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Scrivere la storia

Pubblicato: 1 novembre 2015 da lauraetlory in scritto misto, scrivere
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Cito dal dizionario etimologico della Rusconi:

storia dal greco istoria = ricerca da una radice indoeuropea *wid, *wed = vedere da cui il sanscrito vettas = testimone e il verbo greco historein = cercare di sapere, informarsi.

Ecco, la prima volta che ci è stata spiegata questa etimologia io e Lory eravamo all’università e il professor Paolo Daffinà docente della cattedra di Storia dell’India e dell’Asia Centrale cercava di farci capire l’atteggiamento della civiltà occidentale rispetto alla memoria dei tempi passati. In soldoni, contrariamente all’atteggiamento puramente cronachistico permeato di ossequioso rispetto delle civiltà asiatiche, noi occidentali siamo sempre stati piuttosto… curiosi, ficcanaso, impiccioni di ciò che accadde nel passato.

Il nostro approccio con la storia è investigativo, noi vogliamo capire.

Ed è esattamente l’atteggiamento che io e Lory abbiamo avuto quando si è trattato di andare a spulciare tra libri, biblioteche e siti Internet per raccogliere la documentazione necessaria per i nostri romanzi storici. A tutt’oggi ne abbiamo scritti quattro:

Ricardo y Carolina (goWare 2015) dedicato al Messico di Benito Juarez e Massimiliano d’Asburgo;

Il destino attende a Canyon Apache (Las Vegas edizioni 2012) dedicato alle guerre indiane del 1870 lungo il territorio del Santa Fe’ Trail;

New York 1920 – Il primo attentato a Wall Street (pubblicato a settembre 2006) dedicato all’ultima ondata migratoria italiana negli Stati Uniti, alla nascita del proibizionismo, al primo grave attentato subito dalla Grande Mela esattamente nella zona che poi sarà Ground Zero;

Roma 1944 – Lo sposo di guerra (pubblicato nel 2008) dedicato alla vita dei romani durante l’occupazione militare americana della Seconda Guerra Mondiale.

 

Periodi molto diversi tra loro e con diversi gradi di difficoltà nel lavoro di documentazione anche se comunque abbiamo affrontato momenti storici non lontanissimi nel tempo. Andiamo per ordine e procediamo dal Messico all’epoca di Benito Juarez.

Ricardo y Carolina“L’ho vista la prima, ed unica, volta sessantadue anni fa. Ma la notizia della sua morte mi ha colpita. Nessuno le ha dedicato una particolare attenzione: che importanza può avere un’anziana signora di ottantasette anni che si spegne, in solitudine, in uno sperduto castello del Belgio? Eppure la morte di Carlotta di Sassonia Coburgo Gotha, ex-arciduchessa d’Austria, ex-viceregina del Lombardo-Veneto, ex-imperatrice del Messico, vedova del suo amatissimo Max da sessant’anni, ha avuto il potere di rompere una diga nel mio vecchio cuore stanco. E di aprire la strada ad un fiume di ricordi, tanto più dolorosi perché dolci, bellissimi, lontani…”

Chi parla è la giornalista Carolina Crivelli, ormai vecchia signora nell’Italia del 1927, anno in cui morì Carlotta di Sassonia Coburgo, ex imperatrice del Messico. I ricordi cui si riferisce risalgono al 1865. Gli Stati Uniti stanno affrontando gli strascichi della Guerra di Secessione appena conclusa e, come faranno spesso nella loro storia segnata dal pragmatismo spinto, spediscono armi e aiuti a Benito Juarez per liberarsi dell’influenza francese sul vicino Messico già entrato da tempo nel mirino delle loro mire espansionistiche. Tutto questo, è ovvio, si trova in qualsiasi libro di storia. La vera difficoltà nel raccontare quell’epoca (e tutte le epoche) è scovare notizie sul quotidiano, su cosa mangiavamo, cosa ascoltavano, come vivevano i protagonisti di quel periodo storico.

“Me la sono sentita vicina Carlotta. Aveva soltanto due anni più di me ed il dolore per la morte dell’uomo che amava e che aveva sposato l’aveva resa, dicono, pazza. Non so se sia vero, ma me la immagino nel suo solitario castello di Bouchout, ancora bella, nonostante l’età, mentre ossessivamente ascolta dalla tromba di un grammofono La paloma. Una vecchia, struggente canzone per ricordare i momenti felici, la luce folgorante dei cieli del Messico, i profumi, i colori…”

La Paloma era veramente la canzone preferita di Carlotta, l’imperatrice, bionda, straniera e per lo più odiata dai messicani.

Vita quotidiana. Come trascorrevano il loro tempo i ricchi signori della splendida città rivierasca Veracruz?

…Gustarono il pregiatissimo huachinango a la veracruzana accompagnandolo con spumeggiante vino bianco francese. Si concessero dessert a base di ananas, mango e noci di cocco e, al momento del caffè, Ricardo propose: “Perché non andiamo a goderci la miscela speciale del Gran Café del Portal?”.

“Miscela speciale?”, chiese Carolina.

“Il tipo di caffè che usano e la maniera con cui lo preparano è un segreto”, spiegò il ragazzo mentre si alzavano. “Ma da quando il locale ha aperto, ormai più di trent’anni fa, il Gran Café del Portal è la meta preferita di tutte le persone importanti che transitano da Veracruz. Compresi presidenti ed imperatori”.

“Vuoi dire che anche Massimiliano…”, chiese Victoria.

“Massimiliano, Santa Ana, Juarez… Insomma, manchiamo solo noi!”

Se qualcuno si prendesse la briga di andare a controllare, scoprirebbe che il Cafè del Portal è un luogo veramente esistito, fondato del 1830 e molto ben frequentato dalla hidalgueria messicana.

Rendere credibile ed appassionante un romanzo storico, non scadere nel didascalico, ammesso che ci si sia riuscite, è un lavoro certosino, richiede infinita pazienza e una continua consultazione delle fonti, siano esse cartacee oppure on line.

copertina WESTCambiamo zona e avanziamo nel tempo di soli cinque anni, 1870. Siamo sul Santa Fe’ Trail, la pista che permetteva ai wagon train carichi di merci di attraversare il paese dalla città di Indipence, nel Missouri a Santa Fe’ nel New Mexico, passando attraverso il Kansas e il Colorado. Gli Apache Jicarilla, che chiamano se stessi Tinde, vivono nella zona di Fort Union, posto in zona strategica sull’ultima parte del tracciato del Santa Fe’ Trail, dal 1525. Ma hanno fatto i conti senza Lucien Maxwell, avventuriero (oggi diremmo grande imprenditore) di origine francese che nel 1848 sposò la figlia di Carlos Beaubien e divenne proprietario del ranch e dell’insediamento di Philmont, ivi compreso un circostante territorio di un milione e settecentomila acri. I poveri Tinde vengono più o meno tollerati fino al 1870, anno in cui Lucien Maxwell decide di vendere il Maxwell Land Grant ad una compagnia inglese per la modica cifra di due milioni di dollari. Ovvio che gli inglesi non vogliano noie con gli apache e quindi la patata bollente passa nelle mani della guarnigione di Fort Union, chiamata a sgomberare i pellerossa e trasportarli in una riserva parecchio più a sud, a Fort Stanton.

E’ questo lo scenario in cui si muovono i nostri personaggi: Kerry Roderick, spedita a sposare un ufficiale di Fort Union dopo che la sua famiglia sudista è andata in rovina con la Guerra di Secessione; Shenandoha Aquila che Grida sciamana tinde sanguemisto; David Coda che suona agente del Bureau of Indian Affaire; Daniel Occhi d’Inverno bounty killer con uno spiccatissimo odio nei confronti dei pellerossa.

Anche qui il problema è stato ricostruire la vita quotidiana, per esempio, di Fort Union:

…L’ospedale, nel quale era stata ospitata, occupava il lato orientale dell’ampio quadrilatero di Fort Union. Percorse il lungo, candido portico in legno, poi scese i tre gradini e si immerse nel movimento di uomini, per lo più civili, che affollava i camminamenti del Post Corral. A testa alta, con il cappellino di paglia a difenderla dal sole cocente, costeggiò quasi senza vederli botteghe di vario genere, un grande emporio, la cappella. Poi attraversò il viale che tagliava il forte nel senso est-ovest e costeggiò i bassi caseggiati che erano i quartieri della compagnia in quel momento di stanza a Fort Union, il Terzo Cavalleggeri. Se i civili l’avevano quasi ignorata, i soldati seguirono con interesse il suo passaggio. Percepì apprezzamenti, qualche commento volgare, qualcuno la indicò a dito e la sua fantasia le suggerì che già sapessero, che nonostante l’abito rigoroso e il cappellino la parola sgualdrina le brillasse a chiare lettere sulla fronte. Rimpianse di non aver preso con sé l’ombrellino di pizzo, per farne ulteriore schermo tra sé e quegli uomini, e affrettò il passo nonostante stille di sudore cominciassero a imperlarle la fronte. Attraversò l’ampio piazzale con l’asta della bandiera, lì dove era arrivata solo poche ore prima, e raggiunse l’ufficio del comandante….

La collocazione degli edifici, l’orientamento, la descrizione corrisponde esattamente a quello che era il forte nel 1870. Più complessa la ricostruzione della vita dei Tinde, dell’uso che facevano delle erbe, soprattutto della datura meglio nota da noi come stramonio, tranquillante, droga potentissima o veleno mortale, a seconda del dosaggio. Il lavoro di documentazione ci ha riservato sorprese, come la scoperta dei berdache:

Meoquanee era un berdache, una donna imprigionata nel corpo di un uomo, un’anomalia. E, come tutte le anomalie, per i pellerossa era un essere sacro, qualcuno toccato dagli dei. La vecchiaia aveva ormai cancellato l’incongruenza di un corpo e di una voce da uomo con i modi, lo sguardo e la sensibilità di una donna. Meoquanee ormai era un essere antico, dalla pelle di cuoio percorsa da rughe, dai capelli lunghi e argentei, dallo sguardo vivido che sembrava in grado di sondare uomini e cose fin nella loro più intima essenza. Viveva da sola in una hogan, una capanna di legno rivestita di fango, meta di tutti coloro, bianchi o rossi, che avessero bisogno di un consiglio, di una cura, di un incantesimo. David ricordava ancora la strana impressione del loro primo incontro.

“Coda che Suona ha ritrovato la strada per l’umile dimora di Meoquanee”, lo salutò restando seduta sulla stuoia, avvolta nelle ricche vesti da squaw navajo, decorate d’argento e di turchesi. “Era tempo”.

David prese posto sulla stuoia, davanti a lei. Le mani, grandi e maschili, tintinnarono di monili mentre gli porgevano una ciotola di brodo.

“Ho bisogno del tuo aiuto”, disse David dopo aver sorseggiato il liquido caldo e piccante.

Meoquanee sorrise, mostrando che aveva ancora tutti i suoi denti, sebbene resi gialli e lunghi dall’età.

“Tutti coloro che siedono su quella stuoia hanno bisogno di aiuto”, rispose accendendo un grosso sigaro e fissandolo con occhi scuri e lucenti come schegge di ossidiana…

 

Scovare notizie sul vestiario, sul valore dei soldi, sui prezzi, sui modelli di automobili, sull’interno dei club chiamati speakeasie dove si spacciava alcool in tempi di Proibizionismo. Ricostruire New York nel 1920 non è stato facile:

…Le indicò le ordinate file di sigarette dai pacchetti variopinti, in cima alle quali era scritto il loro nome e il prezzo.

“Guarda qua: Pall Mall, sono le più care e costano venti cents, due monete come questa. Queste sono le Helmar, le American Beauty, le Fatima e le Turkish Trophies, quindici cents, una moneta da dieci e una da cinque. Ci sei? Poi ci sono le Camel, le Hassan e le Sweet Caporal che vengono solo dieci cents, una sola moneta di queste. Hai capito?”.

Cecilia annuì di nuovo e, indicando le tabelle, cominciò a pronunciare con voce incerta nomi e prezzi.

“Ehi, ma chi ti ha insegnato?!… Dì, è stato quel gran tocco di Sidney Carmichael? E scommetto che ti ha insegnato anche qualche giochino interessante, giusto?”.

Gli occhi bistrati di Cecilia la guardarono ostili. Non le piaceva quella ragazza, era truccata troppo e male, i suoi piccoli occhi azzurri sembravano ancora più piccoli con tutto quel colore intorno.

La grande sala del Fire Drop, tutta addobbata con raffinati accostamenti di rosso e di oro, cominciava a popolarsi. Un’orchestra in livrea di lustrini neri intratteneva i clienti, in maggior parte uomini, in attesa dell’inizio dello spettacolo del sabato sera. Fu Priscilla a spingerla dentro, affibbiandole una gran pacca sul sedere che la fece vacillare sui tacchi. Le sembrò che tutti gli occhi fossero su di lei, sulle sue braccia nude, sulle gambe che occhieggiavano dagli spacchi inguainate in lucida seta, ma non era la prima volta che si trovava a vendere qualcosa. Si era ingegnata in ogni modo a Napoli. In una cassetta simile a quella aveva raccolto artistici mazzetti di fiori rubati nelle aiuole, colti nei campi, e li aveva venduti agli eleganti signori che uscivano dalle serate di gala del San Carlo. Non c’era differenza, quella che aveva davanti era gente cui vendere il maggior numero possibile di sigarette, da imbonire con gli stessi sorrisi che rivolgeva ai suoi clienti sotto la galleria Umberto I. Era lo spirito del commercio, l’unica vera anima di Napoli che si risvegliava in lei e che l’aiutò nel suo debutto…

 

Ma, paradossalmente, la difficoltà maggiore è stata scoprire la realtà della nostra città, Roma, durante l’occupazione alleata. I testi dedicati al periodo sono scarsi, la ricerca storica non si è appassionata al periodo e ancor meno hanno fatto gli scrittori. Il nostro Roma 1944 – Lo sposo di guerra è il primo romanzo storico dedicato agli americani nella capitale ancora ferita dall’occupazione nazista:

 

“Aanvedi chi c’è!”, la apostrofò il sor Amedeo quando entrò nella sua cantina. “Come mai da ste’ parti?”

“Voi che me ne vado?”

L’uomo la squadrò da capo a piedi.

Camilla indossava una gonna aderente tagliata sotto il ginocchio, un top di cotone dalla misure ridotte e aveva allacciato intorno al collo un cache col di seta nera. Il trucco più elaborato del solito e i tacchi alti, le conferivano un ché di sensuale che attirò immediatamente l’attenzione dei militari presenti.

“E che so’ scemo? Co’ tutta sta robba poi tira’ su un ber po’ de quattrini, basta che la pianti de pijamme a ginocchiate l’americani! Da retta ar sor Amedeo tuo, una come te qua drento ce po’ svorta’ la vita sua, eppoi mo’ che è morta pure tu madre… me dispiace, era davero na brava donna. Beh, mo va a lavora’ senno’ va a fini’ che me commovo”, termino’ assestandole una sonora pacca sul sedere e spingendola al centro della sala dove ragazze e soldati in divisa si dondolavano al suono di Core ingrato cantata da Tito Schipa.

I clienti non le mancarono e la pochette che portava a tracolla si riempì ben presto di tagliandi, per ognuno dei quali avrebbe avuto dal sor Amedeo cinquanta centesimi.

Era seduta su una panca intenta a massaggiarsi le caviglie indolenzite quando una voce ormai nota chiese: “Sei libera?”

Alzò’ gli occhi in quelli chiari del sergente Carmichael.

“Sto in pausa”, rispose tornando a massaggiarsi.

Il ragazzo la costrinse ad alzarsi e le sventolò il tagliando sotto il naso.

“Questo mi da diritto a ballare con chi voglio, e io voglio te. Andiamo.”

Non oppose resistenza, non poteva permettersi altre scenate, lasciò che le cingesse la vita e gli allacciò le braccia intorno al collo profumato di dopobarba.

“C’hai un bon profumo”, gli disse aspirandone la fragranza.

“Ne vorresti un flacone da vendere al mercato nero?”

Camilla rise.

“Nun riesco a spaccia’ un paro de pacchetti de Camel, figurete un profumo.”

“Non hai paura che io vada a denunciarti? Lo sai che hanno aperto un ufficio per la repressione del mercato nero in Via Cesare Battisti?”

“E allora? Mica c’ho paura de te…”

“E fai male. Che ne hai fatto del mio portafogli?”

Lei lo guardò con aria smarrita.

“De chee?”

“Vorrei riavere almeno i documenti, se non è di troppo disturbo.”

“Chiederò ‘n giro.”

“Già, scommetto che li trovi. A sigarette come stai?”

“Senti… coso, hai pagato pe’ balla’ mica pe’ fa’ conversazione, allora chiudi ‘sta bocca, okay?”

“A quanto ammonta il supplemento conversazione?”

“E’ a discrezione der cliente.”

Il sergente mise una mano in tasca e ne trasse una banconota che le infilò nella scollatura.

“Possiamo parlare adesso?”

“Se proprio ce tieni…”

“Come ti chiami?”

“Camilla.”

“E’ un nome originale. Fino a oggi ho conosciuto molte Marie, qualche Anna, un paio di Giovanne ma mai una Camilla. Io mi chiamo Michael.”

 

Quello che abbiamo cercato di dare è un rapido assaggio e una piccola riflessione su cosa significhi ambientare delle storie nel passato. Il nostro rigore filologico ci porta a usare un calendario perpetuo per rispettare il giorno della settimana corrispondente alla data che scegliamo. Abbiamo anche ricalcolato le Pasque, quando è servito. Per non parlare delle fasi lunari. Quando parliamo di un plenilunio in quel dato giorno potete esser certi che quel dato giorno la luna era effettivamente piena. Nulla abbiamo potuto fare per il tempo atmosferico. Diciamo che i temporali da noi descritti sono quasi sicuramente licenze poetiche. Ma dopo aver scoperto che tipo di mutande si usassero, cosa indossassero le donne sotto gli abiti, quali musiche andassero per la maggiore… beh, un po’ di sana invenzione potete anche concedercela!

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“…(Jean, n.d.r.) Giono, un giorno, gli (a Gide, n.d.r.) disse che concepiva la letteratura come il narratore arabo, che siede a terra, congiunge la mani a forma di loto, e inizia a narrare: se la storia è interessante, i passanti si fermano, e gli danno l’obolo. Io morirei di fame, fu il commento di Gide…” da Mestieri di scrittori di Daria Galateria, ed. Sellerio

Ho letto questo libro durante un viaggio di lavoro in aereo, andata e ritorno da Venezia, e l’ho trovato illuminante. Leggo quotidianamente in Rete varie teorie (spesso in forma di veri e propri dogmi) su cosa sia la letteratura e quale debba essere l’approccio dello scrittore ad essa. Un lungo ed estenuante dibattito su questo tema si accese tempo fa traendo spunto dalla domanda se siano compatibili, all’interno di un unico cervello, le scritture giornalistica e letteraria: ovvero se un’aspirante scrittore possa permettersi di guadagnarsi da vivere scrivendo articoli. Io stessa sono stata oggetto di un attacco immotivato da parte di un autodefinito intellettuale che non mi conosce e che non mi ha mai letta né come scrittrice, tanto meno come giornalista, perché il mio percorso professionale (un decennio nelle redazioni dei maggiori settimanali italiani) sarebbe incompatibile con un’accettabile qualità di scrittura. Magari ha ragione lui, chissà?

Ma l’idea dello scrittore pagato profumatamente per macerarsi l’anima nei tormenti della creazione letteraria pura 24 ore su 24 è un mito che solo gli esordienti di oggi perseguono, abbacinati dagli irraggiungibili esempi (e guadagni) di J.R. Rowling (l’ormai ricchissima mamma di Harry Potter), di Stephen King, di John Grisham e Ken Follett o dello scomparso Giorgio Faletti.

“…Il fatto è che i materiali dello scrittore di narrativa sono i più umili. La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa. Non è cosa abbastanza nobile per voi…” da Nel territorio del diavolo. Sul mistero di scrivere di Flannery O’Connor, ed. Theoria.

Altro spunto di riflessione sul mestiere dello scrittore che, a mio modesto parere, ha ben poco a che fare con certe torri d’avorio. Chi scrive ha bisogno di restare a stretto contatto con la realtà, con la vita di tutti i giorni, con lo sguardo, l’odore, l’invadenza della gente. Per questo il libro di Daria Galateria è illuminante e andrebbe consigliato a tutti coloro che intendono affacciarsi sul Grand Canyon della narrativa per sventare sul nascere due errori fondamentali:

  1. a) credere che scrivendo si possa svoltare una vita nel lusso e nella dovizia; b) pensare che sia doveroso dedicarsi alla scrittura tout-court in una sorta di ascesi mistica e claustrale.

Prendiamo esempio dalla raccolta di biografie di scrittori famosi messa insieme dalla professoressa Galateria e scopriamo che in passato, come oggi, carmina non dant panem e questo è valso per nomi del calibro di Jack London che nel Klondike della corsa all’oro trasportava nella neve bagagli pesantissimi per miglia e miglia. E lo trovava comunque meno faticoso che scrivere.

Perché la creazione costa fatica e difficilmente rende, non dico ricchi ma autonomi da un punto di vista strettamente economico.

Charles Bukowski, tra alcool, sesso e sregolatezze di varia natura, lavorò per quattordici lunghi anni come portalettere e impiegato in un ufficio postale, prima di ricevere uno stipendio per fare la cosa che gli riusciva meglio: scrivere. Eppure non ne fu felice perché mantenersi all’altezza della propria penna lo teneva sotto pressione.

Dashiell Hammett, l’inventore dell’hard boiled, allo scrivere racconti adrenalici preferiva di gran lunga fare l’investigatore privato o, al limite, il reporter. Entrambi mestieri che lo misero in grado di scrivere come scrisse.

Italo Svevo si lasciava talmente rapire dalla scrittura che, per essere il buon industriale che tutti si aspettavano che fosse, abbandonò la penna almeno fino al momento in cui andò in pensione.

Al contrario Kafka, assicuratore assolutamente in gamba, si sentiva in colpa per non essere in grado di dedicarsi anima e corpo alla scrittura.

Thomas Eliot lavorava in banca e non volle mai abbandonare i libri contabili per dedicarsi a tempo pieno alla poesia.

Louis-Ferdinand Céline continuò imperterrito ad esercitare la medicina nei sobborghi più degradati di Parigi e George Orwell per mettersi in grado di scrivere capolavori come La fattoria degli animali e 1984 visse a lungo tra i barboni di Parigi e di Londra.

André Malraux di sicuro non aveva bisogno di diventare famoso come scrittore per vivere agiatamente. Era un ministro ma era anche convinto che tanto per fare politica quanto per creare, fosse necessario conoscere gli uomini. E rimproverava a De Gaulle di non aver mai mangiato con un idraulico.

Scrive Daria Galateria:

Perlopiù gli scrittori dei Novecento costretti per vivere a lavorare invidiano i colleghi che si consacrano alla letteratura; Svevo ammirava la ferma dedizione di Joyce al proprio talento. Ma intanto, quando l’occasione si offriva, non sempre veniva colta; quando nel ’55 l’editore Garzanti offrì a Gadda un anticipo perché lasciasse “la gentile Rai” per finire il Pasticciaccio, l’Ingegnere accettò, ma non se ne fece nulla; si trasferì a quattordici chilometri dal centro, per non incontrare gli ex colleghi, e finì a vedere la tv dal vicino del piano di sotto che era collaboratore della radio. Gli sembrava che lui e la moglie gli rimproverassero in silenzio la sua condizione di disoccupato… Comunque le ore perse con i mestieri alimentari lavorano sotterraneamente, e alla fine quasi sempre riaffiorano nei capolavori.”

Lo spunto offerto dalla vita quotidiana rende grande la narrativa se colui che la mette su carta è in grado di farsi degno tramite. E’ quello che succede con Remo Bassini (La donna che parlava con i morti, ed. Newton & Compton) al quale è stato chiesto:

E’ evidente che ne “La donna che parlava con i morti”, come nei tre precedenti, ci sia un tuo tributo al territorio in cui vivi, alle suggestioni della provincia. La domanda è: quanto dell’ispirazione si deve al quotidiano che si vive giorno per giorno?

Ha risposto:

“Tanto, ma la tentazione era di scrivere tutto.”

Scrivere tutto. Trasfondere nella pagina la vita, la propria e quella di tutti coloro con cui si viene a contatto, perché in fondo il mestiere dello scrittore è tanto, troppo simile a quando da bambini si giocava a facciamo che io ero…

Un giocare alla creazione, un immaginarsi dio e rendere reali paesaggi e persone che vivono dentro di noi, si, ma spesso intorno a noi.

Il mestiere dello scrittore mi fa pensare ad un’immagine molto suggestiva presente nel quinto libro della saga della Rowling: Harry Potter e l’Ordine della Fenice. Nell’ufficio dei misteri, all’interno del Ministero della Magia, è presente un arco di pietra nella cui campata fluttua un tendaggio. Da qualunque lato lo si guardi, quell’arco non ha sbocchi, non è viatico ad alcunché. Eppure dal fluttuare del tendaggio giungono bisbiglii incomprensibili, come se numerose persone fossero intrappolate lì dentro. E’ la stessa cosa che accade nella mente di chi scrive: bisbiglii, parole senza senso, immagini, suggestioni. La vita si incanala in quell’arco e, se lo scrittore è in grado di farlo, ne fuoriesce trasformata, diversa, nuova come fosse stata appena creata.

Lo scrittore è un tramite, un arco sospeso sul nulla e sul tutto e la materia di cui ha bisogno è la realtà che ci circonda.

 

ZG


Scrissi questa recensione/riflessione nel 2008. Mi sembra ancora valida. Voi che dite?

 

Abraham B. Yehoshua

Il lettore allo specchio

Sul romanzo e la scrittura

A cura di Alessandro Guetta

Einaudi

 

C’è uno specchio nel titolo di questo piccolo volume (120 pagine, esclusa la bibliografia) e in questo specchio si riflette uno scrittore che vuole calarsi nei panni del lettore. Un bagno di umiltà del quale Yehoshua, al contrario di molti suoi colleghi di altri paesi, non aveva affatto bisogno. L’immagine che ne esce è affascinante come un’intervista di quelle riuscite (non sono molte, fidatevi) e come uno sguardo nei meccanismi stessi della scrittura di Yehoshua, ma non solo. Oserei dire che leggere questo libro potrebbe essere, per un aspirante scrittore, molto più utile di qualsiasi corso di scrittura creativa. E al tempo stesso potrebbe, per molti scrittori, essere spiazzante. Perché fa uno strano effetto riconoscersi nelle parole di un artista della fama e del valore di Yehoshua. Viene da pensare: questa frase potrei averla detta io – questo pensiero potrebbe appartenermi. A dimostrazione che chi scrive per reale necessità, perché la spinta creativa non può rimanere compressa e deve trovare pagine bianche da imbrattare, può fregiarsi del titolo (posto che tale titolo abbia un reale valore) di scrittore. A prescindere dal numero delle pubblicazioni o dalla quantità di copie vendute.

Il volume curato da Alessandro Guetta affronta la scrittura di Yehoshua, viviseziona alcuni dei suoi libri più famosi, ma assume un valore universale quando prende in esame le eterne domande sul romanzo e sulla scrittura.

E’ regola riconosciuta ed applicata (soprattutto dall’editoria italiana) che lo scrittore, specie se esordiente, debba scrivere di cose del proprio paese. Una regola che Yehoshua demolisce così:

Quando ho scritto “Ritorno dall’India”, in India non ci ero mai stato; ci sono andato dopo. Ma grazie ai film girati in India ho imparato a conoscere la luce particolare di quei luoghi. Comunque il fenomeno esisteva ben prima dell’invenzione del cinema. Disponiamo di testimonianze letterarie di scrittori del Seicento e del Settecento… non andavano al cinema, ma avevano immaginazione, ed è questo che ci fa scrivere, la materia con cui lavoriamo.

 

Altra regola che oggi va per la maggiore (sempre in Italia) è quella in base alla quale il lettore sarebbe spaventato a respinto da un libro troppo grande. Yehoshua risponde:

Non è vero che vanno solo i romanzi brevi. Può darsi che un editore decida di rifiutare chi si presenta con un romanzo fiume, ma non è giusto, perché è bene che ci sia chi è disposto a volgersi al romanzo di ampio respiro, senza lasciarsi influenzare dallo stile dei video-clip, tanto in voga al giorno d’oggi. C’è ancora posto per il romanzo, ne sono convinto.

 

Demolitore di convinzioni editoriali? Non del tutto. Yehoshua aderisce, in un altro punto della ricca intervista, ad un pensiero che è stato più volte espresso: uno scrittore non può essere, al tempo stesso, un giornalista.

C’è poi un’altra insidia per gli scrittori, il giornalismo. Mi ha sempre fatto paura, quindi non me ne sono mai occupato, anche se mi è capitato di scrivere articoli per necessità. All’inizio pensavo che la cosa migliore per uno scrittore fosse lavorare in un campo completamente estraneo alla scrittura per poter conservare la purezza della lingua, per quale il giornalismo è invece pericoloso, quindi ho deciso di insegnare.

 

Il giornalismo, non solo quello israeliano, ha senz’altro perduto un editorialista di tutto rispetto perché ci sono molte cose, nella scrittura e nello scrupolo di informazione di Yehoshua, che rimandano al giornalismo Un esempio:

Documentarmi per un libro è sempre fonte del massimo piacere, perché è un’occasione di imparare qualcosa di nuovo, come è successo con l’India, con la medicina. Per ogni romanzo ho dovuto informarmi su argomenti che ignoravo quindi ho imparato molte cose… E’ vero che, dopo essermi specializzato in un soggetto, dimentico tutto una volta finito il romanzo, ma studiare mentre scrivo mi è di grande aiuto perché così non rimango solo di fronte alla pagina bianca.

 

Un pensiero che qualunque giornalista di valore potrebbe condividere. Ma torniamo alla scrittura. Yehoshua ha un atteggiamento critico nei confronti dell’innovazione a tutti i costi, soprattutto non sopporta lo strem of consciousness (il flusso di coscienza) che tanto appassiona molti esordienti (e non solo loro).

Ho perso fiducia nella credibilità del monologo interiore, perché mi sembra una cosa troppo tecnica… Può darsi che io debba aprirmi maggiormente all’irrazionale, alla frase detta senza motivo e priva di collegamento con le altre cose… Come dicevo, l’autore non deve dire troppo, deve lasciare spazio al personaggio e permettere al lettore di intervenire con la sua immaginazione. Che la letteratura faccia lavorare il lettore, lo renda attivo e gli lasci riempire gli spazi vuoti del testo mi sembra una cosa molto positiva. E’ bene che il lettore debba controllare, tornare indietro, integrare. E’ una cosa fondamentale. Per me farlo lavorare incessantemente significa che mi fido di lui, che non lo vedo come inferiore. Se non gli do l’imbeccata, è perché lo pongo al mio stesso livello

.

E qui sarebbe interessante sentire il parere in proposito di molti editor italiani che fanno della semplificazione massiccia e massificante la cifra stilistica da applicare a qualsiasi tipo di scrittura e a qualsiasi scrittore. Ponendo di fatto il lettore nel ruolo di fruitore passivo ed anche decisamente incapace di innalzare il pensiero al di là di una sequenza elementare di soggetto – verbo – complemento. Posto che un simile parere arrivi mai, e restando nel tema della semplificazione come regola base con cui vengono esaminati (quando vengono esaminati) i manoscritti che tanto infastidiscono gli editor delle principali case editrici, chiudiamo questo breve excursus su Il lettore allo specchio con una considerazione. Uno dei libri più famosi di Yehoshua, La sposa liberata, ha un incipit che farebbe inorridire qualsiasi insegnante di un corso di scrittura creativa: una frase di otto righe introdotta da una congiunzione, con quattordici virgole e un trattino.

 

Eccola:

E se avesse previsto che anche quella sera, sulla collina del matrimonio campestre, nell’odore pesante del fico che si era invitato a tavola come un ospite aggiunto, antico, lo avrebbe colpito di nuovo, e con forza, la paura del fallimento e delle occasioni perse, forse sarebbe stato più attento e deciso a sottrarsi a Samaher – una studentessa universitaria ambiziosa e fastidiosa, che non si era accontentata di un invito scritto e orale, ma aveva anche organizzato il suo viaggio, dopo aver insistito con il nuovo Direttore del Dipartimento perché facesse partecipare i professori alle sue nozze, a quanto pare non solo per onorare lei, ma anche come messaggio speciale per gli studenti arabi, senza i quali, sosteneva con impudenza, il Dipartimento non avrebbe avuto un vero statuto all’interno della facoltà.

Una dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che nell’arte, perché di questo stiamo parlando, le regole e le leggi codificate servono solo ad essere infrante da chi il titolo di artista, e di scrittore, se lo guadagna sul campo.

 

ZG


Sono in Rete da quanto? Era il 2006.

Il Giurassico, se si parla di web.

Aprimmo un blog subito dopo aver pubblicato il nostro primo romanzo.

Senza pagare una lira. Senza promozione. Senza essere in libreria. Senza un lavoro di editing da parte dell’editore. Senza.

Nel suo piccolo fu un successo: 700 copie vendute col passaparola. Gente che capisce di editoria mi dice che ci sono case editrici importanti che stapperebbero lo champagne.

Ma parlavamo del blog. Misconosciute, cominciammo a muoverci nella giungla del web. E incontrammo subito subito le belve feroci. Non i troll, quelli tutto sommato sono innocui. Proprio le belve, Le iene, meglio.

Chi sei tu? Che vuoi? Come ti permetti di scrivere? Perché scrivi? Chi ti ha detto di scrivere? E, soprattutto, lo sai che quello che scrivi è merda?

Se ti azzardavi a chiedere se avessero per caso letto prima di…

Ma che cazzo vuoi? Ma perché ti devo leggere? Mi fai schifo, sei un’esordiente, tu inquini il mondo delle lettere con la tua stessa esistenza.

All’inizio ci soffri. Tanto. Ti deprimi. Ci piangi pure, sì, lo dico senza vergogna. Poi capisci. Ci metti tempo, ma capisci che è un gioco delle parti. Dove le iene in questione sono quelli che bordeggiano sul confine dell’editoria senza riuscire a imboccare. E schiumano di rabbia e vedono quelli che, come loro, hanno intenzione di provarci, come avversari. Nemici. Da abbattere prima che sia troppo tardi.

Passa il tempo. Pubblichi qualche altro libro. A tuo modo, nel tuo microbico, ti affermi. Qualcuno comincia a pensare che forse anche tu hai qualcosa da dire. Ma anche che, per essere ammessa nel consesso, devi ascoltare i consigli di caio, di tizio, di sempronio.

Chi ti invita al corso di scrittura, chi ti iscrive alle 2500 lezioni su come si scrive un romanzo, chi ti spulcia le virgole alla ricerca dell’errore.

E se dici: no, grazie, eccoti lì.

Non hai umiltà, sei come tutti gli esordienti. Devi scrivere di quello che conosci (e tu che ne sai di quello che conosci io?), devi ambientare le tue storie nella tua città, devi usare nomi comuni, non devi avventurarti in territori sconosciuti!

Ma la scrittura non è crescita? Non è esplorazione?

E tutti a ridere.

Eccone un’altra (nel nostro caso due) che pretende di aver scritto il best seller, che dice di non aver nulla da imparare.

Mai detta una cosa del genere. Mai.

Anche perché per me, per noi, la scrittura è studio e documentazione oltre che istinto.

Ma che scrivi a fare? Lo sai che nessuno legge?

Lo so, ma io, noi, di libri ne leggiamo tantissimi.

Non conta. E poi si sa che gli scrittori non leggono, sono i primi a non leggere.

Ma veramente noi leggiamo proprio molto, sul serio.

Sì, magari è vero, ma chi lo dice che voi siete scrittrici?

Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa. Uno che può produrre rendiconti di vendite da migliaia di copie e di euro. UNo scrittore è uno che lascia il segno. Uno scrittore è uno che scala le classifiche et cetera et cetera.

‘Sta cosa è talmente diffusa che conosco, conosciamo, scrittori che non si definiscono tali: scrittenti, autori, narratori, scribacchini, c’ho-la-tastiera-ma-è-solo-un-caso.

Serve? No, non serve.

Perché il passo successivo è: perché vuoi pubblicare?

Non è che voglio, c’ho provato, ci siamo riuscite. E’ una colpa?

Sì, è una colpa. Perché escono settordicimila nuovi titoli al minuto e voi, brutte stronze, dovete lasciare spazio agli scrittori. Quelli veri.

E quali sono quelli veri?

Uno scrittore è uno che con la scrittura ci campa…

Vi risparmio il resto, ma il cerchio si chiude. E si chiude su tutti coloro che producono post per invitare tutti gli altri a NON scrivere e NON pubblicare perché, pensano, così resta spazio per i loro libri.

Dal 2006 a oggi sono la bellezza di otto lunghissimi anni che mi sento, ci sentiamo, ripetere le stesse cose in salse assortite.

Su blog, su status, su giornali, su qualsiasi supporto possibile.

E ci siamo abbondantemente scocciate, stufate, annoiate, appesantite, sguallariate.

Non chiedo, non chiediamo, agli altri perché scrivono e neanche perché pubblicano.

Ogni libro che esce può essere, e spesso lo è, un’occasione di arricchimento spirituale o di intrattenimento.

Ritengo, riteniamo, che nel momento in cui qualcuno si arroga di decidere chi ha il diritto di scrivere e chi ha il diritto di pubblicare, qualcosa è andato drammaticamente storto.

Quindi facciamocene una ragione. Siamo un popolo di aspiranti scrittori? Vivaddio. Aggiungerei che magari lo fossimo sul serio.

Chi ama scrivere riflette prima di parlare.

E chi si riflette prima di parlare evita di inquinare le menti e gli spazi altrui con sentenze non richieste.

Chi scrive arricchisce anche te. Digli di continuare.


Ci combattiamo da una vita. Non so chi l’abbia detto per primo/a, ma la nostra lotta, mia e di Loredana Falcone, è da sempre contro il punto uno della tavola della legge editoriale del perfetto scrittore italiano: “Scrivi di ciò che conosci”. Che, detto così, andrebbe benissimo. E’ il corollario che è sbagliato. Perché, chiunque lo abbia dettato affinché venisse inciso a colpi di scalpello sulla pietra, gli esegeti hanno poi detto la loro. Arrivando ad arringare le masse pullulanti di aspiranti scrittori con l’interpretazione maxima. Ovvero: scrivi del tuo pianerottolo, del tuo condominio, del tuo quartiere, della città in cui vivi, guardati l’ombelico e raccontaci la tua lanuggine più intima, dicci tutte le peripezie sentimentali dei tuoi avi, genitori compresi. Non ti distaccare da questo. Parla di te.

Ecco, vi diamo una notizia in esclusiva. Scrivi di ciò che conosci non vuol dire scrivi della tua unghia incarnita, del tuo malessere, della tua infanzia infelice, del tuo amore perduto. Vuol dire studia, informati, documentati, guardati intorno, ruba. Ruba da ciò che hai imparato a conoscere, valica i limiti, non fermarti mai, sii affamato di nuovi stimoli. Non è proprio la stessa cosa, vi pare? E quindi se tu, scrittore/trice, hai voglia di ambientare la tua storia nel Medioevo catalano, fallo. Se ti ispira una fuga d’amore a Ulan Bator con un cittadino keniota, scrivila. Se tua nonna di Frascati ti ha lasciato un diario sulla sua infanzia in Libia, sfruttalo. Non esistono limiti. Non devono esistere limiti. L’unico confine è l’ignoranza. Tutto il resto è creazione.

 


Soffro di una forma acuta di mal sopportazione dei luoghi comuni. Le donne non sanno parcheggiare. I napoletani non hanno voglia di lavorare. I migranti ci islamizzeranno tutti. Gli scrittori sono invidiosi. Potrei dilungarmi sui primi tre con vaste argomentazioni, ma stavolta voglio affrontare la diffusissima credenza per cui uno scrittore (se è una scrittrice, meglio) non può non essere invidioso/a del successo degli altri. Dove per successo si spazia dalla vetta della classifica delle vendite su Amazon (dove succede di toccare il vertice per quei tre nanosecondi durante la promozione a 0,99 euro) al premio Strega; dalla consegna della targa placcata argento di “scrittore primo classificato nel concorso Autore del pianerottolo” alla traduzione in tutte le lingue comprese nella torre di Babele; dalle 5 stelline su Goodreads (o Amazon o Anobii) alla megarecensione galattica sul supplemento “La lettura” del Corriere. Ora, sia chiaro, non sono bionda, non sono ottimista, non sono un tenero virgulto e non mi chiamo Pollyanna. Ma secondo me vi state sbagliando. Dico VI perché io non mi allineo mai ai luoghi comuni. E già di per me, come autrice, vi sconfesso: non sono invidiosa. Tirate giù quel sopracciglio inarcato e cancellate la smorfietta scettica. Vado ad argomentare. E faccio nomi e cognomi. Se Elena Ferrante, nel chiuso del suo tanto discusso anonimato, sono anni che scrive e anni che si fa leggere, se senza presenziare eventi letterari, senza partecipare a trasmissioni tv, senza farsi intervistare nella rubrica “Billy” del Tg1 e senza, udite udite, partecipare alla messa cantata di Fabio Fazio con la nuova uscita in piedi e in primo piano tra le dita “midiche” (nel senso di Re Mida) del conduttore, è arrivata finalista allo Strega, io che motivo ho di invidiarla? Io non scrivo come lei (non dico peggio né meglio, ognuno ha il suo stile), non tratto i suoi temi, non sono Elena Ferrante. E il fatto che migliaia di lettori la amino, vuol dire che migliaia di persone leggono libri. Mi seguite? Una persona che si appassiona ai noir di Romano De Marco, alla poesia in prosa di Maurizio de Giovanni, alla penna sarcastica e dolce insieme di Marilù Oliva è un lettore in più per tutti coloro che sanno scrivere una storia appassionante, non un sostenitore in meno per me o per qualcuno di voi. Mi dicono (io non frequento i salotti letterari) che gli scontri al veleno ci siano sempre stati, così come i giudici tranchant dietro le spalle e gli sdilinguimenti ipocriti negli incontri vis a vis. Così va il mondo, mi dicono. Mi dicono, anche, che uno scrittore che ti recensisce favorevolmente 9 su 10 sta per chiederti qualcosa in cambio, motivo per il quale tutto quel proliferare di stelline tra “amici” di penna sia indice di falsità e non di qualità. Non so per quale malinteso (perché è chiaro che un malinteso “ci ha da essere”), moltissimi autori mi chiedono di leggere i loro romanzi. E difficilmente dico di no. Magari li faccio aspettare mesi (Gianluca Mercadante, autore tra l’altro di un divertentissimo “Casinò Hormonal” Lite Editions, può testimoniarlo), ma li leggo. Ed esprimo quel che penso. Mi dicono che sono sempre magnanima nel dispensare stelle e lodi. E nel sillogismo da luogo comune chi recensisce positivo si aspetta una contropartita. Ecco, abbassate quel sopracciglio e cancellate la smorfietta, perché adesso vi sfido a dirmi quali contropartite abbia ottenuto una come me e come possa collocarsi nell’assioma degli scrittori sempre e comunque invidiosi del successo altrui.

Un libro in più venduto, una presentazione strapiena, un premio vinto (certo, non quello di autore del pianerottolo, ma anche sì, in fondo) sono successi che si devono ai lettori. E quanti più lettori ci sono, tante più possibilità esistono che quei lettori si interessino ad altre storie, ad altri autori. Un lettore non è una risorsa in esaurimento. Un lettore ha spazio per milioni di storie, molte più di quante ne contenga un kindle. Un lettore che si appassiona a un libro, ne cercherà tanti altri. E vi rivelo un altro segreto, custodito quasi quanto il terzo di Fatima: un lettore non è un binario unico. Lo so, perché prima di tutto leggo. Un lettore può amare la Trilogia della città di K e Andrea Vitali, può non averne mai abbastanza di Twilight e coccolarsi Paul Auster, può andare in overdose di romance e centellinarsi La ferocia di Nicola Lagioia. Uno che ci capiva già tanti secoli fa disse “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio…”.

Quindi piantatela, voi autoeletti giudici, di dire che tutti gli scrittori sono invidiosi del successo altrui. E piantatela, voi autoeletti veri scrittori, di lamentarvi, perché ne avete una fottuta paura, della ressa di aspiranti scrittori che si accalca alle porte. Le storie, come le stelle, sono tante. Milioni di milioni. Ci sarà sempre chi ha voglia di raccontarle e ci sarà sempre chi ha voglia di starle a sentire. Di leggerle. Su uno schermo, su un foglio di carta. Non importa. Ci sarà. C’è. Se smetteste di pensare che qualcuno vi odia per quel briciolo di fama in più, riuscireste ad accorgervene. E a goderne mentre scrivete la prossima storia.