Archivio per ottobre, 2015


“…(Jean, n.d.r.) Giono, un giorno, gli (a Gide, n.d.r.) disse che concepiva la letteratura come il narratore arabo, che siede a terra, congiunge la mani a forma di loto, e inizia a narrare: se la storia è interessante, i passanti si fermano, e gli danno l’obolo. Io morirei di fame, fu il commento di Gide…” da Mestieri di scrittori di Daria Galateria, ed. Sellerio

Ho letto questo libro durante un viaggio di lavoro in aereo, andata e ritorno da Venezia, e l’ho trovato illuminante. Leggo quotidianamente in Rete varie teorie (spesso in forma di veri e propri dogmi) su cosa sia la letteratura e quale debba essere l’approccio dello scrittore ad essa. Un lungo ed estenuante dibattito su questo tema si accese tempo fa traendo spunto dalla domanda se siano compatibili, all’interno di un unico cervello, le scritture giornalistica e letteraria: ovvero se un’aspirante scrittore possa permettersi di guadagnarsi da vivere scrivendo articoli. Io stessa sono stata oggetto di un attacco immotivato da parte di un autodefinito intellettuale che non mi conosce e che non mi ha mai letta né come scrittrice, tanto meno come giornalista, perché il mio percorso professionale (un decennio nelle redazioni dei maggiori settimanali italiani) sarebbe incompatibile con un’accettabile qualità di scrittura. Magari ha ragione lui, chissà?

Ma l’idea dello scrittore pagato profumatamente per macerarsi l’anima nei tormenti della creazione letteraria pura 24 ore su 24 è un mito che solo gli esordienti di oggi perseguono, abbacinati dagli irraggiungibili esempi (e guadagni) di J.R. Rowling (l’ormai ricchissima mamma di Harry Potter), di Stephen King, di John Grisham e Ken Follett o dello scomparso Giorgio Faletti.

“…Il fatto è che i materiali dello scrittore di narrativa sono i più umili. La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa. Non è cosa abbastanza nobile per voi…” da Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere di Flannery O’Connor, ed. Theoria.

Altro spunto di riflessione sul mestiere dello scrittore che, a mio modesto parere, ha ben poco a che fare con certe torri d’avorio. Chi scrive ha bisogno di restare a stretto contatto con la realtà, con la vita di tutti i giorni, con lo sguardo, l’odore, l’invadenza della gente. Per questo il libro di Daria Galateria è illuminante e andrebbe consigliato a tutti coloro che intendono affacciarsi sul Grand Canyon della narrativa per sventare sul nascere due errori fondamentali:

  1. a) credere che scrivendo si possa svoltare una vita nel lusso e nella dovizia; b) pensare che sia doveroso dedicarsi alla scrittura tout-court in una sorta di ascesi mistica e claustrale.

Prendiamo esempio dalla raccolta di biografie di scrittori famosi messa insieme dalla professoressa Galateria e scopriamo che in passato, come oggi, carmina non dant panem e questo è valso per nomi del calibro di Jack London che nel Klondike della corsa all’oro trasportava nella neve bagagli pesantissimi per miglia e miglia. E lo trovava comunque meno faticoso che scrivere.

Perché la creazione costa fatica e difficilmente rende, non dico ricchi ma autonomi da un punto di vista strettamente economico.

Charles Bukowski, tra alcool, sesso e sregolatezze di varia natura, lavorò per quattordici lunghi anni come portalettere e impiegato in un ufficio postale, prima di ricevere uno stipendio per fare la cosa che gli riusciva meglio: scrivere. Eppure non ne fu felice perché mantenersi all’altezza della propria penna lo teneva sotto pressione.

Dashiell Hammett, l’inventore dell’hard boiled, allo scrivere racconti adrenalici preferiva di gran lunga fare l’investigatore privato o, al limite, il reporter. Entrambi mestieri che lo misero in grado di scrivere come scrisse.

Italo Svevo si lasciava talmente rapire dalla scrittura che, per essere il buon industriale che tutti si aspettavano che fosse, abbandonò la penna almeno fino al momento in cui andò in pensione.

Al contrario Kafka, assicuratore assolutamente in gamba, si sentiva in colpa per non essere in grado di dedicarsi anima e corpo alla scrittura.

Thomas Eliot lavorava in banca e non volle mai abbandonare i libri contabili per dedicarsi a tempo pieno alla poesia.

Louis-Ferdinand Céline continuò imperterrito ad esercitare la medicina nei sobborghi più degradati di Parigi e George Orwell per mettersi in grado di scrivere capolavori come La fattoria degli animali e 1984 visse a lungo tra i barboni di Parigi e di Londra.

André Malraux di sicuro non aveva bisogno di diventare famoso come scrittore per vivere agiatamente. Era un ministro ma era anche convinto che tanto per fare politica quanto per creare, fosse necessario conoscere gli uomini. E rimproverava a De Gaulle di non aver mai mangiato con un idraulico.

Scrive Daria Galateria:

Perlopiù gli scrittori dei Novecento costretti per vivere a lavorare invidiano i colleghi che si consacrano alla letteratura; Svevo ammirava la ferma dedizione di Joyce al proprio talento. Ma intanto, quando l’occasione si offriva, non sempre veniva colta; quando nel ’55 l’editore Garzanti offrì a Gadda un anticipo perché lasciasse “la gentile Rai” per finire il Pasticciaccio, l’Ingegnere accettò, ma non se ne fece nulla; si trasferì a quattordici chilometri dal centro, per non incontrare gli ex colleghi, e finì a vedere la tv dal vicino del piano di sotto che era collaboratore della radio. Gli sembrava che lui e la moglie gli rimproverassero in silenzio la sua condizione di disoccupato… Comunque le ore perse con i mestieri alimentari lavorano sotterraneamente, e alla fine quasi sempre riaffiorano nei capolavori.”

Lo spunto offerto dalla vita quotidiana rende grande la narrativa se colui che la mette su carta è in grado di farsi degno tramite. E’ quello che succede con Remo Bassini (La donna che parlava con i morti, ed. Newton & Compton) al quale è stato chiesto:

E’ evidente che ne “La donna che parlava con i morti”, come nei tre precedenti, ci sia un tuo tributo al territorio in cui vivi, alle suggestioni della provincia. La domanda è: quanto dell’ispirazione si deve al quotidiano che si vive giorno per giorno?

Ha risposto:

“Tanto, ma la tentazione era di scrivere tutto.”

Scrivere tutto. Trasfondere nella pagina la vita, la propria e quella di tutti coloro con cui si viene a contatto, perché in fondo il mestiere dello scrittore è tanto, troppo simile a quando da bambini si giocava a facciamo che io ero…

Un giocare alla creazione, un immaginarsi dio e rendere reali paesaggi e persone che vivono dentro di noi, si, ma spesso intorno a noi.

Il mestiere dello scrittore mi fa pensare ad un’immagine molto suggestiva presente nel quinto libro della saga della Rowling: Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Nell’ufficio dei misteri, all’interno del Ministero della Magia, è presente un arco di pietra nella cui campata fluttua un tendaggio. Da qualunque lato lo si guardi, quell’arco non ha sbocchi, non è viatico ad alcunché. Eppure dal fluttuare del tendaggio giungono bisbiglii incomprensibili, come se numerose persone fossero intrappolate lì dentro. E’ la stessa cosa che accade nella mente di chi scrive: bisbiglii, parole senza senso, immagini, suggestioni. La vita si incanala in quell’arco e, se lo scrittore è in grado di farlo, ne fuoriesce trasformata, diversa, nuova come fosse stata appena creata.

Lo scrittore è un tramite, un arco sospeso sul nulla e sul tutto e la materia di cui ha bisogno è la realtà che ci circonda.

 

ZG

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Les Flaneurs Edizioni nasce nel 2015 grazie a un gruppo di giovani amanti della Letteratura. Il termine francese “flaneur” fa riferimento a una figura prettamente primonovecentesca d’intellettuale che, armato di bombetta e bastone da passeggio, vaga senza meta per le vie della sua città discutendo di letteratura e filosofia. Oggi come allora, la casa editrice si pone come obiettivo la diffusione della cultura letteraria in ogni sua forma, dalla narrativa alla poesia fino alla saggistica, con indipendenza di pensiero e occhio attento alla qualità. Les Flaneurs Edizioni intende seguire l’autore in tutti i passaggi della pubblicazione: dall’editing alla promozione. Pubblichiamo sia in cartaceo che in digitale.

Les Flaneurs Edizioni è un vero e proprio team. Oltre ad Alessio Rega (editore) e Bianca Cataldi (editor), ci sono Michele Fanelli (grafica), Davide Impicciatore (ufficio stampa) e altri collaboratori. Inoltre disponiamo di un comitato di lettura per la prima valutazione dei manoscritti che arrivano.

Indicazioni per l’invio dei testi.  Inviare un manoscritto è facilissimo. Basta semplicemente compilare il form presente nel nostro sito (www.lesflaneursedizioni.it) nella sezione “Pubblica con noi”. In alternativa è comunque possibile utilizzare la mail di redazione info@lesflaneursedizioni.it, anche se preferiamo l’utilizzo del form.

12092197_739418822828784_2035936992_nFare gli editori oggi è una grossa sfida: come mai avete deciso di intraprendere questa strada, quando in tanti stanno decidendo o pensando di chiudere? Perché siamo convinti di quello che offriamo: ovvero la nostra professionalità. Non è necessario essere grandi per poter essere di qualità. Credo che il nostro punto di forza sia l’editing, fatto su ogni testo in maniera professionale e approfondita. Inoltre, abbiamo una politica aziendale basata sulle basse tirature che evitano accumuli inutili di magazzino.

Siete editori NOEAP e DIGITALI. Perché la scelta di puntare solo sugli ebook e non sul cartaceo (a parte la onorabilissima giustificazione di non voler contribuire al disboscamento della Foresta Amazzonica)? Siamo cartacei e digitali. Tutti i nostri libri escono prima in cartaceo e, dopo qualche mese, anche in ebook. Unica eccezione è costituita dalla collana Petit che è dedicata ai romanzi brevi e ai racconti ed è esclusivamente in digitale.

Quali sono le difficoltà più frequenti in cui vi imbattete quotidianamente? Inutile negarlo. Il problema principale per le piccole case editrici indipendenti è la distribuzione. Pur avvalendoci di un distributore nazionale, è difficilissimo essere presenti sugli scaffali di tutte le librerie. Cerchiamo tuttavia di concentrare la distribuzione nella zona in cui vive l’autore. I nostri libri sono comunque ordinabili in tutte le librerie di Italia, nei principali store online (Ibs, Amazon, ecc.) e anche attraverso il nostro e-commerce, facilissimo da utilizzare e anche conveniente.


E le soddisfazioni più grosse? 
La soddisfazione più grossa è la stima che gli autori dimostrano per il nostro modo di lavorare e la nostra trasparenza. Facciamo tutto alla luce del sole, per ogni manoscritto che riceviamo inviamo in ogni caso la scheda di valutazione, sia nel bene che nel male. Questo per far capire che noi leggiamo interamente i lavori che ci arrivano. La nostra soddisfazione aumenta tutte le volte che andiamo in ristampa con un libro.

Il digitale “paga”? Il digitale da solo non paga. O meglio, non basta. Sono da sempre un amante del libro stampato e sono dell’idea che l’editoria digitale debba necessariamente affiancarsi a quella tradizionale. Tra l’altro negli Stati Uniti si sta registrando un’inversione di tendenza con un ritorno al libro cartaceo e più in generale alla stampa. Vedremo in Italia cosa succederà.

12080801_739418869495446_695952064_nNel vostro mondo ideale, che volto avrebbe l’editoria? Sarebbe un’editoria che premia la qualità. Questo non è il caso del sistema editoriale italiano. In Italia nella maggior parte dei casi non si vende un libro, ma si vende l’autore del libro. Più il personaggio è famoso, più copie del libro saranno vendute. Inoltre, anche nell’editoria come in moltissimi altri campi della vita, contano molto le “raccomandazioni”. Non si arriva mai per caso a pubblicare con una grande casa editrice, soprattutto se all’improvviso si spunta dal nulla. Questo sistema, ovviamente, penalizza tanti bravissimi autori emergenti e non che non arriveranno (quasi) mai a pubblicare con le grandi CE nazionali. Anche i lettori, ovviamente, hanno le loro colpe. In Italia si legge poco e si legge male. Manca proprio la cultura della lettura. Certo, ci sono anche i lettori forti (che sono poi quelli che scelgono libri di qualità) ma sono in grande misura inferiori rispetto ai lettori occasionali che privilegiano un’editoria più commerciale.

Con quali criteri scegliete di pubblicare un manoscritto? La storia è il principale elemento discriminante.
Senza una buona storia, non può esserci un buon libro. Tutto il resto può essere sistemato tramite il lavoro di editing. Detto ciò, è chiaro che un manoscritto che si presenta bene anche dal punto di vista stilistico ha molte più probabilità di passare la selezione.

Quali sono i generi che prendete in considerazione per un’eventuale pubblicazione, e quali quelli a cui invece assolutamente non siete interessati? Siamo una casa editrice generalista, ragion per cui accettiamo praticamente ogni tipo di manoscritto, dalla narrativa alla saggistica. Ogni opera può avere un suo potenziale. Certo, dobbiamo anche confrontarci con quelle che sono le tendenze di mercato del momento, ma il nostro principale obiettivo è sempre e comunque la qualità dell’opera a prescindere dal genere di appartenenza.

Accettate elaborati da chiunque o solo tramite agenti? Chiunque può inviarci un manoscritto. Non abbiamo preferenze.

Quali sono i difetti che riscontrate più spesso in un manoscritto? I libri di autori emergenti hanno un difetto comune: soffrono di autobiografismo o di ostentazione della propria cultura personale. In realtà si tratta di “difetti” piuttosto comuni che, nel caso in cui il libro abbia una buona trama e del potenziale, possono essere facilmente risolti nella fase di editing.

E nella lettera che accompagna l’elaborato? Le lettere di accompagnamento non hanno per noi un’importanza12067797_739418879495445_841805038_n fondamentale. Certo, spesso aiutano a comprendere meglio l’opera, ma il più delle volte non contengono informazioni fondamentali per chi valuta. L’importante è il prodotto che deve arrivare al lettore e cioè il manoscritto.

E nella sinossi? Le sinossi spesso sono incongruenti con il manoscritto che ci viene sottoposto. Una buona sinossi è il primo bigliettino da visita. Tuttavia, in molti casi, già nelle sinossi troviamo errori grammaticali che non lasciano presagire niente di buono. Se non altro, una sinossi scritta in tutta fretta rivela già di per sé poca cura e poca attenzione, nonché urgenza di pubblicare.

Promozione e marketing: come vi muovete e cosa fate per promuovere e di conseguenza vendere il libro che avete deciso di pubblicare? La promozione si divide in due rami: quella del cartaceo e quella dell’ebook.

– Cartaceo: lo promuoviamo soprattutto sul territorio dell’autore organizzando presentazioni, eventi, reading in collaborazione con le associazioni del posto. I testi arrivano anche ai blogger che hanno scelto di collaborare con noi e vengono quindi segnalati e recensiti. È prevista anche la collaborazione con le testate giornalistiche che fanno riferimento al territorio in cui vive l’autore.

– Ebook: per l’ebook si continua a seguire la stessa linea di promozione e, allo stesso tempo, si usano maggiormente i social (TUTTI i social, perché non esiste solo Facebook). Per quanto riguarda Facebook in particolare, oltre a un vero e proprio calendario di promozione nei gruppi letterari e nella pagina ufficiale della casa editrice, i libri fruiscono della sponsorizzazione a pagamento a carico dell’editore. A turno, tutti i titoli vengono promossi. Sono previsti anche giveaway e altre forme di collaborazione con i blog.

Sempre dal punto di vista della promozione e del marketing, gli autori sono attivi o potrebbero fare meglio? Gli autori sono fondamentali nella promozione del libro. Se non ci crede l’autore perché dovrei crederci io come editore? Se poi al contrario un autore pensa di diventare ricco col primo libro pubblicato o di aver scritto il capolavoro del secolo, forse avrà qualche amara delusione. L’umiltà deve venire prima di tutto.

Alcuni autori, anche famosi, lamentano a volte di aver subito editing invasivi dai propri editor: qual è la politica della Vs casa editrice in merito? Come si sentono i Vs autori  dopo essere usciti dal ‘confronto’ con l’editor? Fino a questo momento non abbiamo mai avuto problemi: l’editing è sempre svolto insieme all’autore che, passo passo, si rende conto di ogni cambiamento sul testo e ne è lui stesso l’artefice dietro i consigli dell’editor. Non operiamo una forma di editing invasivo: se il testo ha bisogno di essere completamente rifatto per essere pubblicato, preferiamo non accettarlo. Snaturare un libro non è mai una buona idea.

Avete un parco lettori affezionati che compra tutto quello che pubblicate? Tra voi e il vostro “fanclub” esiste interazione? Attraverso social network o cosa? Siamo ancora troppo giovani per parlare di fanclub (siamo nati ad aprile) però è vero che abbiamo già dei lettori affezionati che ci seguono con passione e che sono molto attivi sui social. Ancora più stretta è la relazione con coloro che partecipano ai nostri eventi: con questi ultimi è avvenuta una conoscenza de visu che ha naturalmente reso più saldo il legame.

A chi si stesse in questo periodo preparando per aprire una piccola realtà editoriale, cosa consigliereste? E agli autori in cerca di editore? È un mestiere in cui non ci si può improvvisare. È necessario avere un minimo di conoscenza del settore. Essere stato prima un autore mi ha aiutato molto nel percorso che mi ha portato a trovarmi dall’altra parte, a essere editore. Il mondo dell’editoria è una giungla, bisogna sapersi destreggiare e fare i conti con una concorrenza agguerrita.

Grazie per averci concesso questa intervista.

ANGELA DI BARTOLO PRESENTA LA STAGIONE DEL RITORNO A STRANIMONDI

Pubblicato: 7 ottobre 2015 da amnerisdicesare in presentazioni

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Angela Di Bartolo e Runa Editrice presentano:

La Stagione del Ritorno (Runa Editrice), fantasy epico ma non troppo.
Lo presenterò sabato 10.10 alle 15 a Milano nell’ambito del Festival letterario Stranimondi (relatrice Pia Ferrara)
Link di acquisto (trovate anche un’anteprima) http://www.runaeditrice.it/…/77/virtuemart_category…/17.html
Se a qualcuno interessa, vi lascio il link a una delle recensioni:
http://www.lastambergadeilettori.com/…/la-stagione-del-rito…
Quarta di copertina:
Nelle Terre d’Oriente si verificano strani delitti. Savìla e Lirian se ne addossano a vicenda la colpa. Diffidenza e sospetto si spargono come un veleno, dopo secoli di pace si torna a parlare di guerra. Pochi sanno che è un altro, il nemico: un’ombra maligna che penetra le menti degli uomini, che fa leva sul loro orgoglio per asservirli, per spingere i popoli a uno scontro totale.
E la guerra esploderà, feroce fino alla barbarie, coinvolgendo tutte le Terre d’Oriente. L’unica speranza è un fiore d’argento, un talismano che solo un uomo potrà ritrovare.
Sarà un cammino sull’orlo dell’abisso, un arduo viaggio per luoghi remoti ma anche all’interno di sé, a confronto coi propri demoni in una lotta dall’esito mai scontato.
La Stagione del Ritorno è la storia di una discesa all’inferno e di una faticosa risalita, in un difficile percorso di maturazione di individui e popoli verso un nuovo equilibrio.
Universo fantastico e realistico insieme, quello de “La Stagione del Ritorno” è un mondo dai tratti rinascimentali e mediterranei dove re e contadini, servitori e maghi si muovono tra intrighi di corte e incantesimi, creature del male e battaglie, eroismo e tradimento.
Una storia a più voci narrata con una sensibilità moderna, attenta alle dinamiche interiori e interpersonali, agli interrogativi etici, ai conflitti, ai simboli.
Un fantasy non convenzionale rivolto a lettori che amino immergersi in mondi complessi, lettori in cerca non solo di evasione, ma anche di stimoli di riflessione sui grandi temi dell’esistenza umana.


Oltre ogni apparenza

Emilio quel fatidico giorno, in contrasto con le scelte della banca presso cui lavora, viene destituito dalla sua carica. Emarginato dai suoi stessi colleghi, dovrà abbandonare tutto e tutti, anche la famiglia e la moglie. Comincia la sua seconda vita, in cui la sua nuova famiglia sarà il gruppo di barboni con cui stringe un forte sodalizio, la sua casa la strada o il dormitorio, il suo approvvigionamento alimentare la mensa dei poveri. Fino all’altro evento che sconvolgerà nuovamente la sua vita: il casuale e inaspettato incontro col figlio.

***

I quattro gatti che leggono ciò che scrivo, sanno che da lettore non ho restrizioni di genere. Ciò non è del tutto vero, in fin dei conti a me piacciono le storie leggere o, nel caso di certi romance molto forti, vicende che richiamano specifiche culture. Comunque si tratta di storie che a modo loro mi aiutano a sognare.
Trovarmi tra le mani, su dono dello stesso autore, questo duro romanzo realista mi ha messo in difficoltà. L’ultimo approccio al genere lo ebbi a scuola con Verga, immaginate quanto tempo sia trascorso da allora, accoppiatelo col mio desiderio di fuga dalla realtà e fate un conto.
Ho accettato comunque di leggerlo e di dare un parere e solo a distanza di ben quattro mesi mi accingo a scriverne la recensione.

Il primo impatto si è diviso in due, un’ambivalenza che mi ha perseguitato per tutta la lettura.
Da un lato (in positivo) una storia davvero triste, che nel suo distacco emotivo colpisce comunque. Un uomo fallito, non per colpa bensì per onore e integrità morale, abbandonato da tutto e da tutti, persino da se stesso. Il continuo fallimento mentre cerca di risalire, aneddoti purtroppo ispirati dalla realtà: persone indigenti che si scontrano con il giudizio di una società benestante e la burocrazia di uno Stato assente. Una denuncia, quindi, della povertà e dell’impossibilità di uscirne.

L’altro lato, purtroppo, riguarda l’aspetto puramente tecnico. Il romanzo non è scritto male, beninteso, ma è evidente una carenza di editing, in particolar modo per quanto riguarda refusi, parole e concetti ripetuti nella stessa pagina e un uso eccessivo della punteggiatura, in alcuni casi -ahimè- non proprio corretto. C’è chi non la usa proprio e chi ne eccede, rallentando o addirittura arrestando il ritmo.
Beninteso, nulla che un editor non potesse risolvere in qualche giorno di lavoro, un editor che qui è stato assente.
Avevo già letto qualcosa di Giuseppe Pellegrino, sa scrivere, quindi qui il problema non riesco a darlo a lui, anzi. Rispetto al passato mi è sembrato adottare un linguaggio molto più scorrevole e dolce, senza appesantirlo con elucubrazioni eccessive, semmai funzionali alla trama. Quindi Giuseppe promosso, editor no, ammesso che ne sia esistito uno.

E poi c’è il terzo fattore, più personale.
Romanzi di questo genere, per quanto ne abbia memoria, hanno una tragicità intrinseca, mentre qui si è scelta la via dell’ottimismo. E’ palese che Pellegrino, nonostante disegni una convincente vicenda di caduta umana, sia positivo nei confronti del futuro. Questo ottimismo si traduce in eventi un po’ troppo fortuiti (l’incontro casuale col figlio) e su comportamenti di deriva buonista di altri comprimari (i compagni di strada di Emilio). Ad aggiungere carne al fuoco lo stesso figliolo, che ne prende le difese ponendosi contro la stessa madre e rischiando tutto per lui: è un segnale di fiducia verso le nuove generazioni, materia rara vista l’età dello scrittore.
Quindi, la domanda che mi sono posto è la seguente: è un problema?
Ciò è dato al parere, più che allo sterile giudizio, del lettore. Una storia così triste per me avrebbe dovuto avere un epilogo tragico, per alcuni però la catarsi potrebbe essere più auspicabile. Il lettore deciderà se preferisce la fine di Emilio o la sua rinascita, ma solo alla fine, quando ne avrà vissuto la sofferenza.

***

MY TWO CENTS

Premesse, trama e protagonista convincenti, penalizzati da uno scarso editing. La deriva ottimista potrebbe indispettire chi cerca una storia davvero tragica.
Una nota davvero MOLTO personale a Giuseppe Pellegrino. Ai miei soli quarant’anni, per quanto squillibrato, sono diventato un po’ cinico e poco speranzoso nel futuro. Magari come lettore e pessimista cronico avrei preferito un finale tragico, ma sono felice che l’autore, alla sua età e con ciò che ha visto, abbia ancora tanta fiducia nel futuro e soprattutto nelle nuove generazioni. Al di là del giudizio personale sull’opera, ritengo sia doveroso spezzare più di una lancia a favore dell’uomo che l’ha realizzata.

***

PROS
-Una storia cruda e triste, ma realista
-Soprattutto una molto attuale e sensibilizzante
-Protagonista convincente
-Stile alleggerito rispetto ai precedenti lavori di Pellegrino (molto bene)

CONS
-Assenza di un valido editing
-Alcuni eventi fortuiti sfiorano il WTF (ma sono sopportabili)
-Il buonismo imperante potrebbe irritare chi cerca storie più dure

Fabrizio


Scrissi questa recensione/riflessione nel 2008. Mi sembra ancora valida. Voi che dite?

 

Abraham B. Yehoshua

Il lettore allo specchio

Sul romanzo e la scrittura

A cura di Alessandro Guetta

Einaudi

 

C’è uno specchio nel titolo di questo piccolo volume (120 pagine, esclusa la bibliografia) e in questo specchio si riflette uno scrittore che vuole calarsi nei panni del lettore. Un bagno di umiltà del quale Yehoshua, al contrario di molti suoi colleghi di altri paesi, non aveva affatto bisogno. L’immagine che ne esce è affascinante come un’intervista di quelle riuscite (non sono molte, fidatevi) e come uno sguardo nei meccanismi stessi della scrittura di Yehoshua, ma non solo. Oserei dire che leggere questo libro potrebbe essere, per un aspirante scrittore, molto più utile di qualsiasi corso di scrittura creativa. E al tempo stesso potrebbe, per molti scrittori, essere spiazzante. Perché fa uno strano effetto riconoscersi nelle parole di un artista della fama e del valore di Yehoshua. Viene da pensare: questa frase potrei averla detta io – questo pensiero potrebbe appartenermi. A dimostrazione che chi scrive per reale necessità, perché la spinta creativa non può rimanere compressa e deve trovare pagine bianche da imbrattare, può fregiarsi del titolo (posto che tale titolo abbia un reale valore) di scrittore. A prescindere dal numero delle pubblicazioni o dalla quantità di copie vendute.

Il volume curato da Alessandro Guetta affronta la scrittura di Yehoshua, viviseziona alcuni dei suoi libri più famosi, ma assume un valore universale quando prende in esame le eterne domande sul romanzo e sulla scrittura.

E’ regola riconosciuta ed applicata (soprattutto dall’editoria italiana) che lo scrittore, specie se esordiente, debba scrivere di cose del proprio paese. Una regola che Yehoshua demolisce così:

Quando ho scritto “Ritorno dall’India”, in India non ci ero mai stato; ci sono andato dopo. Ma grazie ai film girati in India ho imparato a conoscere la luce particolare di quei luoghi. Comunque il fenomeno esisteva ben prima dell’invenzione del cinema. Disponiamo di testimonianze letterarie di scrittori del Seicento e del Settecento… non andavano al cinema, ma avevano immaginazione, ed è questo che ci fa scrivere, la materia con cui lavoriamo.

 

Altra regola che oggi va per la maggiore (sempre in Italia) è quella in base alla quale il lettore sarebbe spaventato a respinto da un libro troppo grande. Yehoshua risponde:

Non è vero che vanno solo i romanzi brevi. Può darsi che un editore decida di rifiutare chi si presenta con un romanzo fiume, ma non è giusto, perché è bene che ci sia chi è disposto a volgersi al romanzo di ampio respiro, senza lasciarsi influenzare dallo stile dei video-clip, tanto in voga al giorno d’oggi. C’è ancora posto per il romanzo, ne sono convinto.

 

Demolitore di convinzioni editoriali? Non del tutto. Yehoshua aderisce, in un altro punto della ricca intervista, ad un pensiero che è stato più volte espresso: uno scrittore non può essere, al tempo stesso, un giornalista.

C’è poi un’altra insidia per gli scrittori, il giornalismo. Mi ha sempre fatto paura, quindi non me ne sono mai occupato, anche se mi è capitato di scrivere articoli per necessità. All’inizio pensavo che la cosa migliore per uno scrittore fosse lavorare in un campo completamente estraneo alla scrittura per poter conservare la purezza della lingua, per quale il giornalismo è invece pericoloso, quindi ho deciso di insegnare.

 

Il giornalismo, non solo quello israeliano, ha senz’altro perduto un editorialista di tutto rispetto perché ci sono molte cose, nella scrittura e nello scrupolo di informazione di Yehoshua, che rimandano al giornalismo Un esempio:

Documentarmi per un libro è sempre fonte del massimo piacere, perché è un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, come è successo con l’India, con la medicina. Per ogni romanzo ho dovuto informarmi su argomenti che ignoravo quindi ho imparato molte cose… E’ vero che, dopo essermi specializzato in un soggetto, dimentico tutto una volta finito il romanzo, ma studiare mentre scrivo mi è di grande aiuto perché così non rimango solo di fronte alla pagina bianca.

 

Un pensiero che qualunque giornalista di valore potrebbe condividere. Ma torniamo alla scrittura. Yehoshua ha un atteggiamento critico nei confronti dell’innovazione a tutti i costi, soprattutto non sopporta lo strem of consciousness (il flusso di coscienza) che tanto appassiona molti esordienti (e non solo loro).

Ho perso fiducia nella credibilità del monologo interiore, perché mi sembra una cosa troppo tecnica… Può darsi che io debba aprirmi maggiormente all’irrazionale, alla frase detta senza motivo e priva di collegamento con le altre cose… Come dicevo, l’autore non deve dire troppo, deve lasciare spazio al personaggio e permettere al lettore di intervenire con la sua immaginazione. Che la letteratura faccia lavorare il lettore, lo renda attivo e gli lasci riempire gli spazi vuoti del testo mi sembra una cosa molto positiva. E’ bene che il lettore debba controllare, tornare indietro, integrare. E’ una cosa fondamentale. Per me farlo lavorare incessantemente significa che mi fido di lui, che non lo vedo come inferiore. Se non gli do l’imbeccata, è perché lo pongo al mio stesso livello

.

E qui sarebbe interessante sentire il parere in proposito di molti editor italiani che fanno della semplificazione massiccia e massificante la cifra stilistica da applicare a qualsiasi tipo di scrittura e a qualsiasi scrittore. Ponendo di fatto il lettore nel ruolo di fruitore passivo ed anche decisamente incapace di innalzare il pensiero al di là di una sequenza elementare di soggetto – verbo – complemento. Posto che un simile parere arrivi mai, e restando nel tema della semplificazione come regola base con cui vengono esaminati (quando vengono esaminati) i manoscritti che tanto infastidiscono gli editor delle principali case editrici, chiudiamo questo breve excursus su Il lettore allo specchio con una considerazione. Uno dei libri più famosi di Yehoshua, La sposa liberata, ha un incipit che farebbe inorridire qualsiasi insegnante di un corso di scrittura creativa: una frase di otto righe introdotta da una congiunzione, con quattordici virgole e un trattino.

 

Eccola:

E se avesse previsto che anche quella sera, sulla collina del matrimonio campestre, nell’odore pesante del fico che si era invitato a tavola come un ospite aggiunto, antico, lo avrebbe colpito di nuovo, e con forza, la paura del fallimento e delle occasioni perse, forse sarebbe stato più attento e deciso a sottrarsi a Samaher – una studentessa universitaria ambiziosa e fastidiosa, che non si era accontentata di un invito scritto e orale, ma aveva anche organizzato il suo viaggio, dopo aver insistito con il nuovo Direttore del Dipartimento perché facesse partecipare i professori alle sue nozze, a quanto pare non solo per onorare lei, ma anche come messaggio speciale per gli studenti arabi, senza i quali, sosteneva con impudenza, il Dipartimento non avrebbe avuto un vero statuto all’interno della facoltà.

Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che nell’arte, perché di questo stiamo parlando, le regole e le leggi codificate servono solo ad essere infrante da chi il titolo di artista, e di scrittore, se lo guadagna sul campo.

 

ZG

SUL ROMANCE: DIECI DOMANDE A FRANCESCO MASTINU

Pubblicato: 5 ottobre 2015 da amnerisdicesare in scrivere

Sono Solo Scarabocchi

12023159_10207772736907589_598791134_nFrancesco Mastinu è nato nel 1980 sotto il segno dell’Acquario e vive a Cagliari, vicino al mare. Convive con il suo compagno e spera ancora di poterlo sposare anche se si trovano entrambi in Italia, ha sempre i 4 gatti a sovraintendere ogni sua attività quotidiana. Dopo aver pubblicato numerosi racconti in antologie collettive di alcuni editori italiani, ed essersi dilettato con il genere erotico sotto pseudonimo, ha ufficialmente esordito con il romanzo  “Eclissi” (Lettere Animate, 2012) seguito poi da “Polvere” (Runa Editrice, 2014) e la raccolta di racconti brevi “Concatenazioni” (Edizioni 6Pollici, 2014). “Falene” è il suo terzo romanzo, il primo della serie “Emozioni del nostro tempo” edito per Amarganta, uscito a settembre 2015. Collabora con l’editore Amarganta per la collana Amarganta LGBT e per la gestione del portale “Vite Arcobaleno”. Il suo blog: http://www.jfmastinu.wordpress.com  

Perché scrivere gay romance, e MM? Perché romance e non un altro genere? Io rovescerei la domanda:…

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In principio fu il manoscritto

Pubblicato: 2 ottobre 2015 da lauraetlory in scrivere

Dopo aver letto esternazioni varie e argomentate di librai ed editori sulla difficoltà di vivere con i libri, mi è venuta voglia di scrivere questo post. Il titolo non è messo lì a caso. In principio fu il manoscritto. La prima volta che elaborai il concetto mi trovavo, ignorata commentatrice, sul blog di Vibrisse. Ora, va detto che ero all’inizio della mia conoscenza con la realtà editoriale. Quando io e Lory abbiamo pubblicato il nostro primo libro correva l’anno 2006 e noi eravamo due Alici nel paese delle meraviglie (oddio, meraviglie) dell’editoria italiana. L’unica cosa che sapevamo per certo era che pagare per pubblicare era un errore da non fare mai, tutto il resto lo avremmo imparato sulla nostra pelle negli anni a venire. Ma torniamo al manoscritto. Su quel post di Vibrisse si confrontavano fior di addetti ai lavori uniti in un coro di lamentele contro la mole di manoscritti di esordienti che erano costretti a non dico leggere, anche solo toccare. A sentirli sembrava che quei cumuli di carta pieni di speranze e di sogni fossero in realtà spazzatura altamente contaminante. Mi incazzai e scrissi loro che senza quei cumuli di carta, il loro lavoro non sarebbe esistito. Nessuno mi rispose.
Oggi, a distanza di anni, posso dire con cognizione di causa che molte delle loro osservazioni non erano sbagliate. Il problema stava nel fatto che io mi basavo sulla mia esperienza: potevano e possono non piacere, ma i nostri manoscritti sono scritti con cura, senza incongruenze, senza assurdi refusi, senza banalità, con un lavoro di documentazione certosino alle spalle. Pensavo fosse così per tutti e mi sbagliavo. Ma il discorso rimane.
Al netto degli esordienti con manie di grandezza e paranoie complottiste (l’editoria italiana per loro è tutta volta a non riconoscere la grandezza del capolavoro che ritengono di aver scritto), l’atteggiamento del mondo editoriale nei confronti degli autori è di fastidio. Cazzo vuole questo? Ha scritto un romanzo, e allora? Vorrà mica che noi ci sbattiamo per pubblicarlo, distribuirlo, farlo conoscere al pubblico? No, dico, vorrà mica guadagnarci pure qualcosa?!
Di editori, piccoli e medi, ormai ne ho conosciuti parecchi e il discorso è sempre lo stesso: io ci investo i soldi e l’autore che fa? Pretende che io abbia un ufficio stampa efficiente, che organizzi presentazioni, che magari riesca a ottenergli un passaggio tv oppure lo iscriva a un premio. Ti rendi conto?
Ciò di cui io, autrice, mi rendo conto è che ci sono troppe cose che non funzionano nel mondo dell’editoria. A partire dalla conventicola imbattibile dei distributori. Per quel che so (e se qualcuno ha dei dati sarei grata se li fornisse) a conti fatti il distributore è quello che ci guadagna di più da un libro. Non chi lo scrive (‘sto fortunello dovrebbe accontentarsi della sua copia omaggio e non rompere le balle), non chi lo pubblica (che effettivamente ci investe denaro, non fosse altro che per la fattura del tipografo), non chi lo vende (che c’ha da mantenere il negozio con l’affitto, le tasse e tutto il resto), bensì chi lo distribuisce. Ovvero chi lo trasporta nelle librerie e convince il libraio a prendere quelle 4/5 copie da relegare in magazzino in attesa di renderle.
Sarò strana io, ma a me sembra un’assurdità. E mi viene da pensare che sia tutta italiana, ma forse mi sbaglio.
Cosa vorrei? Vorrei rispetto. Perché senza nulla togliere al lavoro del resto della filiera produttiva di un libro, in principio c’è sempre, ci deve essere, un manoscritto. Che appartiene all’autore che ha creato quel mondo e quei personaggi. La materia prima la fornisce lui. E non è una materia prima grezza, perché io a questa storia che siano gli editor a rendere un libro fruibile non ci credo. E se accade, allora vuol dire che il manoscritto era da buttare. Gli editor sono dei rifinitori il cui lavoro, rispettabilissimo, non sempre fa la differenza. Altrimenti mi viene da chiedere: perché non lo scrivono loro un libro? Son come le sarte che danno qualche punto al vestito, ma il vestito l’ha voluto, creato, disegnato lo stilista. E se un modello piace e vende, vi parrebbe logico che a guadagnarci fossero tutti, escluso lo stilista?
In principio fu il manoscritto. Tra mille da cestinare ce n’è sempre uno che vale la pena. Cercarlo, scovarlo e portarlo alla luce è compito degli addetti ai lavori. L’editore lo pubblica, il distributore lo porta alle librerie, il libraio lo vende. E tutti insieme dovrebbero dire grazie a chi l’ha scritto.

ZG