Recensione: “Oltre ogni apparenza” di Giuseppe Pellegrino

Pubblicato: 6 ottobre 2015 da arj74 in recensioni, scrivere

Oltre ogni apparenza

Emilio quel fatidico giorno, in contrasto con le scelte della banca presso cui lavora, viene destituito dalla sua carica. Emarginato dai suoi stessi colleghi, dovrà abbandonare tutto e tutti, anche la famiglia e la moglie. Comincia la sua seconda vita, in cui la sua nuova famiglia sarà il gruppo di barboni con cui stringe un forte sodalizio, la sua casa la strada o il dormitorio, il suo approvvigionamento alimentare la mensa dei poveri. Fino all’altro evento che sconvolgerà nuovamente la sua vita: il casuale e inaspettato incontro col figlio.

***

I quattro gatti che leggono ciò che scrivo, sanno che da lettore non ho restrizioni di genere. Ciò non è del tutto vero, in fin dei conti a me piacciono le storie leggere o, nel caso di certi romance molto forti, vicende che richiamano specifiche culture. Comunque si tratta di storie che a modo loro mi aiutano a sognare.
Trovarmi tra le mani, su dono dello stesso autore, questo duro romanzo realista mi ha messo in difficoltà. L’ultimo approccio al genere lo ebbi a scuola con Verga, immaginate quanto tempo sia trascorso da allora, accoppiatelo col mio desiderio di fuga dalla realtà e fate un conto.
Ho accettato comunque di leggerlo e di dare un parere e solo a distanza di ben quattro mesi mi accingo a scriverne la recensione.

Il primo impatto si è diviso in due, un’ambivalenza che mi ha perseguitato per tutta la lettura.
Da un lato (in positivo) una storia davvero triste, che nel suo distacco emotivo colpisce comunque. Un uomo fallito, non per colpa bensì per onore e integrità morale, abbandonato da tutto e da tutti, persino da se stesso. Il continuo fallimento mentre cerca di risalire, aneddoti purtroppo ispirati dalla realtà: persone indigenti che si scontrano con il giudizio di una società benestante e la burocrazia di uno Stato assente. Una denuncia, quindi, della povertà e dell’impossibilità di uscirne.

L’altro lato, purtroppo, riguarda l’aspetto puramente tecnico. Il romanzo non è scritto male, beninteso, ma è evidente una carenza di editing, in particolar modo per quanto riguarda refusi, parole e concetti ripetuti nella stessa pagina e un uso eccessivo della punteggiatura, in alcuni casi -ahimè- non proprio corretto. C’è chi non la usa proprio e chi ne eccede, rallentando o addirittura arrestando il ritmo.
Beninteso, nulla che un editor non potesse risolvere in qualche giorno di lavoro, un editor che qui è stato assente.
Avevo già letto qualcosa di Giuseppe Pellegrino, sa scrivere, quindi qui il problema non riesco a darlo a lui, anzi. Rispetto al passato mi è sembrato adottare un linguaggio molto più scorrevole e dolce, senza appesantirlo con elucubrazioni eccessive, semmai funzionali alla trama. Quindi Giuseppe promosso, editor no, ammesso che ne sia esistito uno.

E poi c’è il terzo fattore, più personale.
Romanzi di questo genere, per quanto ne abbia memoria, hanno una tragicità intrinseca, mentre qui si è scelta la via dell’ottimismo. E’ palese che Pellegrino, nonostante disegni una convincente vicenda di caduta umana, sia positivo nei confronti del futuro. Questo ottimismo si traduce in eventi un po’ troppo fortuiti (l’incontro casuale col figlio) e su comportamenti di deriva buonista di altri comprimari (i compagni di strada di Emilio). Ad aggiungere carne al fuoco lo stesso figliolo, che ne prende le difese ponendosi contro la stessa madre e rischiando tutto per lui: è un segnale di fiducia verso le nuove generazioni, materia rara vista l’età dello scrittore.
Quindi, la domanda che mi sono posto è la seguente: è un problema?
Ciò è dato al parere, più che allo sterile giudizio, del lettore. Una storia così triste per me avrebbe dovuto avere un epilogo tragico, per alcuni però la catarsi potrebbe essere più auspicabile. Il lettore deciderà se preferisce la fine di Emilio o la sua rinascita, ma solo alla fine, quando ne avrà vissuto la sofferenza.

***

MY TWO CENTS

Premesse, trama e protagonista convincenti, penalizzati da uno scarso editing. La deriva ottimista potrebbe indispettire chi cerca una storia davvero tragica.
Una nota davvero MOLTO personale a Giuseppe Pellegrino. Ai miei soli quarant’anni, per quanto squillibrato, sono diventato un po’ cinico e poco speranzoso nel futuro. Magari come lettore e pessimista cronico avrei preferito un finale tragico, ma sono felice che l’autore, alla sua età e con ciò che ha visto, abbia ancora tanta fiducia nel futuro e soprattutto nelle nuove generazioni. Al di là del giudizio personale sull’opera, ritengo sia doveroso spezzare più di una lancia a favore dell’uomo che l’ha realizzata.

***

PROS
-Una storia cruda e triste, ma realista
-Soprattutto una molto attuale e sensibilizzante
-Protagonista convincente
-Stile alleggerito rispetto ai precedenti lavori di Pellegrino (molto bene)

CONS
-Assenza di un valido editing
-Alcuni eventi fortuiti sfiorano il WTF (ma sono sopportabili)
-Il buonismo imperante potrebbe irritare chi cerca storie più dure

Fabrizio

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commenti
  1. Giuseppe Pellegrino ha detto:

    Hai scritto una recensione dettagliata ed esaustiva, farò tesoro delle tue osservazioni, e soprattutto del tempo che vi hai dedicato.
    A margine avrei due considerazioni da fare, non tanto e solo riferite alla tua recensione, ma che da essa traggono spunto.
    Viviamo già in un mondo in cui la tragicità appare senza soluzione di continuità, fino a offuscare ogni speranza… perchè, dunque, negarla anche nel racconto?
    Speranza e buonismo sono due concetti profondamente diversi: il buonismo, spesso, cela l’ipocrisia nella compiacenza, la speranza invece, laica e scevra da ogni sovrastruttura religiosa, è il divenire, che si compie attraverso gli atti e le azioni, non solo le parole. A meno che non ci aggreghiamo al folto gruppo del nichilismo passivo.
    Casualità? La cronaca offre spunti che hanno dell’incredibile. Solo la casualità avrebbe consentito l’incontro fra Emilio e il figlio (visto che il protagonista non aveva mai avuto il coraggio di presentarsi al ragazzo)…le grida, il soccorso, la cicatrice, che il ragazzo custodisce indelebile nella sua memoria… l’incontro è il ritorno alla vita, l’inizio del riscatto di Emilio: perché colui che ha sempre voluto incontrare non l’aveva mai dimenticato.
    Il volano di ogni speranza sono per me i giovani: non sono ancora corrotti, egoisti, sono innocenti e la loro verginità si riflette, nel bene o nel male, negli atti istintivi che compiono. Il mondo adulto proietta spesso su di loro paure, viltà e l’abbandono di ogni dovere educativo e pedagogico… quindi, l’aver fiducia in loro e il riporvi speranze, è un parziale risarcimento che offro a nome del mondo adulto, anche di quella cospicua parte che li umilia e li ignora.
    “Oltre ogni apparenza” è la continua lotta ai muri dell’apparenza, che nelle società occidentali, soprattutto quelle a benessere più diffuso, sono duri a crollare. La falsa morale sui giovani, l’aspetto di un mendicante, la “protezione” dell’ex-moglie di Emilio verso il figlio (tesa a rimuovere il padre) per un benessere di facciata, sono alcuni dei muri che il racconto tratta… su questi e su altri ancora (la vita e i compagni da strada di Emilio) ho concentrato la mia attenzione.
    Sugli aspetti tecnici ci sarebbe da discutere… la CE che mi ha pubblicato NON ha fatto uno straccio di editing, limitandosi a trascrivere il manoscritto. Ovviamente non vi sarà un bis con questa CE… ma rimane il senso del testo, le emozioni che spero possa aver trasmesso nel leggerlo, che anche tu, Fabrizio, nella tua puntuale recensione, hai accolto e manifestato.

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