Archivio per la categoria ‘fette d’anguria’


Amneris Di Cesare: Ami quello che scrivi, sempre, dopo che lo hai scritto?
Giampaolo Spinato: Al contrario. Di certo, non sono incline all’autocompiacimento. Talvolta, persino mi inquieta. Sento piuttosto di essere amato da quello che scrivo, nel senso che ho l’impressione che nella scrittura si sedimentino squarci di consapevolezza difficilmente raggiungibili nella vita reale. A questo si deve forse quel sentimento latente e curioso di estraneità che accompagna la conclusione di una storia, quando la si lascia andare, perché non è più tua, non ti appartiene più, è pronta per andarsene in giro sulle sue gambe. Non riesco nemmeno più a indispettirmene perché da anni ormai considero il rapporto tra progetto e sorpresa – che è anche il titolo del laboratorio di scrittura che conduco dal 1995 – il nucleo fondamentale del lavoro sulla scrittura. Gli esiti di questo rapporto tra progettualità e capacità di cogliere le risposte organiche, vivide dei testi hanno sempre qualcosa di miracoloso.

A.D.C.: Rileggi mai i tuoi libri, dopo che sono stati pubblicati?
G.S.: Mai. E, alla luce di quanto ho detto sopra, forse dovrei farlo. Mi è capitato di leggere dei brani ad alta voce in incontri pubblici; al funerale di mia madre ho letto un pezzo del Cuore rovesciato che la ritraeva nel momento in cui, da giovane, prima che nascessi, aveva coraggiosamente e rabbiosamente sottratto la sua primogenita alle sperimentazioni di un ospedale pediatrico perché morisse in pace (e questa sorellina che non ho mai conosciuto è diventata poi il fratello morto che portava lo stesso nome del protagonista del romanzo); e infine Amici e nemici, il romanzo sul rapimento di Moro: l’ho ripercorso per farne una riduzione teatrale in forma di tragedia moderna con tanto di coro, prologo, parodo, stasimi, episodi, esodo. Avrebbe dovuto essere prodotta da un importante istituzione milanese e non è mai stata rappresentata.

A.D.C.: Riesce ancora a stupirti la tua scrittura, ti capita il classico “ma davvero questo l’ho scritto io?
G.S.: Come dicevo, c’è lo stupore dell’autocompiacimento e quello che registra la scoperta, l’insorgere di una nuova consapevolezza. La scrittura non accompagnata da quest’ultimo è inautentica. Del primo eventualmente va coltivata la funzione propulsiva, sfruttando l’iniezione di fiducia in termini progettuali di elaborazione e rielaborazione, separandolo dalla tendenza a una sterile saturazione narcisistica.

A.D.C.: Nei tuoi libri, almeno a partire da Il cuore rovesciato (Selezione Premio Campiello 1999) fino ad arrivare a La vita nuova, il protagonista si chiama Gianpaolo (con la n), è scrittore, vive a Milano, e i personaggi che gravitano attorno a lui sono gli amici di sempre, del quartiere, della scuola, della vita che scorre e che muta. Come mai la scelta di un solo personaggio per più romanzi?
G.S.: Il cuore rovesciato, Di qua e di là dal cielo, Amici e nemici e La vita nuova appartengono a una pentalogia il cui concepimento risale ai primi anni Novanta. Dopo la pubblicazione di Pony Express mi sono dedicato a questo progetto, cui manca l’ultimo tassello, quello che per me dà il titolo all’intero percorso. I personaggi che ritornano dall’uno all’altro libro sono più d’uno. Oltre ai componenti del nucleo familiare di appartenenza del bambino protagonista del Cuore rovesciato – che si ritrova prima adolescente e poi adulto nei libri successivi – ricorrono tutta una serie di personaggi secondari e, soprattutto, Sebastiano, la cui parabola biografica, segnata dall’escalation terroristica, assume un ruolo di primissimo piano in Amici e nemici, in cui si rielabora il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Non si può dire che Gianpaolo “con la enne” – che, tra l’altro muore, sostituito dalla nipotina, nel quarto episodio – sia la mia esatta proiezione. Di certo abbiamo molte cose in comune, compreso il nome di battesimo che varia di una sillaba. L’ironia di questa sfumatura – ironia intesa in parte in senso etimologico, come dissimulazione, per creare una complicità nel processo di identificazione del lettore rendendolo partecipe di una visione “altra” della realtà, in parte come spia di incongruità e discordanza, capace appunto di attivare e nello stesso tempo di mettere in discussione l’adesione al punto di vista dei protagonisti – è parte costitutiva e riconoscibile di tutti i miei lavori, a partire da Pony Express. Si tratta secondo me di uno strumento molto efficace per stabilire la giusta distanza e riuscire a nominare le realtà narrate, permettendo di cogliere le sottili dif¬ferenze fra storico e vissuto. Le verità dell’uno – ciò che è realmente accaduto – non escludono l’autenticità dell’altro – il riflesso intellettivo, psichico ed emotivo di ciò che accade nella realtà – anche se non sempre coincidono. Ma forse proprio questa discrepanza costituisce un terreno di esplorazione. Aggiungerei solo che, in termini squisitamente emotivi, non esistono scritture del tutto avulse dall’autobiografia, persino la fantafiction in fondo è una secrezione di attività neuronali, immaginative, sentimentali, in qualche modo, dunque, ha a che fare col vissuto.

A.D.C.: Quanto c’è di autobiografico nel Gianpaolo dei tuoi libri?
G.S.: La letteratura si muove nello spazio tra storico e vissuto, alla ricerca di intuizioni che altri strumenti di rappresentazione, altre scritture – tanto meno i dispositivi di misurazione scientifica o le fascinazioni della teoretica – non sono in grado di illuminare. L’autobiografia, in questo senso, da materia aneddotica, sentimentale o auto celebrativa, come la si intende di solito, può diventare una delle porte spalancate sull’incognito.

A.D.C.: Nello scrivere un romanzo, “navighi a vista” come insegna Roberto Cotroneo, oppure usi la “scrittura architettonica”, metodica consigliata da Davide Bregola?
G.S.: Scrivere un romanzo è ogni volta un’esperienza unica. Quando applichi gli automatismi appresi nell’esperienza precedente, il libro si ribella. È la storia che detta i tempi, i modi e anche la lingua, non c’è che da rassegnarsi. Il resto, compresa la più geniale e stupefacente utensileria tecnico-scientifica, cui ricorre per esempio un’arte applicata come il cinema, può essere utile, ma viene dopo.

A.D.C.: Quando scrivi, lo fai con costanza, tutti i giorni, come faceva A. Trollope, oppure ti lasci trascinare dall’incostanza dell’ispirazione?
G.S.: Sintonizzarti con una storia implica un confronto che mette in discussione tutto quello che credi di sapere su di essa. In certi casi perfino l’incostanza può assumere il carattere di disciplina. Ma il più grande nemico del gesto creativo è una certa mistica romantica, dura a morire, che usa in modo equivoco e fumoso concetti come l’ispirazione, appunto.

A.D.C.: Sei il fondatore di Bartleby Factory. Vuoi raccontarci brevemente il progetto che sta alla base della scuola da te fondata e perché l’hai costituita?
G.S.: È l’associazione nata in seguito all’esperienza cominciata nel 1995 con il progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura”. Fin dai tempi della mia formazione ho sempre avuto una particolare attenzione ai processi di elaborazione espressiva e alle dinamiche dei linguaggi con cui si declinano. Si tratta di una ricerca che viaggia in parallelo coi miei percorsi personali. Nel tempo ho voluto dare una «casa» a energie, idee, ricerche, vocazioni e talenti incontrati in questi anni. Oltre a organizzare i corsi di scrittura creativa – come quello collaudato del Progetto e la Sorpresa, di cui sta per cominciare la nuova edizione annuale – Bartleby Factory ha collaborato negli anni con vari enti pubblici e privati, progettando interventi pedagogici nell’area formativa e artistica.

A.D.C.: Di gran voga alla fine degli anni ’90, più recentemente messe al bando da molte polemiche in rete e non solo; cosa puoi dire a favore dell’insegnamento della scrittura e ai corsi che proliferano un po’ ovunque e cosa contro?
G.S.: Sul tema si sono spesso fomentate polemiche sterili. Menzogna, pressapochismo, velleità e opportunismo allignano ovunque. In un articolo scritto per il Corriere della sera, Paolo Di Stefano ha fatto qualche tempo fa il punto della situazione, descrivendo uno scenario complesso e interessante. La lingua è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per nominare il mondo, dunque, per provare a comprenderlo. Se la domanda di spazi elaborativi sulla scrittura e la lettura non accenna a diminuire, anzi, è perché ci si rende conto di quanto sia decisivo il rapporto che stabiliamo con il linguaggio e di come gli strumenti formativi messi a disposizione dal sistema educativo siano andati deteriorandosi. Leggere e scrivere rendono liberi. Tutto qui. E’ una scelta. Un orientamento di vita applicabile, attraverso l’esercizio e la pratica, in ogni campo della vita. E l’una cosa illumina l’altra. Alla fine, si tratta di capire qual è la quota di libertà che siamo disposti a perdere, non facendolo, e smetterla di lamentarcene. Certo, al di là delle mode e degli slogan, si tratta di sapersi orientare nella vastità di offerte, informandosi e valutando docenti, tecniche, strumenti e obiettivi dei corsi.

A.D.C.: A cosa stai lavorando ultimamente e quando uscirà il tuo nuovo romanzo? Vuoi parlarcene?
G.S.: Parlare di una cosa che si sta scrivendo equivale a smettere di scriverla. Lo dico per esperienza. Talvolta, è vero, può essere utile farlo, anche per la tua e l’altrui salute. Allo stato, preferisco rischiare e rimanere nel vago, continuando a lavorare. In ogni caso, la distanza tra scrittura e vita di un manufatto letterario, comprese modalità e supporti della sua veicolazione, è tale da richiedere un capitolo a parte per parlarne compiutamente.

A.D.C.: Un consiglio a un aspirante scrittore?
G.S.: Leggi, invece. È lì che si scrive. Ma se è tale – scrittore, senza aspirante, che fa anche pneumologicamente brutto… – già lo sa.

A.D.C.: E ne avresti uno anche per chi ha già pubblicato il primo romanzo e deve orientarsi per ottenere una seconda pubblicazione?
G.S.: Chiediti perché e cerca gli alleati (operatori: editori, agenti, etc.) che potrebbero credere nelle tue ragioni.

A.D.C.: Grazie per averci concesso questa intervista.
G.S.: Grazie a voi.

(A. Di Cesare)

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro, insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura”, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaboratofra gli altri con La Repubblica,L’Europeo, Cuore, Max, Il Giornale, Carnet, Linus, Ae Oggi.

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Amneris Di Cesare: Che cosa significa per te scrivere?

Giampaolo Spinato: Non lo so. Non ancora. Non so nemmeno se valga più la pena di porsi la domanda. Mi piacerebbe poter dire, con Enrique Vila-Matas – affronta questo tema in modo affascinante in Bartleby e compagnia, libro che ha quanto meno il pregio di restituire uno statuto coraggiosamente esplorativo alla figura dello scrittore, il titolo più ambito ed usurpato che esista al mondo – che in fondo si scrive per smettere di farlo. Anche Friedrich Nietzsche, in Filosofare con il martello, ne dà una definizione affascinante quando dice: “Come tutti i conquistatori, gli esploratori, i navigatori, gli avventurieri, noi ricercatori siamo di una moralità temeraria e dobbiamo accettare che complessivamente ci prendano per malvagi”. E ci si potrebbe avventurare in molte altre citazioni. Ma, nonostante la suggestione di queste definizioni, sono convinto che non vi siano risposte univoche e che i significati di uno stesso comportamento possano mutare e cambiare radicalmente di segno secondo il contesto e le persone. Al fascino suscitato da una certa mistica della scrittura, che legge la questione sempre in modo troppo cultuale preferisco la sana indeterminatezza che ricava da ogni risposta una nuova domanda. A volte, la parte più adolescente si compiace del gesto dello scrivere per la vertigine illusoria che riceve di potersi ricavare un “mondo a parte”, dove prendere un po’ d’aria per riuscire a tollerare quello che viene prima e dopo. Se questo “andare via” abbia il valore di una resa, con le derive compulsivo-solipsistiche che può comportare, o se sia uno stato iniziatico per avventurarsi nell’intuizione e nelle sue dimensioni conoscitive è tutto da vedere. Nella mia esperienza personale, il gesto dello scrivere, sia nel senso più lato, e cioè la permanente ricreazione del mondo che ci viene incontro operata dalla mente, che nella concretezza della battaglia quotidiana con alfabeti e vocabolari, contiene una spinta imprescindibile, del tutto irragionevole e antieconomica. Più passa il tempo e più rimango soggiogato dal mistero di questa esperienza, dalla constatazione che non abbia nulla a che vedere con le etichette che ci affanniamo ad applicargli. È un paradosso. A volte, sembra non esserci niente di meglio per ancorarci alla realtà che distanziarcene. Ci sono sintomi fisici che lo dimostrano, la restituzione di un ritmo regolare del respiro, per esempio, proprio nel momento in cui, scrivendo, hai la netta percezione di percorrere una linea di confine, abitando una realtà altra. Sono certo che nella lingua e non altrove vi siano le risposte alle domande che ci assillano. È cosa ormai arcinota in ogni campo. Il giornalismo, dagli anni Novanta, non fa che rincorrere il mito letterario – senza mai riuscire nemmeno ad imitare la capacità esclusiva, invidiatissima e propria della letteratura di saper cogliere e mettere in circolo la potenza dei significati – dichiarando parassitariamente di volerci “raccontare delle storie” quando al massimo gli può riuscire di illustrare degli aneddoti, svilendo la realtà a didascalia. La politica nell’ultimo decennio ha adottato i sofisticati meccanismi dello storytelling e infatti per un po’ di tempo è andato di moda dire “la narrazione” applicandola a questa o quella campagna elettorale e ai sistemi di governo. Persino la scienza, da secoli non fa che suggere alla lingua, al suo strutturarsi in grammatiche e sintassi, la predisposizione a disvelare l’inesplorato e, come le scienze della psiche, così anche quelle fisiche – fino alla recente scoperta del Bosone di Higgs – hanno un profondo, aurorale legame con lo statuto intimo del logos e dei fonemi che lo originano, fino all’archetipico soffio biblico. Tornando alla scrittura, forse è tutto qui: si tratta di equipaggiarsi per esplorare spazi in cui risuonano le intuizioni che possono restituirci briciole di senso e, facendolo, essere in grado di non farsi risucchiare, per debolezza o narcisismo, da un’ esperienza borderline che, nel momento in cui sembra restituire significato anche all’indicibile, ti rigetta nel vortice di follia della realtà. Ecco, si tratta di una battaglia per sfuggire all’abbraccio dell’alienazione per riportare “a casa” brandelli di verità. Rimane sempre il dubbio: ai fini dell’esplorazione, in questo viaggio cos’è meglio, il biglietto di sola andata o l’andata-e-ritorno? Ma perché il terrore contenuto in questa domanda continui a rispecchiare senso e meraviglia, è augurabile che la questione rimanga nell’ambito del sofistico. Ecco perché mi è capitato di parlare della scrittura anche come un esercizio per addomesticare una forma di disadattamento. E sarà per questo che non so decidermi se amarla o detestarla. Più o meno quello che, in privato, ci capita di fare con noi stessi più di quanto siamo disposti ad ammettere sotto la crosta fisiologica del narcisismo in cui sguazziamo o con cui ci difendiamo.

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro, insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura”, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaboratofra gli altri con La Repubblica,L’Europeo, Cuore, Max, Il Giornale, Carnet, Linus, Ae Oggi.

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Amneris Di Cesare: Quando hai scoperto che scrivere era il tuo destino?

Giampaolo Spinato: È una domanda trabocchetto. Per un po’ anch’io ci sono cascato, in particolare dopo il secondo romanzo, quando ho cercato di capire cosa c’entrasse la scrittura con le mie origini. Nella mia adolescenza avevo fatto delle vere e proprie battaglie per studiare, disorientando tutti perché in una famiglia dalle radici contadine ed operaie questa era un’opzione incomprensibile e di difficile realizzazione. In più, non finalizzavo il mio percorso di studi al lavoro, studiare mi piaceva in sé e basta. Alla fine mi sono convinto che tutto sia nato appunto sui banchi di scuola, dalla passione misteriosa che sentivo specialmente alle medie, durante l’ora di epica. Aspettavo tutta la settimana quel momento e non vedevo l’ora che si leggessero in classe le pagine dell’Iliade, dell’Eneide o dell’Odissea. Avevamo una splendida, voluminosa antologia che ancora conservo insieme al ricordo di quanto pesava nella cartella. Era curata dal grande Salvatore Guglielmino. Si intitolava Armi Eroi Popoli, della Principato editore. Ma, per rispondere senza retorica alla domanda e al luogo comune che la innerva, di destino non ce n’è che uno ed è uguale per tutti. Nel frattempo ognuno si arrangia come può per tentare di sottrarvisi. Il paradosso è che alla fine sarà stato tutto inutile eppure è proprio da questi nostri ottusi sforzi che scaturisce tutta la gamma della meraviglia di cui godiamo nella vita: felicità, infelicità, ambizione, apatia, euforia, rinuncia, progettualità, etc. In questo senso, il santo e il genio criminale condividono la stessa spinta innescata dal terrore e dal mistero del proprio essere mortale.

A. D. C.: Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

G. S.: Il supporto per la scrittura è intimamente connesso con il gesto e l’esperienza dello scrivere, può condizionarla e frustrarla o esaltarla, supportando appunto l’elaborazione. La scelta dipende da cosa si sta facendo. La progettualità che precede o accompagna la stesura vera e propria di un romanzo può passare anche da testi, pre-testi o paratesti, compresi appunti, schizzi, disegni o scarabocchi incomprensibili. Ognuno di questi passaggi elegge o esige il proprio tipo di supporto. Durante la stesura del Cuore rovesciato, per esempio, ricordo d’aver consumato decine di pastelli a cera per trascrivere l’indice a tutta parete alle mie spalle. Per Pony Express avevo sommerso la scrivania di fogliettini memo. Per Amici e nemici, invece, dovevo farmi largo fra le cartine topografiche di varie città che tenevo sempre aperte sulla scrivania e i grandi fogli di bloc notes su cui trascrivevo sempre e solo a matita – Faber n. 2, per la precisione – i dialoghi che concepivo nel dormiveglia prima di metterli a lavorazione nelle sessioni al computer. La scelta del supporto però, come ho detto, non è affatto ininfluente. C’è stato qualche episodio in cui, almeno in fase preliminare, il ritmo e il rumore dei tasti della macchina per scrivere mi erano necessari. Dopo gli anni pionieristici della videoscrittura – mi ero fatto regalare una mastodontica e costosissima, per quei tempi, macchina che occupava quasi tutta la stanza – sono passato da un primitivo notebook ai minitower. Nella fase realizzativa vera e propria oggi la soluzione più comoda è senz’altro il pc per la velocità e la duttilità, la comodità di esecuzione, archiviazione e revisione delle varie stesure. Ma, in buona sostanza, lo spazio fisico strutturato dal rapporto tra lo schermo e la tastiera deve rappresentare un limite non valicabile da altro, uno spazio separato. E, curiosamente, pur prestandosi efficacemente alla flessibilità richiesta dal gesto, per servire l’esperienza dello scrivere il computer deve essere completamente menomato di tutte le facoltà aggiuntive, ivi compresa la mistica del collegamento permanente con il mondo rappresentato dalla rete e dai social. Insomma, occorre sapersi servire del supporto, non esserne asserviti. E questo equilibrio si costruisce sia a livello simbolico che a livello pratico, staccando lettermente la “spina” quando è necessario.

A. D. C.: C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

G. S.: Oltre al sonno e al sogno? No. Mi adatto. Ho notato che vi sono alcuni materiali che spingerebbero per occupare gli spazi meno ordinari. Intendo dire che alcuni temi o personaggi, per farsi “leggere” e incontrare, prediligono ad esempio il notturno rispetto al diurno. Col tempo ho imparato a leggere questa caratteristica aurorale delle storie che chiedono di essere portate alla luce, ma anche ad adattare questa qualità specifica alle esigenze della quotidianità e ad una certa cura che occorre avere per se stessi, anche per essere fisicamente in grado attraversare fino in fondo quell’esperienza unica che è la scrittura di un romanzo. Si tratta di un processo in cui si impara anche a non farsi schiavizzare dalle nostre stesse storie, a coglierne la natura intima e saperla valorizzare, senza aderirvi pedissequamente, governando persino il latente dispotismo che portano con sé. Scrivere non è di per sé cosa buona e giusta. Voglio dire, non può essere considerato a priori un gesto così neutro o positivo, come ci si vuole fare credere, porta con sé anche valenze di esasperazione o autoinganno, mascheramenti e persino autodistruttività, a volte.

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro e insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura“, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaborato fra gli altri con La Repubblica, L’Europeo, Cuore, Max, Il Giornale, Carnet, Linus, A e Oggi.


Domanda (24.01.2012):

Ciao, volevo chiederti, se ti facessi avere una “rosa” di dieci domande sulla scrittura e sul mondo che gravita attorno a esso, mi concederesti un’intervista per il blog del forum che gestisco? http://fiaeforum.freeforumzone.leonardo.it/ (il blog èhttps://fiaeforum.wordpress.com/) e a breve conto di aggiornare il thread “interviste” ma se clicchi sul tag interviste dovresti trovare la maggior parte delle interviste agli scrittori e editor che abbiamo già fatto negli anni, per renderti anche conto del tipo di domande.
Parleremmo anche dei tuoi nuovi progetti di scrittura, del libro nuovo, se vuoi anche del gruppo intantocheunlibrosiscrive…
fammi sapere.
ciao
amneris

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Risposta (11.07.2012):

Cara Amneris,

ma invece di fare un’intervista non si può fare un’anguriata e discuterne tra una fetta e l’altra? Voglio dire, a me piacerebbe rispondere alle tue domande o a quelle dei partecipanti al tuo forum in modo semplice, genuino, approfittandone per trarre qualche riflessione. Questo però richiede un forma di libertà, piacere e leggerezza che fa a pugni con la cornice convenzionale dell’intervista confezionata tutta in una volta, magari mettendo insieme frasi ad effetto e perle di saggezza. In fondo, la tua richiesta non è che l’estensione scritta di un dialogo a distanza che dura da qualche anno. Potremmo seguire il flusso irregolare ma costante di questo invisibile scambio rompendo il clichè di quella confezione e realizzare invece un dialogo nel tempo. Non abbiamo scadenze, non c’è nulla da promuovere e anche gli spazi e le modalità della pubblicazione online si prestano all’idea di sottrarsi dallo stereotipo per lasciar fluire sensi, spunti e significati. La cornice potrebbe essere quella di un post variabile, in cui il testo cambia da un aggiornamento all’altro, introducendo nuovi contenuti. Oppure una conversazione libera, a puntate, che, vista la stagione, potremmo chiamare fette d’anguria, salvo poi, se la conversazione dovesse prolungarsi, diventare una castagnata, un natalino col panettone o il vin brulé, e così via. Prendendoci tutto il tempo che ci occorre, tu mi proponi le tue (o altrui domande) e io provo ad affrontare le questioni sul tappeto. Che ne dici? Fammi sapere.

Ciao!

Giampaolo Spinato

P.S.: Tanto per cominciare, trovo molto interessante l’esergo del vostro forum con la citazione di Ágota Kristóf che, dopo un incipt clamorosamente vero, cede alla supponenza prevedibile dello scrittore, con una chiusa deludente, se non idiota.

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro e insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura“, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaborato fra gli altri con La Repubblica, L’EuropeoCuoreMaxIl Giornale, CarnetLinusAOggi.