia del genere dada-mob e anarco-situazionista. E che naturalmente non vado a raccontare in giro adesso.

Sempre dal punto di vista della promozione e del marketing, gli autori sono attivi o potrebbero fare meglio? Sono contentissimo di come ciascuna autrice e ciascun autore si sia messo d’impegno, sia on line che dal vivo e immaginando cose, non avrei potuto chiedere di meglio. D’altra parte, l’interesse è lo stesso e la barca anche.

Alcuni autori, anche famosi, lamentano a volte di aver subito editing invasivi dai propri editor: qual è la  politica della Vs casa editrice  in merito? Come si sentono i Vs autori  dopo essere usciti dal ‘confronto’ con l’editor? Cerchiamo di scegliere testi già perfetti e autrici e autori che sanno scrivere alla grande. I nostri interventi di editing si sono sempre limitati alla caccia al refuso. Effettuare editing troppo invasivi o estesi si scontrerebbe – oltre che con le difese di chi scrive – con il poco denaro per pagare chi dovrebbe farlo, e con  la nostra stessa pigrizia. Se un testo ci piace ma c’è ancora da lavorarci, lasciamo perdere.

Avete un parco lettori affezionati che compra tutto quello che pubblicate? No. Ma c’è un’area di persone sparse che ha comprato dai due ai sei nostri testi.

Tra voi e il vostro “fanclub” esiste interazione? Attraverso social network o cosa? Non in particolare. Ma tra Facebook e le e-mail c’è un rapporto positivo – sia pur frammentato e incostante nel tempo – con un bel po’ di bella gente con cui è piacevole interagire.

A chi si stesse in questo periodo preparando per aprire una piccola realtà editoriale, cosa consigliereste?  In senso del tutto strumentale (meno concorrenti ho e meglio mi va…!) direi: lascia perdere. Più in positivo, consiglierei di trovare una propria originale e riconoscibile identità, un’unicità sia di contenuti da pubblicare che di modi di promuoversi.

E agli autori in cerca di editore? Leggete moltissimo, sappiate scrivere e immaginare, non abbiate fretta, non abbattetevi e pensate al vostro prossimo libro.

Grazie per averci concesso questa intervista. De nada!

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Soffro di una forma acuta di mal sopportazione dei luoghi comuni. Le donne non sanno parcheggiare. I napoletani non hanno voglia di lavorare. I migranti ci islamizzeranno tutti. Gli scrittori sono invidiosi. Potrei dilungarmi sui primi tre con vaste argomentazioni, ma stavolta voglio affrontare la diffusissima credenza per cui uno scrittore (se è una scrittrice, meglio) non può non essere invidioso/a del successo degli altri. Dove per successo si spazia dalla vetta della classifica delle vendite su Amazon (dove succede di toccare il vertice per quei tre nanosecondi durante la promozione a 0,99 euro) al premio Strega; dalla consegna della targa placcata argento di “scrittore primo classificato nel concorso Autore del pianerottolo” alla traduzione in tutte le lingue comprese nella torre di Babele; dalle 5 stelline su Goodreads (o Amazon o Anobii) alla megarecensione galattica sul supplemento “La lettura” del Corriere. Ora, sia chiaro, non sono bionda, non sono ottimista, non sono un tenero virgulto e non mi chiamo Pollyanna. Ma secondo me vi state sbagliando. Dico VI perché io non mi allineo mai ai luoghi comuni. E già di per me, come autrice, vi sconfesso: non sono invidiosa. Tirate giù quel sopracciglio inarcato e cancellate la smorfietta scettica. Vado ad argomentare. E faccio nomi e cognomi. Se Elena Ferrante, nel chiuso del suo tanto discusso anonimato, sono anni che scrive e anni che si fa leggere, se senza presenziare eventi letterari, senza partecipare a trasmissioni tv, senza farsi intervistare nella rubrica “Billy” del Tg1 e senza, udite udite, partecipare alla messa cantata di Fabio Fazio con la nuova uscita in piedi e in primo piano tra le dita “midiche” (nel senso di Re Mida) del conduttore, è arrivata finalista allo Strega, io che motivo ho di invidiarla? Io non scrivo come lei (non dico peggio né meglio, ognuno ha il suo stile), non tratto i suoi temi, non sono Elena Ferrante. E il fatto che migliaia di lettori la amino, vuol dire che migliaia di persone leggono libri. Mi seguite? Una persona che si appassiona ai noir di Romano De Marco, alla poesia in prosa di Maurizio de Giovanni, alla penna sarcastica e dolce insieme di Marilù Oliva è un lettore in più per tutti coloro che sanno scrivere una storia appassionante, non un sostenitore in meno per me o per qualcuno di voi. Mi dicono (io non frequento i salotti letterari) che gli scontri al veleno ci siano sempre stati, così come i giudici tranchant dietro le spalle e gli sdilinguimenti ipocriti negli incontri vis a vis. Così va il mondo, mi dicono. Mi dicono, anche, che uno scrittore che ti recensisce favorevolmente 9 su 10 sta per chiederti qualcosa in cambio, motivo per il quale tutto quel proliferare di stelline tra “amici” di penna sia indice di falsità e non di qualità. Non so per quale malinteso (perché è chiaro che un malinteso “ci ha da essere”), moltissimi autori mi chiedono di leggere i loro romanzi. E difficilmente dico di no. Magari li faccio aspettare mesi (Gianluca Mercadante, autore tra l’altro di un divertentissimo “Casinò Hormonal” Lite Editions, può testimoniarlo), ma li leggo. Ed esprimo quel che penso. Mi dicono che sono sempre magnanima nel dispensare stelle e lodi. E nel sillogismo da luogo comune chi recensisce positivo si aspetta una contropartita. Ecco, abbassate quel sopracciglio e cancellate la smorfietta, perché adesso vi sfido a dirmi quali contropartite abbia ottenuto una come me e come possa collocarsi nell’assioma degli scrittori sempre e comunque invidiosi del successo altrui.

Un libro in più venduto, una presentazione strapiena, un premio vinto (certo, non quello di autore del pianerottolo, ma anche sì, in fondo) sono successi che si devono ai lettori. E quanti più lettori ci sono, tante più possibilità esistono che quei lettori si interessino ad altre storie, ad altri autori. Un lettore non è una risorsa in esaurimento. Un lettore ha spazio per milioni di storie, molte più di quante ne contenga un kindle. Un lettore che si appassiona a un libro, ne cercherà tanti altri. E vi rivelo un altro segreto, custodito quasi quanto il terzo di Fatima: un lettore non è un binario unico. Lo so, perché prima di tutto leggo. Un lettore può amare la Trilogia della città di K e Andrea Vitali, può non averne mai abbastanza di Twilight e coccolarsi Paul Auster, può andare in overdose di romance e centellinarsi La ferocia di Nicola Lagioia. Uno che ci capiva già tanti secoli fa disse “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”.

Quindi piantatela, voi autoeletti giudici, di dire che tutti gli scrittori sono invidiosi del successo altrui. E piantatela, voi autoeletti veri scrittori, di lamentarvi, perché ne avete una fottuta paura, della ressa di aspiranti scrittori che si accalca alle porte. Le storie, come le stelle, sono tante. Milioni di milioni. Ci sarà sempre chi ha voglia di raccontarle e ci sarà sempre chi ha voglia di starle a sentire. Di leggerle. Su uno schermo, su un foglio di carta. Non importa. Ci sarà. C’è. Se smetteste di pensare che qualcuno vi odia per quel briciolo di fama in più, riuscireste ad accorgervene. E a goderne mentre scrivete la prossima storia.