Il lettore allo specchio

Pubblicato: 5 ottobre 2015 da lauraetlory in recensioni, scritto misto, scrivere, voci
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Scrissi questa recensione/riflessione nel 2008. Mi sembra ancora valida. Voi che dite?

 

Abraham B. Yehoshua

Il lettore allo specchio

Sul romanzo e la scrittura

A cura di Alessandro Guetta

Einaudi

 

C’è uno specchio nel titolo di questo piccolo volume (120 pagine, esclusa la bibliografia) e in questo specchio si riflette uno scrittore che vuole calarsi nei panni del lettore. Un bagno di umiltà del quale Yehoshua, al contrario di molti suoi colleghi di altri paesi, non aveva affatto bisogno. L’immagine che ne esce è affascinante come un’intervista di quelle riuscite (non sono molte, fidatevi) e come uno sguardo nei meccanismi stessi della scrittura di Yehoshua, ma non solo. Oserei dire che leggere questo libro potrebbe essere, per un aspirante scrittore, molto più utile di qualsiasi corso di scrittura creativa. E al tempo stesso potrebbe, per molti scrittori, essere spiazzante. Perché fa uno strano effetto riconoscersi nelle parole di un artista della fama e del valore di Yehoshua. Viene da pensare: questa frase potrei averla detta io – questo pensiero potrebbe appartenermi. A dimostrazione che chi scrive per reale necessità, perché la spinta creativa non può rimanere compressa e deve trovare pagine bianche da imbrattare, può fregiarsi del titolo (posto che tale titolo abbia un reale valore) di scrittore. A prescindere dal numero delle pubblicazioni o dalla quantità di copie vendute.

Il volume curato da Alessandro Guetta affronta la scrittura di Yehoshua, viviseziona alcuni dei suoi libri più famosi, ma assume un valore universale quando prende in esame le eterne domande sul romanzo e sulla scrittura.

E’ regola riconosciuta ed applicata (soprattutto dall’editoria italiana) che lo scrittore, specie se esordiente, debba scrivere di cose del proprio paese. Una regola che Yehoshua demolisce così:

Quando ho scritto “Ritorno dall’India”, in India non ci ero mai stato; ci sono andato dopo. Ma grazie ai film girati in India ho imparato a conoscere la luce particolare di quei luoghi. Comunque il fenomeno esisteva ben prima dell’invenzione del cinema. Disponiamo di testimonianze letterarie di scrittori del Seicento e del Settecento… non andavano al cinema, ma avevano immaginazione, ed è questo che ci fa scrivere, la materia con cui lavoriamo.

 

Altra regola che oggi va per la maggiore (sempre in Italia) è quella in base alla quale il lettore sarebbe spaventato a respinto da un libro troppo grande. Yehoshua risponde:

Non è vero che vanno solo i romanzi brevi. Può darsi che un editore decida di rifiutare chi si presenta con un romanzo fiume, ma non è giusto, perché è bene che ci sia chi è disposto a volgersi al romanzo di ampio respiro, senza lasciarsi influenzare dallo stile dei video-clip, tanto in voga al giorno d’oggi. C’è ancora posto per il romanzo, ne sono convinto.

 

Demolitore di convinzioni editoriali? Non del tutto. Yehoshua aderisce, in un altro punto della ricca intervista, ad un pensiero che è stato più volte espresso: uno scrittore non può essere, al tempo stesso, un giornalista.

C’è poi un’altra insidia per gli scrittori, il giornalismo. Mi ha sempre fatto paura, quindi non me ne sono mai occupato, anche se mi è capitato di scrivere articoli per necessità. All’inizio pensavo che la cosa migliore per uno scrittore fosse lavorare in un campo completamente estraneo alla scrittura per poter conservare la purezza della lingua, per quale il giornalismo è invece pericoloso, quindi ho deciso di insegnare.

 

Il giornalismo, non solo quello israeliano, ha senz’altro perduto un editorialista di tutto rispetto perché ci sono molte cose, nella scrittura e nello scrupolo di informazione di Yehoshua, che rimandano al giornalismo Un esempio:

Documentarmi per un libro è sempre fonte del massimo piacere, perché è un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, come è successo con l’India, con la medicina. Per ogni romanzo ho dovuto informarmi su argomenti che ignoravo quindi ho imparato molte cose… E’ vero che, dopo essermi specializzato in un soggetto, dimentico tutto una volta finito il romanzo, ma studiare mentre scrivo mi è di grande aiuto perché così non rimango solo di fronte alla pagina bianca.

 

Un pensiero che qualunque giornalista di valore potrebbe condividere. Ma torniamo alla scrittura. Yehoshua ha un atteggiamento critico nei confronti dell’innovazione a tutti i costi, soprattutto non sopporta lo strem of consciousness (il flusso di coscienza) che tanto appassiona molti esordienti (e non solo loro).

Ho perso fiducia nella credibilità del monologo interiore, perché mi sembra una cosa troppo tecnica… Può darsi che io debba aprirmi maggiormente all’irrazionale, alla frase detta senza motivo e priva di collegamento con le altre cose… Come dicevo, l’autore non deve dire troppo, deve lasciare spazio al personaggio e permettere al lettore di intervenire con la sua immaginazione. Che la letteratura faccia lavorare il lettore, lo renda attivo e gli lasci riempire gli spazi vuoti del testo mi sembra una cosa molto positiva. E’ bene che il lettore debba controllare, tornare indietro, integrare. E’ una cosa fondamentale. Per me farlo lavorare incessantemente significa che mi fido di lui, che non lo vedo come inferiore. Se non gli do l’imbeccata, è perché lo pongo al mio stesso livello

.

E qui sarebbe interessante sentire il parere in proposito di molti editor italiani che fanno della semplificazione massiccia e massificante la cifra stilistica da applicare a qualsiasi tipo di scrittura e a qualsiasi scrittore. Ponendo di fatto il lettore nel ruolo di fruitore passivo ed anche decisamente incapace di innalzare il pensiero al di là di una sequenza elementare di soggetto – verbo – complemento. Posto che un simile parere arrivi mai, e restando nel tema della semplificazione come regola base con cui vengono esaminati (quando vengono esaminati) i manoscritti che tanto infastidiscono gli editor delle principali case editrici, chiudiamo questo breve excursus su Il lettore allo specchio con una considerazione. Uno dei libri più famosi di Yehoshua, La sposa liberata, ha un incipit che farebbe inorridire qualsiasi insegnante di un corso di scrittura creativa: una frase di otto righe introdotta da una congiunzione, con quattordici virgole e un trattino.

 

Eccola:

E se avesse previsto che anche quella sera, sulla collina del matrimonio campestre, nell’odore pesante del fico che si era invitato a tavola come un ospite aggiunto, antico, lo avrebbe colpito di nuovo, e con forza, la paura del fallimento e delle occasioni perse, forse sarebbe stato più attento e deciso a sottrarsi a Samaher – una studentessa universitaria ambiziosa e fastidiosa, che non si era accontentata di un invito scritto e orale, ma aveva anche organizzato il suo viaggio, dopo aver insistito con il nuovo Direttore del Dipartimento perché facesse partecipare i professori alle sue nozze, a quanto pare non solo per onorare lei, ma anche come messaggio speciale per gli studenti arabi, senza i quali, sosteneva con impudenza, il Dipartimento non avrebbe avuto un vero statuto all’interno della facoltà.

Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che nell’arte, perché di questo stiamo parlando, le regole e le leggi codificate servono solo ad essere infrante da chi il titolo di artista, e di scrittore, se lo guadagna sul campo.

 

ZG

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