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Scrissi questa recensione/riflessione nel 2008. Mi sembra ancora valida. Voi che dite?

 

Abraham B. Yehoshua

Il lettore allo specchio

Sul romanzo e la scrittura

A cura di Alessandro Guetta

Einaudi

 

C’è uno specchio nel titolo di questo piccolo volume (120 pagine, esclusa la bibliografia) e in questo specchio si riflette uno scrittore che vuole calarsi nei panni del lettore. Un bagno di umiltà del quale Yehoshua, al contrario di molti suoi colleghi di altri paesi, non aveva affatto bisogno. L’immagine che ne esce è affascinante come un’intervista di quelle riuscite (non sono molte, fidatevi) e come uno sguardo nei meccanismi stessi della scrittura di Yehoshua, ma non solo. Oserei dire che leggere questo libro potrebbe essere, per un aspirante scrittore, molto più utile di qualsiasi corso di scrittura creativa. E al tempo stesso potrebbe, per molti scrittori, essere spiazzante. Perché fa uno strano effetto riconoscersi nelle parole di un artista della fama e del valore di Yehoshua. Viene da pensare: questa frase potrei averla detta io – questo pensiero potrebbe appartenermi. A dimostrazione che chi scrive per reale necessità, perché la spinta creativa non può rimanere compressa e deve trovare pagine bianche da imbrattare, può fregiarsi del titolo (posto che tale titolo abbia un reale valore) di scrittore. A prescindere dal numero delle pubblicazioni o dalla quantità di copie vendute.

Il volume curato da Alessandro Guetta affronta la scrittura di Yehoshua, viviseziona alcuni dei suoi libri più famosi, ma assume un valore universale quando prende in esame le eterne domande sul romanzo e sulla scrittura.

E’ regola riconosciuta ed applicata (soprattutto dall’editoria italiana) che lo scrittore, specie se esordiente, debba scrivere di cose del proprio paese. Una regola che Yehoshua demolisce così:

Quando ho scritto “Ritorno dall’India”, in India non ci ero mai stato; ci sono andato dopo. Ma grazie ai film girati in India ho imparato a conoscere la luce particolare di quei luoghi. Comunque il fenomeno esisteva ben prima dell’invenzione del cinema. Disponiamo di testimonianze letterarie di scrittori del Seicento e del Settecento… non andavano al cinema, ma avevano immaginazione, ed è questo che ci fa scrivere, la materia con cui lavoriamo.

 

Altra regola che oggi va per la maggiore (sempre in Italia) è quella in base alla quale il lettore sarebbe spaventato a respinto da un libro troppo grande. Yehoshua risponde:

Non è vero che vanno solo i romanzi brevi. Può darsi che un editore decida di rifiutare chi si presenta con un romanzo fiume, ma non è giusto, perché è bene che ci sia chi è disposto a volgersi al romanzo di ampio respiro, senza lasciarsi influenzare dallo stile dei video-clip, tanto in voga al giorno d’oggi. C’è ancora posto per il romanzo, ne sono convinto.

 

Demolitore di convinzioni editoriali? Non del tutto. Yehoshua aderisce, in un altro punto della ricca intervista, ad un pensiero che è stato più volte espresso: uno scrittore non può essere, al tempo stesso, un giornalista.

C’è poi un’altra insidia per gli scrittori, il giornalismo. Mi ha sempre fatto paura, quindi non me ne sono mai occupato, anche se mi è capitato di scrivere articoli per necessità. All’inizio pensavo che la cosa migliore per uno scrittore fosse lavorare in un campo completamente estraneo alla scrittura per poter conservare la purezza della lingua, per quale il giornalismo è invece pericoloso, quindi ho deciso di insegnare.

 

Il giornalismo, non solo quello israeliano, ha senz’altro perduto un editorialista di tutto rispetto perché ci sono molte cose, nella scrittura e nello scrupolo di informazione di Yehoshua, che rimandano al giornalismo Un esempio:

Documentarmi per un libro è sempre fonte del massimo piacere, perché è un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, come è successo con l’India, con la medicina. Per ogni romanzo ho dovuto informarmi su argomenti che ignoravo quindi ho imparato molte cose… E’ vero che, dopo essermi specializzato in un soggetto, dimentico tutto una volta finito il romanzo, ma studiare mentre scrivo mi è di grande aiuto perché così non rimango solo di fronte alla pagina bianca.

 

Un pensiero che qualunque giornalista di valore potrebbe condividere. Ma torniamo alla scrittura. Yehoshua ha un atteggiamento critico nei confronti dell’innovazione a tutti i costi, soprattutto non sopporta lo strem of consciousness (il flusso di coscienza) che tanto appassiona molti esordienti (e non solo loro).

Ho perso fiducia nella credibilità del monologo interiore, perché mi sembra una cosa troppo tecnica… Può darsi che io debba aprirmi maggiormente all’irrazionale, alla frase detta senza motivo e priva di collegamento con le altre cose… Come dicevo, l’autore non deve dire troppo, deve lasciare spazio al personaggio e permettere al lettore di intervenire con la sua immaginazione. Che la letteratura faccia lavorare il lettore, lo renda attivo e gli lasci riempire gli spazi vuoti del testo mi sembra una cosa molto positiva. E’ bene che il lettore debba controllare, tornare indietro, integrare. E’ una cosa fondamentale. Per me farlo lavorare incessantemente significa che mi fido di lui, che non lo vedo come inferiore. Se non gli do l’imbeccata, è perché lo pongo al mio stesso livello

.

E qui sarebbe interessante sentire il parere in proposito di molti editor italiani che fanno della semplificazione massiccia e massificante la cifra stilistica da applicare a qualsiasi tipo di scrittura e a qualsiasi scrittore. Ponendo di fatto il lettore nel ruolo di fruitore passivo ed anche decisamente incapace di innalzare il pensiero al di là di una sequenza elementare di soggetto – verbo – complemento. Posto che un simile parere arrivi mai, e restando nel tema della semplificazione come regola base con cui vengono esaminati (quando vengono esaminati) i manoscritti che tanto infastidiscono gli editor delle principali case editrici, chiudiamo questo breve excursus su Il lettore allo specchio con una considerazione. Uno dei libri più famosi di Yehoshua, La sposa liberata, ha un incipit che farebbe inorridire qualsiasi insegnante di un corso di scrittura creativa: una frase di otto righe introdotta da una congiunzione, con quattordici virgole e un trattino.

 

Eccola:

E se avesse previsto che anche quella sera, sulla collina del matrimonio campestre, nell’odore pesante del fico che si era invitato a tavola come un ospite aggiunto, antico, lo avrebbe colpito di nuovo, e con forza, la paura del fallimento e delle occasioni perse, forse sarebbe stato più attento e deciso a sottrarsi a Samaher – una studentessa universitaria ambiziosa e fastidiosa, che non si era accontentata di un invito scritto e orale, ma aveva anche organizzato il suo viaggio, dopo aver insistito con il nuovo Direttore del Dipartimento perché facesse partecipare i professori alle sue nozze, a quanto pare non solo per onorare lei, ma anche come messaggio speciale per gli studenti arabi, senza i quali, sosteneva con impudenza, il Dipartimento non avrebbe avuto un vero statuto all’interno della facoltà.

Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che nell’arte, perché di questo stiamo parlando, le regole e le leggi codificate servono solo ad essere infrante da chi il titolo di artista, e di scrittore, se lo guadagna sul campo.

 

ZG

FINALE EMILIA 3 GIUGNO 2013: VINO E BUONE LETTURE

Pubblicato: 9 giugno 2013 da amnerisdicesare in presentazioni, voci

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Dicono che le coniglie siano talmente buone e pacifiche, da sembrare cretine. Animali stupidi, li chiamano in campagna i contadini. E io ciòta lo sono, per davvero. Ma provate ad avvicinarvi ai piccoli appena nati che succhiano il latte dalle loro mammelle, e vedete se ci riuscite! Anzi, state attenti, perché con quei denti possono staccarvi un dito, possono persino mozzarvi una mano. Pure io sugnu ‘na zannuta. E ‘na cunigghjia pure. E come una coniglia, ascolto in silenzio, con l’aria forse un po’ idiota di chi non capisce bene quello che gli vien detto. C’ho quell’aria lì, stampata sulla faccia, e per questo motivo, mi hanno sempre preso a calci, insultato, menato pure. È la mia faccia, che ci posso fare? Sono una stupida. Non ho potuto studiare. Mio padre mi ha strappato un figlio e mi ha costretto ad andarmene di casa. Ma una cosa sola, ho sempre saputo. Una cosa che da buona e ciòta mi faceva diventare una leonessa pericolosa. Cunigghjiae zannuta sugnu: toccatemi i figli. Provate a portarmeli via. Ci dovete solo provare. Non ve lo consiglio. Perché azzanno. E non mollo fino a che non implorate “Basta! Per pietà!”. Così ho fatto anche con Mariuzzo. A’ ri cannarozzi ci sono saltata. E quella sua piccola faccia rossa è diventata prima gialla e poi blu. Infine a’ lingu’i fora c’aviva. – Dicci a quella gran fitusa da mugghijereta i’ lassare jire i figghji mii! Dicci a chira gran zoccola d’a’ fimmena tujia ch’i figghji d’a’ zannuta u’ssu in vendita e che non ci provi a prendermeli. Oggi ti faccio assaggiare quello di cui sono capace, ma domani se si avvicina lei a uno solo dei bambini miei, non so cosa potrei farle. Ci stacco na’ricchia sana sana, cc’u’ tutt’u’nasu dappresso! E con un sol morso! M’ha capisciuto, Mariu’? Capisciuto‘bbono?

Nient’altro che amare
di
Amneris Di Cesare
Edizioni Cento Autori
Maggio 2012

Alla presentazione di Libreschi, lo scorso 3 giugno 2013, mi sono impappinata.

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Volevo leggere questo pezzo qui. Quello dei “denti della Zannuta” che azzanna quando deve. Mi sono persa in una lettura infinita (a momenti leggevo tutto il libro!) senza peraltro riuscire a trovare il passaggio che volevo. Eccolo. Dedicato a tutte le mamme che erano presenti quella sera. Eh, le mamme…

(a proposito, mai vino è stato così adatto al mio libro come Syrah! Grazie Claudio Driol!)

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Cronaca semiseria di Libreschi, una bella iniziativa di Claudio Driol: vino e libri, nel corso del quale sono stati presentati i libri Nient’altro che amare della nostra Amneris Di Cesare, Matilda con la A della appena iscritta Cecilia Mazzeo, Crune d’aghi per cammelli di Maria Silvia Avanzato e Anita friggeva d’amore di Marta Casarini. Una bella riunione di donne che scrivono. Bei libri, bel pubblico, buon cibo e buon vino. Lunedi 3 giugno 2013 a Finale Emilia.


Amneris Di Cesare: Quando hai scoperto che scrivere era il tuo destino?

Giampaolo Spinato: È una domanda trabocchetto. Per un po’ anch’io ci sono cascato, in particolare dopo il secondo romanzo, quando ho cercato di capire cosa c’entrasse la scrittura con le mie origini. Nella mia adolescenza avevo fatto delle vere e proprie battaglie per studiare, disorientando tutti perché in una famiglia dalle radici contadine ed operaie questa era un’opzione incomprensibile e di difficile realizzazione. In più, non finalizzavo il mio percorso di studi al lavoro, studiare mi piaceva in sé e basta. Alla fine mi sono convinto che tutto sia nato appunto sui banchi di scuola, dalla passione misteriosa che sentivo specialmente alle medie, durante l’ora di epica. Aspettavo tutta la settimana quel momento e non vedevo l’ora che si leggessero in classe le pagine dell’Iliade, dell’Eneide o dell’Odissea. Avevamo una splendida, voluminosa antologia che ancora conservo insieme al ricordo di quanto pesava nella cartella. Era curata dal grande Salvatore Guglielmino. Si intitolava Armi Eroi Popoli, della Principato editore. Ma, per rispondere senza retorica alla domanda e al luogo comune che la innerva, di destino non ce n’è che uno ed è uguale per tutti. Nel frattempo ognuno si arrangia come può per tentare di sottrarvisi. Il paradosso è che alla fine sarà stato tutto inutile eppure è proprio da questi nostri ottusi sforzi che scaturisce tutta la gamma della meraviglia di cui godiamo nella vita: felicità, infelicità, ambizione, apatia, euforia, rinuncia, progettualità, etc. In questo senso, il santo e il genio criminale condividono la stessa spinta innescata dal terrore e dal mistero del proprio essere mortale.

A. D. C.: Come scrivi? Penna e carta, moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure rigorosamente tutto a video, computer portatile, ipad, iphone?

G. S.: Il supporto per la scrittura è intimamente connesso con il gesto e l’esperienza dello scrivere, può condizionarla e frustrarla o esaltarla, supportando appunto l’elaborazione. La scelta dipende da cosa si sta facendo. La progettualità che precede o accompagna la stesura vera e propria di un romanzo può passare anche da testi, pre-testi o paratesti, compresi appunti, schizzi, disegni o scarabocchi incomprensibili. Ognuno di questi passaggi elegge o esige il proprio tipo di supporto. Durante la stesura del Cuore rovesciato, per esempio, ricordo d’aver consumato decine di pastelli a cera per trascrivere l’indice a tutta parete alle mie spalle. Per Pony Express avevo sommerso la scrivania di fogliettini memo. Per Amici e nemici, invece, dovevo farmi largo fra le cartine topografiche di varie città che tenevo sempre aperte sulla scrivania e i grandi fogli di bloc notes su cui trascrivevo sempre e solo a matita – Faber n. 2, per la precisione – i dialoghi che concepivo nel dormiveglia prima di metterli a lavorazione nelle sessioni al computer. La scelta del supporto però, come ho detto, non è affatto ininfluente. C’è stato qualche episodio in cui, almeno in fase preliminare, il ritmo e il rumore dei tasti della macchina per scrivere mi erano necessari. Dopo gli anni pionieristici della videoscrittura – mi ero fatto regalare una mastodontica e costosissima, per quei tempi, macchina che occupava quasi tutta la stanza – sono passato da un primitivo notebook ai minitower. Nella fase realizzativa vera e propria oggi la soluzione più comoda è senz’altro il pc per la velocità e la duttilità, la comodità di esecuzione, archiviazione e revisione delle varie stesure. Ma, in buona sostanza, lo spazio fisico strutturato dal rapporto tra lo schermo e la tastiera deve rappresentare un limite non valicabile da altro, uno spazio separato. E, curiosamente, pur prestandosi efficacemente alla flessibilità richiesta dal gesto, per servire l’esperienza dello scrivere il computer deve essere completamente menomato di tutte le facoltà aggiuntive, ivi compresa la mistica del collegamento permanente con il mondo rappresentato dalla rete e dai social. Insomma, occorre sapersi servire del supporto, non esserne asserviti. E questo equilibrio si costruisce sia a livello simbolico che a livello pratico, staccando lettermente la “spina” quando è necessario.

A. D. C.: C’è un momento particolare nella giornata in cui prediligi scrivere i tuoi romanzi?

G. S.: Oltre al sonno e al sogno? No. Mi adatto. Ho notato che vi sono alcuni materiali che spingerebbero per occupare gli spazi meno ordinari. Intendo dire che alcuni temi o personaggi, per farsi “leggere” e incontrare, prediligono ad esempio il notturno rispetto al diurno. Col tempo ho imparato a leggere questa caratteristica aurorale delle storie che chiedono di essere portate alla luce, ma anche ad adattare questa qualità specifica alle esigenze della quotidianità e ad una certa cura che occorre avere per se stessi, anche per essere fisicamente in grado attraversare fino in fondo quell’esperienza unica che è la scrittura di un romanzo. Si tratta di un processo in cui si impara anche a non farsi schiavizzare dalle nostre stesse storie, a coglierne la natura intima e saperla valorizzare, senza aderirvi pedissequamente, governando persino il latente dispotismo che portano con sé. Scrivere non è di per sé cosa buona e giusta. Voglio dire, non può essere considerato a priori un gesto così neutro o positivo, come ci si vuole fare credere, porta con sé anche valenze di esasperazione o autoinganno, mascheramenti e persino autodistruttività, a volte.

Giampaolo Spinato è nato a Milano nel 1960. Ha pubblicato “Pony Express” (Einaudi), “Il cuore rovesciato” (Mondadori), “Di qua e di là dal cielo” (Mondadori), “Amici e nemici” (Fazi ) e “La vita nuova” (Baldini Castoldi Dalai). Ha scritto per il teatro e insegna drammaturgia all’università. Ideatore del progetto “Bartleby – pratiche della scrittura e della lettura“, dal 1995 conduce workshop e laboratori di scrittura e, nel tempo, ha collaborato fra gli altri con La Repubblica, L’Europeo, Cuore, Max, Il Giornale, Carnet, Linus, A e Oggi.

Pensiero alieno di Cinzia Pierangelini

Pubblicato: 21 ottobre 2006 da fiaeforum in scrivere, voci

Qualcuno mi ha detto "rifletti sul fatto che mica la vita è tutta nei romanzi" e io ho risposto che magari fosse questo il problema, il vero problema è che la vita per me è tutta nella mia testa! Il mondo è un contorno che spesso mi sfugge; i romanzi forse sono solo l’ultimo gradino della mia perfetta astrazione. Allora mi chiedo: dovrei sentirmi in colpa?  pensiero alieno di Cinzia (Coca) Pierangelini

Se conoscessi uno scrittore

Pubblicato: 9 ottobre 2006 da fiaeforum in scrivere, voci

Se conoscessi uno scrittore, lo riempirei di domande. Lo aggredirei con un fuoco di fila talmente rapido e pressante che probabilmente non avrebbe il tempo di rispondermi. Se conoscessi uno scrittore, prima di tutto gli chiederei perché scrive. Scrive per se stesso, per comunicare le proprie emozioni e le sensazioni, i pensieri e le riflessioni a quel foglio di carta bianco che piano piano si riempie di parole, a volte scarabocchiate, a volte cancellate, accartocciate in palline, ammucchiate fuori da un cestino casualmente adibito a cesto da pallacanestro…? O scrive pensando alla signora del terzo piano che così gentile lo saluta tutte le mattine e che magari di nascosto, timidamente, per curiosità, comprerebbe il suo libro per leggerlo, anche senza capirci niente…? O sperando che la cassiera dell’ultima cassa del supermercato in fondo alla via, comprenda i suoi struggimenti o le sue incazzature…? Gli chiederei se costruisce i suoi pensieri, li mette in bella fila davanti a se, li organizza, prima tu, poi tu, e adesso tu, seguito da quest’ultimo miserello e paurosino…? O se li rovescia scaricandoli da se stesso, in ordine sparso, secondo il tumulto del momento, della situazione, della passione provata, per poi analizzarli successivamente, vivisezionandoli, scavando ancor più nel profondo…Gli chiederei se scrivere è un regalare se stessi, un farsi saccheggiare dal lettore o se invece è solo marketing poetico-letterario, prima l’analisi del target, poi il report sul bisogno reale , infine la risultante, pronta per essere pubblicata…Sicuramente gli chiederei quando scrive… se di notte, al lume di una fioca lampadina, quando tutti dormono intorno a lui, solo e immerso in quel silenzio pungente e ovattato che circonda chi sente e che vuol sentire, le orecchie tese in un ascolto attento e trepidante del suono dei propri battiti vitali, e delle proprie aspirazioni, o se invece scrive quando il vento soffia un lamento doloroso, perché si può scrivere bene veramente solo quando si soffre, quando le tempie pulsano di quel male così violento che si allevia solo svuotandosi un po’ delle proprie angoscie… o se invece è la luce del sole, della vita, del mattino o del pomeriggio assolato, a dargli ispirazione, a permettergli di creare… Ma soprattutto gli chiederei se ama quello che scrive. Se dopo aver scritto, guardandosi nello specchio di lettere e pensieri, ritrovandosi stampato e cesellato in quell’intrico di geroglifici, ne apprezzi il risultato, o se il fuoco mai sopito di quel forsennato bisogno di vergare carta su carta il prodotto della propria mente, lo costringa ad un cercare perenne, e quindi a detestarsi per non essere perfetto, consapevole dei propri limiti ormai impressi indelebilmente e riprendere perciò a correre, in una gara con se stesso infinita e consumante. Se conoscessi uno scrittore, gli chiederei … se scrivere è amore continuo o se è solo ricerca del bello… se scrivere è emozione e tumulto piuttosto che calcolo e analisi… se conoscessi uno scrittore, forse non avrei il coraggio di chiedergli nulla.

Uccidere il futuro

Pubblicato: 30 luglio 2006 da fiaeforum in voci

Fonte: La Republica.it

 

Potrebbe essere mia figlia. Le somiglia anche.

 

 

 

 

Pubblicato: 12 luglio 2006 da fiaeforum in voci

Fonte: la Repubblica.it – gallerie fotografiche: Bombay, il giorno dopo degli attentati