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“…(Jean, n.d.r.) Giono, un giorno, gli (a Gide, n.d.r.) disse che concepiva la letteratura come il narratore arabo, che siede a terra, congiunge la mani a forma di loto, e inizia a narrare: se la storia è interessante, i passanti si fermano, e gli danno l’obolo. Io morirei di fame, fu il commento di Gide…” da Mestieri di scrittori di Daria Galateria, ed. Sellerio

Ho letto questo libro durante un viaggio di lavoro in aereo, andata e ritorno da Venezia, e l’ho trovato illuminante. Leggo quotidianamente in Rete varie teorie (spesso in forma di veri e propri dogmi) su cosa sia la letteratura e quale debba essere l’approccio dello scrittore ad essa. Un lungo ed estenuante dibattito su questo tema si accese tempo fa traendo spunto dalla domanda se siano compatibili, all’interno di un unico cervello, le scritture giornalistica e letteraria: ovvero se un’aspirante scrittore possa permettersi di guadagnarsi da vivere scrivendo articoli. Io stessa sono stata oggetto di un attacco immotivato da parte di un autodefinito intellettuale che non mi conosce e che non mi ha mai letta né come scrittrice, tanto meno come giornalista, perché il mio percorso professionale (un decennio nelle redazioni dei maggiori settimanali italiani) sarebbe incompatibile con un’accettabile qualità di scrittura. Magari ha ragione lui, chissà?

Ma l’idea dello scrittore pagato profumatamente per macerarsi l’anima nei tormenti della creazione letteraria pura 24 ore su 24 è un mito che solo gli esordienti di oggi perseguono, abbacinati dagli irraggiungibili esempi (e guadagni) di J.R. Rowling (l’ormai ricchissima mamma di Harry Potter), di Stephen King, di John Grisham e Ken Follett o dello scomparso Giorgio Faletti.

“…Il fatto è che i materiali dello scrittore di narrativa sono i più umili. La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa. Non è cosa abbastanza nobile per voi…” da Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere di Flannery O’Connor, ed. Theoria.

Altro spunto di riflessione sul mestiere dello scrittore che, a mio modesto parere, ha ben poco a che fare con certe torri d’avorio. Chi scrive ha bisogno di restare a stretto contatto con la realtà, con la vita di tutti i giorni, con lo sguardo, l’odore, l’invadenza della gente. Per questo il libro di Daria Galateria è illuminante e andrebbe consigliato a tutti coloro che intendono affacciarsi sul Grand Canyon della narrativa per sventare sul nascere due errori fondamentali:

  1. a) credere che scrivendo si possa svoltare una vita nel lusso e nella dovizia; b) pensare che sia doveroso dedicarsi alla scrittura tout-court in una sorta di ascesi mistica e claustrale.

Prendiamo esempio dalla raccolta di biografie di scrittori famosi messa insieme dalla professoressa Galateria e scopriamo che in passato, come oggi, carmina non dant panem e questo è valso per nomi del calibro di Jack London che nel Klondike della corsa all’oro trasportava nella neve bagagli pesantissimi per miglia e miglia. E lo trovava comunque meno faticoso che scrivere.

Perché la creazione costa fatica e difficilmente rende, non dico ricchi ma autonomi da un punto di vista strettamente economico.

Charles Bukowski, tra alcool, sesso e sregolatezze di varia natura, lavorò per quattordici lunghi anni come portalettere e impiegato in un ufficio postale, prima di ricevere uno stipendio per fare la cosa che gli riusciva meglio: scrivere. Eppure non ne fu felice perché mantenersi all’altezza della propria penna lo teneva sotto pressione.

Dashiell Hammett, l’inventore dell’hard boiled, allo scrivere racconti adrenalici preferiva di gran lunga fare l’investigatore privato o, al limite, il reporter. Entrambi mestieri che lo misero in grado di scrivere come scrisse.

Italo Svevo si lasciava talmente rapire dalla scrittura che, per essere il buon industriale che tutti si aspettavano che fosse, abbandonò la penna almeno fino al momento in cui andò in pensione.

Al contrario Kafka, assicuratore assolutamente in gamba, si sentiva in colpa per non essere in grado di dedicarsi anima e corpo alla scrittura.

Thomas Eliot lavorava in banca e non volle mai abbandonare i libri contabili per dedicarsi a tempo pieno alla poesia.

Louis-Ferdinand Céline continuò imperterrito ad esercitare la medicina nei sobborghi più degradati di Parigi e George Orwell per mettersi in grado di scrivere capolavori come La fattoria degli animali e 1984 visse a lungo tra i barboni di Parigi e di Londra.

André Malraux di sicuro non aveva bisogno di diventare famoso come scrittore per vivere agiatamente. Era un ministro ma era anche convinto che tanto per fare politica quanto per creare, fosse necessario conoscere gli uomini. E rimproverava a De Gaulle di non aver mai mangiato con un idraulico.

Scrive Daria Galateria:

Perlopiù gli scrittori dei Novecento costretti per vivere a lavorare invidiano i colleghi che si consacrano alla letteratura; Svevo ammirava la ferma dedizione di Joyce al proprio talento. Ma intanto, quando l’occasione si offriva, non sempre veniva colta; quando nel ’55 l’editore Garzanti offrì a Gadda un anticipo perché lasciasse “la gentile Rai” per finire il Pasticciaccio, l’Ingegnere accettò, ma non se ne fece nulla; si trasferì a quattordici chilometri dal centro, per non incontrare gli ex colleghi, e finì a vedere la tv dal vicino del piano di sotto che era collaboratore della radio. Gli sembrava che lui e la moglie gli rimproverassero in silenzio la sua condizione di disoccupato… Comunque le ore perse con i mestieri alimentari lavorano sotterraneamente, e alla fine quasi sempre riaffiorano nei capolavori.”

Lo spunto offerto dalla vita quotidiana rende grande la narrativa se colui che la mette su carta è in grado di farsi degno tramite. E’ quello che succede con Remo Bassini (La donna che parlava con i morti, ed. Newton & Compton) al quale è stato chiesto:

E’ evidente che ne “La donna che parlava con i morti”, come nei tre precedenti, ci sia un tuo tributo al territorio in cui vivi, alle suggestioni della provincia. La domanda è: quanto dell’ispirazione si deve al quotidiano che si vive giorno per giorno?

Ha risposto:

“Tanto, ma la tentazione era di scrivere tutto.”

Scrivere tutto. Trasfondere nella pagina la vita, la propria e quella di tutti coloro con cui si viene a contatto, perché in fondo il mestiere dello scrittore è tanto, troppo simile a quando da bambini si giocava a facciamo che io ero…

Un giocare alla creazione, un immaginarsi dio e rendere reali paesaggi e persone che vivono dentro di noi, si, ma spesso intorno a noi.

Il mestiere dello scrittore mi fa pensare ad un’immagine molto suggestiva presente nel quinto libro della saga della Rowling: Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Nell’ufficio dei misteri, all’interno del Ministero della Magia, è presente un arco di pietra nella cui campata fluttua un tendaggio. Da qualunque lato lo si guardi, quell’arco non ha sbocchi, non è viatico ad alcunché. Eppure dal fluttuare del tendaggio giungono bisbiglii incomprensibili, come se numerose persone fossero intrappolate lì dentro. E’ la stessa cosa che accade nella mente di chi scrive: bisbiglii, parole senza senso, immagini, suggestioni. La vita si incanala in quell’arco e, se lo scrittore è in grado di farlo, ne fuoriesce trasformata, diversa, nuova come fosse stata appena creata.

Lo scrittore è un tramite, un arco sospeso sul nulla e sul tutto e la materia di cui ha bisogno è la realtà che ci circonda.

 

ZG