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Oltre ogni apparenza

Emilio quel fatidico giorno, in contrasto con le scelte della banca presso cui lavora, viene destituito dalla sua carica. Emarginato dai suoi stessi colleghi, dovrà abbandonare tutto e tutti, anche la famiglia e la moglie. Comincia la sua seconda vita, in cui la sua nuova famiglia sarà il gruppo di barboni con cui stringe un forte sodalizio, la sua casa la strada o il dormitorio, il suo approvvigionamento alimentare la mensa dei poveri. Fino all’altro evento che sconvolgerà nuovamente la sua vita: il casuale e inaspettato incontro col figlio.

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I quattro gatti che leggono ciò che scrivo, sanno che da lettore non ho restrizioni di genere. Ciò non è del tutto vero, in fin dei conti a me piacciono le storie leggere o, nel caso di certi romance molto forti, vicende che richiamano specifiche culture. Comunque si tratta di storie che a modo loro mi aiutano a sognare.
Trovarmi tra le mani, su dono dello stesso autore, questo duro romanzo realista mi ha messo in difficoltà. L’ultimo approccio al genere lo ebbi a scuola con Verga, immaginate quanto tempo sia trascorso da allora, accoppiatelo col mio desiderio di fuga dalla realtà e fate un conto.
Ho accettato comunque di leggerlo e di dare un parere e solo a distanza di ben quattro mesi mi accingo a scriverne la recensione.

Il primo impatto si è diviso in due, un’ambivalenza che mi ha perseguitato per tutta la lettura.
Da un lato (in positivo) una storia davvero triste, che nel suo distacco emotivo colpisce comunque. Un uomo fallito, non per colpa bensì per onore e integrità morale, abbandonato da tutto e da tutti, persino da se stesso. Il continuo fallimento mentre cerca di risalire, aneddoti purtroppo ispirati dalla realtà: persone indigenti che si scontrano con il giudizio di una società benestante e la burocrazia di uno Stato assente. Una denuncia, quindi, della povertà e dell’impossibilità di uscirne.

L’altro lato, purtroppo, riguarda l’aspetto puramente tecnico. Il romanzo non è scritto male, beninteso, ma è evidente una carenza di editing, in particolar modo per quanto riguarda refusi, parole e concetti ripetuti nella stessa pagina e un uso eccessivo della punteggiatura, in alcuni casi -ahimè- non proprio corretto. C’è chi non la usa proprio e chi ne eccede, rallentando o addirittura arrestando il ritmo.
Beninteso, nulla che un editor non potesse risolvere in qualche giorno di lavoro, un editor che qui è stato assente.
Avevo già letto qualcosa di Giuseppe Pellegrino, sa scrivere, quindi qui il problema non riesco a darlo a lui, anzi. Rispetto al passato mi è sembrato adottare un linguaggio molto più scorrevole e dolce, senza appesantirlo con elucubrazioni eccessive, semmai funzionali alla trama. Quindi Giuseppe promosso, editor no, ammesso che ne sia esistito uno.

E poi c’è il terzo fattore, più personale.
Romanzi di questo genere, per quanto ne abbia memoria, hanno una tragicità intrinseca, mentre qui si è scelta la via dell’ottimismo. E’ palese che Pellegrino, nonostante disegni una convincente vicenda di caduta umana, sia positivo nei confronti del futuro. Questo ottimismo si traduce in eventi un po’ troppo fortuiti (l’incontro casuale col figlio) e su comportamenti di deriva buonista di altri comprimari (i compagni di strada di Emilio). Ad aggiungere carne al fuoco lo stesso figliolo, che ne prende le difese ponendosi contro la stessa madre e rischiando tutto per lui: è un segnale di fiducia verso le nuove generazioni, materia rara vista l’età dello scrittore.
Quindi, la domanda che mi sono posto è la seguente: è un problema?
Ciò è dato al parere, più che allo sterile giudizio, del lettore. Una storia così triste per me avrebbe dovuto avere un epilogo tragico, per alcuni però la catarsi potrebbe essere più auspicabile. Il lettore deciderà se preferisce la fine di Emilio o la sua rinascita, ma solo alla fine, quando ne avrà vissuto la sofferenza.

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MY TWO CENTS

Premesse, trama e protagonista convincenti, penalizzati da uno scarso editing. La deriva ottimista potrebbe indispettire chi cerca una storia davvero tragica.
Una nota davvero MOLTO personale a Giuseppe Pellegrino. Ai miei soli quarant’anni, per quanto squillibrato, sono diventato un po’ cinico e poco speranzoso nel futuro. Magari come lettore e pessimista cronico avrei preferito un finale tragico, ma sono felice che l’autore, alla sua età e con ciò che ha visto, abbia ancora tanta fiducia nel futuro e soprattutto nelle nuove generazioni. Al di là del giudizio personale sull’opera, ritengo sia doveroso spezzare più di una lancia a favore dell’uomo che l’ha realizzata.

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PROS
-Una storia cruda e triste, ma realista
-Soprattutto una molto attuale e sensibilizzante
-Protagonista convincente
-Stile alleggerito rispetto ai precedenti lavori di Pellegrino (molto bene)

CONS
-Assenza di un valido editing
-Alcuni eventi fortuiti sfiorano il WTF (ma sono sopportabili)
-Il buonismo imperante potrebbe irritare chi cerca storie più dure

Fabrizio


Scrissi questa recensione/riflessione nel 2008. Mi sembra ancora valida. Voi che dite?

 

Abraham B. Yehoshua

Il lettore allo specchio

Sul romanzo e la scrittura

A cura di Alessandro Guetta

Einaudi

 

C’è uno specchio nel titolo di questo piccolo volume (120 pagine, esclusa la bibliografia) e in questo specchio si riflette uno scrittore che vuole calarsi nei panni del lettore. Un bagno di umiltà del quale Yehoshua, al contrario di molti suoi colleghi di altri paesi, non aveva affatto bisogno. L’immagine che ne esce è affascinante come un’intervista di quelle riuscite (non sono molte, fidatevi) e come uno sguardo nei meccanismi stessi della scrittura di Yehoshua, ma non solo. Oserei dire che leggere questo libro potrebbe essere, per un aspirante scrittore, molto più utile di qualsiasi corso di scrittura creativa. E al tempo stesso potrebbe, per molti scrittori, essere spiazzante. Perché fa uno strano effetto riconoscersi nelle parole di un artista della fama e del valore di Yehoshua. Viene da pensare: questa frase potrei averla detta io – questo pensiero potrebbe appartenermi. A dimostrazione che chi scrive per reale necessità, perché la spinta creativa non può rimanere compressa e deve trovare pagine bianche da imbrattare, può fregiarsi del titolo (posto che tale titolo abbia un reale valore) di scrittore. A prescindere dal numero delle pubblicazioni o dalla quantità di copie vendute.

Il volume curato da Alessandro Guetta affronta la scrittura di Yehoshua, viviseziona alcuni dei suoi libri più famosi, ma assume un valore universale quando prende in esame le eterne domande sul romanzo e sulla scrittura.

E’ regola riconosciuta ed applicata (soprattutto dall’editoria italiana) che lo scrittore, specie se esordiente, debba scrivere di cose del proprio paese. Una regola che Yehoshua demolisce così:

Quando ho scritto “Ritorno dall’India”, in India non ci ero mai stato; ci sono andato dopo. Ma grazie ai film girati in India ho imparato a conoscere la luce particolare di quei luoghi. Comunque il fenomeno esisteva ben prima dell’invenzione del cinema. Disponiamo di testimonianze letterarie di scrittori del Seicento e del Settecento… non andavano al cinema, ma avevano immaginazione, ed è questo che ci fa scrivere, la materia con cui lavoriamo.

 

Altra regola che oggi va per la maggiore (sempre in Italia) è quella in base alla quale il lettore sarebbe spaventato a respinto da un libro troppo grande. Yehoshua risponde:

Non è vero che vanno solo i romanzi brevi. Può darsi che un editore decida di rifiutare chi si presenta con un romanzo fiume, ma non è giusto, perché è bene che ci sia chi è disposto a volgersi al romanzo di ampio respiro, senza lasciarsi influenzare dallo stile dei video-clip, tanto in voga al giorno d’oggi. C’è ancora posto per il romanzo, ne sono convinto.

 

Demolitore di convinzioni editoriali? Non del tutto. Yehoshua aderisce, in un altro punto della ricca intervista, ad un pensiero che è stato più volte espresso: uno scrittore non può essere, al tempo stesso, un giornalista.

C’è poi un’altra insidia per gli scrittori, il giornalismo. Mi ha sempre fatto paura, quindi non me ne sono mai occupato, anche se mi è capitato di scrivere articoli per necessità. All’inizio pensavo che la cosa migliore per uno scrittore fosse lavorare in un campo completamente estraneo alla scrittura per poter conservare la purezza della lingua, per quale il giornalismo è invece pericoloso, quindi ho deciso di insegnare.

 

Il giornalismo, non solo quello israeliano, ha senz’altro perduto un editorialista di tutto rispetto perché ci sono molte cose, nella scrittura e nello scrupolo di informazione di Yehoshua, che rimandano al giornalismo Un esempio:

Documentarmi per un libro è sempre fonte del massimo piacere, perché è un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, come è successo con l’India, con la medicina. Per ogni romanzo ho dovuto informarmi su argomenti che ignoravo quindi ho imparato molte cose… E’ vero che, dopo essermi specializzato in un soggetto, dimentico tutto una volta finito il romanzo, ma studiare mentre scrivo mi è di grande aiuto perché così non rimango solo di fronte alla pagina bianca.

 

Un pensiero che qualunque giornalista di valore potrebbe condividere. Ma torniamo alla scrittura. Yehoshua ha un atteggiamento critico nei confronti dell’innovazione a tutti i costi, soprattutto non sopporta lo strem of consciousness (il flusso di coscienza) che tanto appassiona molti esordienti (e non solo loro).

Ho perso fiducia nella credibilità del monologo interiore, perché mi sembra una cosa troppo tecnica… Può darsi che io debba aprirmi maggiormente all’irrazionale, alla frase detta senza motivo e priva di collegamento con le altre cose… Come dicevo, l’autore non deve dire troppo, deve lasciare spazio al personaggio e permettere al lettore di intervenire con la sua immaginazione. Che la letteratura faccia lavorare il lettore, lo renda attivo e gli lasci riempire gli spazi vuoti del testo mi sembra una cosa molto positiva. E’ bene che il lettore debba controllare, tornare indietro, integrare. E’ una cosa fondamentale. Per me farlo lavorare incessantemente significa che mi fido di lui, che non lo vedo come inferiore. Se non gli do l’imbeccata, è perché lo pongo al mio stesso livello

.

E qui sarebbe interessante sentire il parere in proposito di molti editor italiani che fanno della semplificazione massiccia e massificante la cifra stilistica da applicare a qualsiasi tipo di scrittura e a qualsiasi scrittore. Ponendo di fatto il lettore nel ruolo di fruitore passivo ed anche decisamente incapace di innalzare il pensiero al di là di una sequenza elementare di soggetto – verbo – complemento. Posto che un simile parere arrivi mai, e restando nel tema della semplificazione come regola base con cui vengono esaminati (quando vengono esaminati) i manoscritti che tanto infastidiscono gli editor delle principali case editrici, chiudiamo questo breve excursus su Il lettore allo specchio con una considerazione. Uno dei libri più famosi di Yehoshua, La sposa liberata, ha un incipit che farebbe inorridire qualsiasi insegnante di un corso di scrittura creativa: una frase di otto righe introdotta da una congiunzione, con quattordici virgole e un trattino.

 

Eccola:

E se avesse previsto che anche quella sera, sulla collina del matrimonio campestre, nell’odore pesante del fico che si era invitato a tavola come un ospite aggiunto, antico, lo avrebbe colpito di nuovo, e con forza, la paura del fallimento e delle occasioni perse, forse sarebbe stato più attento e deciso a sottrarsi a Samaher – una studentessa universitaria ambiziosa e fastidiosa, che non si era accontentata di un invito scritto e orale, ma aveva anche organizzato il suo viaggio, dopo aver insistito con il nuovo Direttore del Dipartimento perché facesse partecipare i professori alle sue nozze, a quanto pare non solo per onorare lei, ma anche come messaggio speciale per gli studenti arabi, senza i quali, sosteneva con impudenza, il Dipartimento non avrebbe avuto un vero statuto all’interno della facoltà.

Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che nell’arte, perché di questo stiamo parlando, le regole e le leggi codificate servono solo ad essere infrante da chi il titolo di artista, e di scrittore, se lo guadagna sul campo.

 

ZG

De gustibus (e quel che segue)

Pubblicato: 27 settembre 2015 da lauraetlory in recensioni, scritto misto, scrivere

Dibatto spesso con le persone che conosco, e che leggono (ne conosco parecchi di lettori, il che alle volte mi fa dubitare del poco amore per la lettura degli italiani, poi mi dico che è una questione di frequentazioni e io, modestamente, gli amici me li so scegliere) sul reale valore di un testo e sulla questione “gusto personale”. Spesso mi trovo nella posizione di quella che dice che alcuni pilastri della letteratura mondiale non possono non piacere. Poi mi smentisco da me. Ho faticato, e molto, a leggere “Il maestro e Margherita” e, per buona metà del testo, ho dovuto trattenere la voglia di far volare il volume oltre la finestra. Giunta alla fine, però, mi sono ricreduta. E’ un grande libro, dice moltissimo se si ha la voglia (o la capacità?) di ascoltarlo. Ma non posso condannare chi proprio non l’ha sopportato. Un lettore ha il sacrosanto diritto di chiudere un testo e usarlo come supporto per la tazzina del caffè. Anche se si tratta di un pilastro della letteratura mondiale. Figurarsi se, invece, si tratta dell’ultima fatica di autori ben inseriti nei salotti che contano. Mi sono divertita a leggere le recensioni su GoodReads di un romanzo italiano uscito da pochi mesi. Non ha importanza quale. Ha goduto di ottima critica, battage giusto, visibilità. Le recensioni, a colpo d’occhio, erano per lo più negative. Una o due stelline, argomentate da lettori delusi e pure arrabbiati. Ma ce n’erano molte entusiastiche, con tre o quattro stelline. È la scoperta dell’acqua calda? Certo. Ma è interessante. Perché lungi dal definirsi critici letterari, i lettori di quel romanzo dimostravano, argomentando, riportando stralci, facendo riferimenti ad altri autori e altri testi, di aver riflettuto su quelle pagine. Di averci ragionato, esercitando un diritto di critica che è inalienabile. Un esercizio fatto senza timori né dietrologie, come invece accade tra scrittori (o sedicenti tali). Perché, ammettiamolo, se capita, a noi che scriviamo, di leggere un testo di un altro autore, che magari conosciamo personalmente, che ci è simpatico, che magari potrebbe metterci una buona parola con quel giornalista/libraio/editore, e quel testo ci fa, fantozzianamente, cagare, scatta il dramma. Impossibile dire che ci è piaciuto. Ma ancor più impossibile mettere nero su bianco che, per i nostri gusti, quel testo non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Adesso ci vado giù dura, sia chiaro. Ma sarà capitato anche a voi di scuotere la testa davanti a pagine banali, non necessariamente mal scritte, ma sostanzialmente inutili. Ecco, forse il peccato peggiore è questo: un libro può essere bello, brutto, mediocre, pieno di strafalcioni o ben scritto, troppo lungo, troppo corto, troppo strombazzato. Ma non può mai permettersi di essere inutile. Di far pensare al lettore di aver perso tempo (e denaro) che avrebbe potuto utilizzare in modo più proficuo. Ecco, di lettori così quel romanzo di autore italiano molto noto e ben introdotto ne ha incontrati parecchi. A dimostrazione che ciò che ci viene costantemente presentato come “imperdibile” dalle fascette, dalle case editrici, dai critici, può non esserlo. E lo si può affermare, questa è la notizia, senza doversi per forza sentire ignoranti, invidiosi o superficiali.

ZG

 


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Dopo mesi di lavoro, dall’11 novembre 2013 torna online il blog Diario di Pensieri Persi, all’indirizzo www.diariodipensieripersi.it.

Nuova grafica, nuovi approfondimenti e, soprattutto, un nuovo account mail: diario.redazione@gmail.com. La redazione di Diario ha deciso di accorpare in un unico indirizzo di posta elettronica tutte le comunicazioni dell’utenza che per quattro anni si è attivamente interessata al lavoro svolto dal blog. Da ora è possibile iscriversi a una Newsletter mensile, poco invasiva, che raccoglierà i più interessanti contenuti del mese appena trascorso. L’iscrizione si può effettuare attraverso il form che si trova nel footer del sito. Sarà inoltre possibile commentare gli articoli anche tramite Facebook, grazie all’apposita casella collocata sotto a ogni post. Per ogni dubbio o necessità libresca, il servizio Personal Bookshopper è a disposizione di tutti i lettori. Basta inviare un’e-mail a: p.bookshopper@gmail.com.

Sarà possibile consultare tutti gli articoli precedentemente inseriti con un sistema di archiviazione più razionale basato su sezioni tematiche: Libri (editoria, interviste, recensioni), RubricheNewsExtra (animazione, cinema, serie TV e fumetti) e la sezione Focus dedicata ad approfondimenti di carattere generale.

Le Rubriche rappresentano una novità assoluta del nuovo sito. Segnaliamo Allois Ophtalmois, che si propone di svelare sfaccettature nascoste e ridare visibilità a segmenti della nostra civiltà letteraria a volte ignorati o trascurati; Le Rouge et le Noir, una rubrica per parlare in modo inedito e divertente di libri e cinema; Remainders è uno spazio dedicato ai libri che abbiamo accumulato e che non abbiamo ancora avuto l’opportunità di leggere, libri nuovi che con il passare del tempo sono diventati “vecchi”, che avremmo sempre voluto leggere; infine Surface, dove curiosando nel mutevole mondo dei libri avremo occasione di saggiare il dibattito culturale straniero attraverso le traduzioni integrali di articoli di giornali e siti web esteri.

Dopo quattro anni di attività, lo staff di Diario di Pensieri Persi imbocca un nuovo sentiero e mette a servizio dell’utenza (scrittori, editori, blogger e aziende) la propria esperienza e professionalità attraverso la sezione dedicata ai Servizi Editoriali. Un pacchetto completo che va dalla grafica alla correzione, dalla valutazione alla traduzione, dall’ufficio stampa alla consulenza, dalla costruzione di un sito web professionale all’editing. Per ulteriori informazioni, vi invitiamo a consultare la nuova sezione del sito di Diario dedicata ai Servizi Editoriali:
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Lo staff del Diario vuole cogliere l’occasione per ringraziare i lettori e i blogger che hanno partecipato o scritto della Book Night Moon, la Notte bianca dei lettori organizzata da Diario di Pensieri Persi. Il riscontro di pubblico della prima edizione, a giugno 2013, e della seconda, a ottobre 2013 in occasione del quarto compleanno del blog, è stato tale da far sì che Diario ricevesse una menzione speciale al premio Il Maggio dei Libri 2013, terza edizione della campagna di promozione della lettura, organizzata dal Centro per il Libro e la Lettura, in collaborazione con l’Associazione Italiana Editori, sotto l‘Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO e della Conferenza delle Regioni. 

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Invitano inoltre, come è giusto, gli amici blogger che volessero scrivere del restyling di Diario a contattarli per richieste e informazioni e a spargere la voce tra i loro contatti su www.diariodipensieripersi.it!


407825_537346092951690_1439547010_nGiovedì 3 alle 18.15 Sara Saorin di Camelozampa sarà intervistata assieme a Marina Lenti e Amneris Di Cesare; seguitele in streaming su www.itvrome.it !
Giovedì 3 gennaio, dalle ore 18.15 alle 19.00, nel corso di Pomeriggio con TV 2.0 di RLTV, DTT 677, verranno presentati in diretta “La metafisica di Harry Potter” di Marina Lenti e “Potterologia”, AA.VV. La trasmissione sarà visibile via streaming all’indirizzo www.itvrome.it.

Da Fantasy Magazine.it

Fabio Musati, L’Ombra dei Sogni (2011) – FANTASTICO – Edizioni Cento Autori – Narratopoli – 2011 – pagine96 – prezzo 10,00 euro -giudizio: buono

Fabio Musati, autore milanese, pubblica una nuova raccolta di racconti con la casaEdizioni Cento Autori. Non del tutto inerenti il fantastico: spesso si limitano a sfiorarlo con il dubbio, la sensazione. Un po’ come con il grande Dino Buzzati, nell’ Ombra dei Sogni abbiamo una partenza da situazioni quotidiane e semplici e uno sviluppo verso l’ignoto, il misterioso o verso la situazione paradossale kafkiana. Difficile dare una definizione unica a questi racconti, che spaziano tra generi differenti.

Spesso si incontra un elemento nuovo, un qualcuno o un qualcosa (una casa deserta che si vede tutti i giorni passando per strada, un criceto che sbadatamente si acquista e ci si porta in casa, una persona incontrata in ascensore) che permette di mettere in luce le nevrosi, i dubbi, i sogni o i desideri del protagonista. Che a sua volta può essere un personaggio in cerca di sapere e di verità oppure congelato nella routine quotidiana, nella nevrosi o nella noia, desideroso del contatto con l’altro o al contrario ansioso di essere lasciato nel proprio guscio.

Spesso, e questo può essere interpretato in molti modi e avere una valenza positiva o negativa a seconda dei gusti, non c’è un vero e proprio disvelamento finale, e la storia termina nel dubbio e nel mistero così come è iniziata (ad esempio: La Statua). Talvolta, e in modo molto più classico, si comprende la premessa nelle ultime righe (Il Faro). E non manca un racconto in cui si abbandona la sofisticazione e i personaggi dai comportamenti leziosi per passare a una storia dal risvolto grottesco ma drammatica, umana e reale (Natale in Padania).

 In meno di cento pagine abbiamo diverse strade narrative, e inoltre il dono della sintesi e della brevità. Difficile dire se questi racconti possano trovare il consenso del lettore amante di un fantastico spettacolare e avventuroso, ma anche il lettore più giovane, se abbastanza curioso, si potrà cimentare con questa breve raccolta.