In principio fu il manoscritto

Pubblicato: 2 ottobre 2015 da lauraetlory in scrivere

Dopo aver letto esternazioni varie e argomentate di librai ed editori sulla difficoltà di vivere con i libri, mi è venuta voglia di scrivere questo post. Il titolo non è messo lì a caso. In principio fu il manoscritto. La prima volta che elaborai il concetto mi trovavo, ignorata commentatrice, sul blog di Vibrisse. Ora, va detto che ero all’inizio della mia conoscenza con la realtà editoriale. Quando io e Lory abbiamo pubblicato il nostro primo libro correva l’anno 2006 e noi eravamo due Alici nel paese delle meraviglie (oddio, meraviglie) dell’editoria italiana. L’unica cosa che sapevamo per certo era che pagare per pubblicare era un errore da non fare mai, tutto il resto lo avremmo imparato sulla nostra pelle negli anni a venire. Ma torniamo al manoscritto. Su quel post di Vibrisse si confrontavano fior di addetti ai lavori uniti in un coro di lamentele contro la mole di manoscritti di esordienti che erano costretti a non dico leggere, anche solo toccare. A sentirli sembrava che quei cumuli di carta pieni di speranze e di sogni fossero in realtà spazzatura altamente contaminante. Mi incazzai e scrissi loro che senza quei cumuli di carta, il loro lavoro non sarebbe esistito. Nessuno mi rispose.
Oggi, a distanza di anni, posso dire con cognizione di causa che molte delle loro osservazioni non erano sbagliate. Il problema stava nel fatto che io mi basavo sulla mia esperienza: potevano e possono non piacere, ma i nostri manoscritti sono scritti con cura, senza incongruenze, senza assurdi refusi, senza banalità, con un lavoro di documentazione certosino alle spalle. Pensavo fosse così per tutti e mi sbagliavo. Ma il discorso rimane.
Al netto degli esordienti con manie di grandezza e paranoie complottiste (l’editoria italiana per loro è tutta volta a non riconoscere la grandezza del capolavoro che ritengono di aver scritto), l’atteggiamento del mondo editoriale nei confronti degli autori è di fastidio. Cazzo vuole questo? Ha scritto un romanzo, e allora? Vorrà mica che noi ci sbattiamo per pubblicarlo, distribuirlo, farlo conoscere al pubblico? No, dico, vorrà mica guadagnarci pure qualcosa?!
Di editori, piccoli e medi, ormai ne ho conosciuti parecchi e il discorso è sempre lo stesso: io ci investo i soldi e l’autore che fa? Pretende che io abbia un ufficio stampa efficiente, che organizzi presentazioni, che magari riesca a ottenergli un passaggio tv oppure lo iscriva a un premio. Ti rendi conto?
Ciò di cui io, autrice, mi rendo conto è che ci sono troppe cose che non funzionano nel mondo dell’editoria. A partire dalla conventicola imbattibile dei distributori. Per quel che so (e se qualcuno ha dei dati sarei grata se li fornisse) a conti fatti il distributore è quello che ci guadagna di più da un libro. Non chi lo scrive (‘sto fortunello dovrebbe accontentarsi della sua copia omaggio e non rompere le balle), non chi lo pubblica (che effettivamente ci investe denaro, non fosse altro che per la fattura del tipografo), non chi lo vende (che c’ha da mantenere il negozio con l’affitto, le tasse e tutto il resto), bensì chi lo distribuisce. Ovvero chi lo trasporta nelle librerie e convince il libraio a prendere quelle 4/5 copie da relegare in magazzino in attesa di renderle.
Sarò strana io, ma a me sembra un’assurdità. E mi viene da pensare che sia tutta italiana, ma forse mi sbaglio.
Cosa vorrei? Vorrei rispetto. Perché senza nulla togliere al lavoro del resto della filiera produttiva di un libro, in principio c’è sempre, ci deve essere, un manoscritto. Che appartiene all’autore che ha creato quel mondo e quei personaggi. La materia prima la fornisce lui. E non è una materia prima grezza, perché io a questa storia che siano gli editor a rendere un libro fruibile non ci credo. E se accade, allora vuol dire che il manoscritto era da buttare. Gli editor sono dei rifinitori il cui lavoro, rispettabilissimo, non sempre fa la differenza. Altrimenti mi viene da chiedere: perché non lo scrivono loro un libro? Son come le sarte che danno qualche punto al vestito, ma il vestito l’ha voluto, creato, disegnato lo stilista. E se un modello piace e vende, vi parrebbe logico che a guadagnarci fossero tutti, escluso lo stilista?
In principio fu il manoscritto. Tra mille da cestinare ce n’è sempre uno che vale la pena. Cercarlo, scovarlo e portarlo alla luce è compito degli addetti ai lavori. L’editore lo pubblica, il distributore lo porta alle librerie, il libraio lo vende. E tutti insieme dovrebbero dire grazie a chi l’ha scritto.

ZG

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