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Scrivere la storia

Pubblicato: 1 novembre 2015 da lauraetlory in scritto misto, scrivere
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Cito dal dizionario etimologico della Rusconi:

storia dal greco istoria = ricerca da una radice indoeuropea *wid, *wed = vedere da cui il sanscrito vettas = testimone e il verbo greco historein = cercare di sapere, informarsi.

Ecco, la prima volta che ci è stata spiegata questa etimologia io e Lory eravamo all’università e il professor Paolo Daffinà docente della cattedra di Storia dell’India e dell’Asia Centrale cercava di farci capire l’atteggiamento della civiltà occidentale rispetto alla memoria dei tempi passati. In soldoni, contrariamente all’atteggiamento puramente cronachistico permeato di ossequioso rispetto delle civiltà asiatiche, noi occidentali siamo sempre stati piuttosto… curiosi, ficcanaso, impiccioni di ciò che accadde nel passato.

Il nostro approccio con la storia è investigativo, noi vogliamo capire.

Ed è esattamente l’atteggiamento che io e Lory abbiamo avuto quando si è trattato di andare a spulciare tra libri, biblioteche e siti Internet per raccogliere la documentazione necessaria per i nostri romanzi storici. A tutt’oggi ne abbiamo scritti quattro:

Ricardo y Carolina (goWare 2015) dedicato al Messico di Benito Juarez e Massimiliano d’Asburgo;

Il destino attende a Canyon Apache (Las Vegas edizioni 2012) dedicato alle guerre indiane del 1870 lungo il territorio del Santa Fe’ Trail;

New York 1920 – Il primo attentato a Wall Street (pubblicato a settembre 2006) dedicato all’ultima ondata migratoria italiana negli Stati Uniti, alla nascita del proibizionismo, al primo grave attentato subito dalla Grande Mela esattamente nella zona che poi sarà Ground Zero;

Roma 1944 – Lo sposo di guerra (pubblicato nel 2008) dedicato alla vita dei romani durante l’occupazione militare americana della Seconda Guerra Mondiale.

 

Periodi molto diversi tra loro e con diversi gradi di difficoltà nel lavoro di documentazione anche se comunque abbiamo affrontato momenti storici non lontanissimi nel tempo. Andiamo per ordine e procediamo dal Messico all’epoca di Benito Juarez.

Ricardo y Carolina“L’ho vista la prima, ed unica, volta sessantadue anni fa. Ma la notizia della sua morte mi ha colpita. Nessuno le ha dedicato una particolare attenzione: che importanza può avere un’anziana signora di ottantasette anni che si spegne, in solitudine, in uno sperduto castello del Belgio? Eppure la morte di Carlotta di Sassonia Coburgo Gotha, ex-arciduchessa d’Austria, ex-viceregina del Lombardo-Veneto, ex-imperatrice del Messico, vedova del suo amatissimo Max da sessant’anni, ha avuto il potere di rompere una diga nel mio vecchio cuore stanco. E di aprire la strada ad un fiume di ricordi, tanto più dolorosi perché dolci, bellissimi, lontani…”

Chi parla è la giornalista Carolina Crivelli, ormai vecchia signora nell’Italia del 1927, anno in cui morì Carlotta di Sassonia Coburgo, ex imperatrice del Messico. I ricordi cui si riferisce risalgono al 1865. Gli Stati Uniti stanno affrontando gli strascichi della Guerra di Secessione appena conclusa e, come faranno spesso nella loro storia segnata dal pragmatismo spinto, spediscono armi e aiuti a Benito Juarez per liberarsi dell’influenza francese sul vicino Messico già entrato da tempo nel mirino delle loro mire espansionistiche. Tutto questo, è ovvio, si trova in qualsiasi libro di storia. La vera difficoltà nel raccontare quell’epoca (e tutte le epoche) è scovare notizie sul quotidiano, su cosa mangiavamo, cosa ascoltavano, come vivevano i protagonisti di quel periodo storico.

“Me la sono sentita vicina Carlotta. Aveva soltanto due anni più di me ed il dolore per la morte dell’uomo che amava e che aveva sposato l’aveva resa, dicono, pazza. Non so se sia vero, ma me la immagino nel suo solitario castello di Bouchout, ancora bella, nonostante l’età, mentre ossessivamente ascolta dalla tromba di un grammofono La paloma. Una vecchia, struggente canzone per ricordare i momenti felici, la luce folgorante dei cieli del Messico, i profumi, i colori…”

La Paloma era veramente la canzone preferita di Carlotta, l’imperatrice, bionda, straniera e per lo più odiata dai messicani.

Vita quotidiana. Come trascorrevano il loro tempo i ricchi signori della splendida città rivierasca Veracruz?

…Gustarono il pregiatissimo huachinango a la veracruzana accompagnandolo con spumeggiante vino bianco francese. Si concessero dessert a base di ananas, mango e noci di cocco e, al momento del caffè, Ricardo propose: “Perché non andiamo a goderci la miscela speciale del Gran Café del Portal?”.

“Miscela speciale?”, chiese Carolina.

“Il tipo di caffè che usano e la maniera con cui lo preparano è un segreto”, spiegò il ragazzo mentre si alzavano. “Ma da quando il locale ha aperto, ormai più di trent’anni fa, il Gran Café del Portal è la meta preferita di tutte le persone importanti che transitano da Veracruz. Compresi presidenti ed imperatori”.

“Vuoi dire che anche Massimiliano…”, chiese Victoria.

“Massimiliano, Santa Ana, Juarez… Insomma, manchiamo solo noi!”

Se qualcuno si prendesse la briga di andare a controllare, scoprirebbe che il Cafè del Portal è un luogo veramente esistito, fondato del 1830 e molto ben frequentato dalla hidalgueria messicana.

Rendere credibile ed appassionante un romanzo storico, non scadere nel didascalico, ammesso che ci si sia riuscite, è un lavoro certosino, richiede infinita pazienza e una continua consultazione delle fonti, siano esse cartacee oppure on line.

copertina WESTCambiamo zona e avanziamo nel tempo di soli cinque anni, 1870. Siamo sul Santa Fe’ Trail, la pista che permetteva ai wagon train carichi di merci di attraversare il paese dalla città di Indipence, nel Missouri a Santa Fe’ nel New Mexico, passando attraverso il Kansas e il Colorado. Gli Apache Jicarilla, che chiamano se stessi Tinde, vivono nella zona di Fort Union, posto in zona strategica sull’ultima parte del tracciato del Santa Fe’ Trail, dal 1525. Ma hanno fatto i conti senza Lucien Maxwell, avventuriero (oggi diremmo grande imprenditore) di origine francese che nel 1848 sposò la figlia di Carlos Beaubien e divenne proprietario del ranch e dell’insediamento di Philmont, ivi compreso un circostante territorio di un milione e settecentomila acri. I poveri Tinde vengono più o meno tollerati fino al 1870, anno in cui Lucien Maxwell decide di vendere il Maxwell Land Grant ad una compagnia inglese per la modica cifra di due milioni di dollari. Ovvio che gli inglesi non vogliano noie con gli apache e quindi la patata bollente passa nelle mani della guarnigione di Fort Union, chiamata a sgomberare i pellerossa e trasportarli in una riserva parecchio più a sud, a Fort Stanton.

E’ questo lo scenario in cui si muovono i nostri personaggi: Kerry Roderick, spedita a sposare un ufficiale di Fort Union dopo che la sua famiglia sudista è andata in rovina con la Guerra di Secessione; Shenandoha Aquila che Grida sciamana tinde sanguemisto; David Coda che suona agente del Bureau of Indian Affaire; Daniel Occhi d’Inverno bounty killer con uno spiccatissimo odio nei confronti dei pellerossa.

Anche qui il problema è stato ricostruire la vita quotidiana, per esempio, di Fort Union:

…L’ospedale, nel quale era stata ospitata, occupava il lato orientale dell’ampio quadrilatero di Fort Union. Percorse il lungo, candido portico in legno, poi scese i tre gradini e si immerse nel movimento di uomini, per lo più civili, che affollava i camminamenti del Post Corral. A testa alta, con il cappellino di paglia a difenderla dal sole cocente, costeggiò quasi senza vederli botteghe di vario genere, un grande emporio, la cappella. Poi attraversò il viale che tagliava il forte nel senso est-ovest e costeggiò i bassi caseggiati che erano i quartieri della compagnia in quel momento di stanza a Fort Union, il Terzo Cavalleggeri. Se i civili l’avevano quasi ignorata, i soldati seguirono con interesse il suo passaggio. Percepì apprezzamenti, qualche commento volgare, qualcuno la indicò a dito e la sua fantasia le suggerì che già sapessero, che nonostante l’abito rigoroso e il cappellino la parola sgualdrina le brillasse a chiare lettere sulla fronte. Rimpianse di non aver preso con sé l’ombrellino di pizzo, per farne ulteriore schermo tra sé e quegli uomini, e affrettò il passo nonostante stille di sudore cominciassero a imperlarle la fronte. Attraversò l’ampio piazzale con l’asta della bandiera, lì dove era arrivata solo poche ore prima, e raggiunse l’ufficio del comandante….

La collocazione degli edifici, l’orientamento, la descrizione corrisponde esattamente a quello che era il forte nel 1870. Più complessa la ricostruzione della vita dei Tinde, dell’uso che facevano delle erbe, soprattutto della datura meglio nota da noi come stramonio, tranquillante, droga potentissima o veleno mortale, a seconda del dosaggio. Il lavoro di documentazione ci ha riservato sorprese, come la scoperta dei berdache:

Meoquanee era un berdache, una donna imprigionata nel corpo di un uomo, un’anomalia. E, come tutte le anomalie, per i pellerossa era un essere sacro, qualcuno toccato dagli dei. La vecchiaia aveva ormai cancellato l’incongruenza di un corpo e di una voce da uomo con i modi, lo sguardo e la sensibilità di una donna. Meoquanee ormai era un essere antico, dalla pelle di cuoio percorsa da rughe, dai capelli lunghi e argentei, dallo sguardo vivido che sembrava in grado di sondare uomini e cose fin nella loro più intima essenza. Viveva da sola in una hogan, una capanna di legno rivestita di fango, meta di tutti coloro, bianchi o rossi, che avessero bisogno di un consiglio, di una cura, di un incantesimo. David ricordava ancora la strana impressione del loro primo incontro.

“Coda che Suona ha ritrovato la strada per l’umile dimora di Meoquanee”, lo salutò restando seduta sulla stuoia, avvolta nelle ricche vesti da squaw navajo, decorate d’argento e di turchesi. “Era tempo”.

David prese posto sulla stuoia, davanti a lei. Le mani, grandi e maschili, tintinnarono di monili mentre gli porgevano una ciotola di brodo.

“Ho bisogno del tuo aiuto”, disse David dopo aver sorseggiato il liquido caldo e piccante.

Meoquanee sorrise, mostrando che aveva ancora tutti i suoi denti, sebbene resi gialli e lunghi dall’età.

“Tutti coloro che siedono su quella stuoia hanno bisogno di aiuto”, rispose accendendo un grosso sigaro e fissandolo con occhi scuri e lucenti come schegge di ossidiana…

 

Scovare notizie sul vestiario, sul valore dei soldi, sui prezzi, sui modelli di automobili, sull’interno dei club chiamati speakeasie dove si spacciava alcool in tempi di Proibizionismo. Ricostruire New York nel 1920 non è stato facile:

…Le indicò le ordinate file di sigarette dai pacchetti variopinti, in cima alle quali era scritto il loro nome e il prezzo.

“Guarda qua: Pall Mall, sono le più care e costano venti cents, due monete come questa. Queste sono le Helmar, le American Beauty, le Fatima e le Turkish Trophies, quindici cents, una moneta da dieci e una da cinque. Ci sei? Poi ci sono le Camel, le Hassan e le Sweet Caporal che vengono solo dieci cents, una sola moneta di queste. Hai capito?”.

Cecilia annuì di nuovo e, indicando le tabelle, cominciò a pronunciare con voce incerta nomi e prezzi.

“Ehi, ma chi ti ha insegnato?!… Dì, è stato quel gran tocco di Sidney Carmichael? E scommetto che ti ha insegnato anche qualche giochino interessante, giusto?”.

Gli occhi bistrati di Cecilia la guardarono ostili. Non le piaceva quella ragazza, era truccata troppo e male, i suoi piccoli occhi azzurri sembravano ancora più piccoli con tutto quel colore intorno.

La grande sala del Fire Drop, tutta addobbata con raffinati accostamenti di rosso e di oro, cominciava a popolarsi. Un’orchestra in livrea di lustrini neri intratteneva i clienti, in maggior parte uomini, in attesa dell’inizio dello spettacolo del sabato sera. Fu Priscilla a spingerla dentro, affibbiandole una gran pacca sul sedere che la fece vacillare sui tacchi. Le sembrò che tutti gli occhi fossero su di lei, sulle sue braccia nude, sulle gambe che occhieggiavano dagli spacchi inguainate in lucida seta, ma non era la prima volta che si trovava a vendere qualcosa. Si era ingegnata in ogni modo a Napoli. In una cassetta simile a quella aveva raccolto artistici mazzetti di fiori rubati nelle aiuole, colti nei campi, e li aveva venduti agli eleganti signori che uscivano dalle serate di gala del San Carlo. Non c’era differenza, quella che aveva davanti era gente cui vendere il maggior numero possibile di sigarette, da imbonire con gli stessi sorrisi che rivolgeva ai suoi clienti sotto la galleria Umberto I. Era lo spirito del commercio, l’unica vera anima di Napoli che si risvegliava in lei e che l’aiutò nel suo debutto…

 

Ma, paradossalmente, la difficoltà maggiore è stata scoprire la realtà della nostra città, Roma, durante l’occupazione alleata. I testi dedicati al periodo sono scarsi, la ricerca storica non si è appassionata al periodo e ancor meno hanno fatto gli scrittori. Il nostro Roma 1944 – Lo sposo di guerra è il primo romanzo storico dedicato agli americani nella capitale ancora ferita dall’occupazione nazista:

 

“Aanvedi chi c’è!”, la apostrofò il sor Amedeo quando entrò nella sua cantina. “Come mai da ste’ parti?”

“Voi che me ne vado?”

L’uomo la squadrò da capo a piedi.

Camilla indossava una gonna aderente tagliata sotto il ginocchio, un top di cotone dalla misure ridotte e aveva allacciato intorno al collo un cache col di seta nera. Il trucco più elaborato del solito e i tacchi alti, le conferivano un ché di sensuale che attirò immediatamente l’attenzione dei militari presenti.

“E che so’ scemo? Co’ tutta sta robba poi tira’ su un ber po’ de quattrini, basta che la pianti de pijamme a ginocchiate l’americani! Da retta ar sor Amedeo tuo, una come te qua drento ce po’ svorta’ la vita sua, eppoi mo’ che è morta pure tu madre… me dispiace, era davero na brava donna. Beh, mo va a lavora’ senno’ va a fini’ che me commovo”, termino’ assestandole una sonora pacca sul sedere e spingendola al centro della sala dove ragazze e soldati in divisa si dondolavano al suono di Core ingrato cantata da Tito Schipa.

I clienti non le mancarono e la pochette che portava a tracolla si riempì ben presto di tagliandi, per ognuno dei quali avrebbe avuto dal sor Amedeo cinquanta centesimi.

Era seduta su una panca intenta a massaggiarsi le caviglie indolenzite quando una voce ormai nota chiese: “Sei libera?”

Alzò’ gli occhi in quelli chiari del sergente Carmichael.

“Sto in pausa”, rispose tornando a massaggiarsi.

Il ragazzo la costrinse ad alzarsi e le sventolò il tagliando sotto il naso.

“Questo mi da diritto a ballare con chi voglio, e io voglio te. Andiamo.”

Non oppose resistenza, non poteva permettersi altre scenate, lasciò che le cingesse la vita e gli allacciò le braccia intorno al collo profumato di dopobarba.

“C’hai un bon profumo”, gli disse aspirandone la fragranza.

“Ne vorresti un flacone da vendere al mercato nero?”

Camilla rise.

“Nun riesco a spaccia’ un paro de pacchetti de Camel, figurete un profumo.”

“Non hai paura che io vada a denunciarti? Lo sai che hanno aperto un ufficio per la repressione del mercato nero in Via Cesare Battisti?”

“E allora? Mica c’ho paura de te…”

“E fai male. Che ne hai fatto del mio portafogli?”

Lei lo guardò con aria smarrita.

“De chee?”

“Vorrei riavere almeno i documenti, se non è di troppo disturbo.”

“Chiederò ‘n giro.”

“Già, scommetto che li trovi. A sigarette come stai?”

“Senti… coso, hai pagato pe’ balla’ mica pe’ fa’ conversazione, allora chiudi ‘sta bocca, okay?”

“A quanto ammonta il supplemento conversazione?”

“E’ a discrezione der cliente.”

Il sergente mise una mano in tasca e ne trasse una banconota che le infilò nella scollatura.

“Possiamo parlare adesso?”

“Se proprio ce tieni…”

“Come ti chiami?”

“Camilla.”

“E’ un nome originale. Fino a oggi ho conosciuto molte Marie, qualche Anna, un paio di Giovanne ma mai una Camilla. Io mi chiamo Michael.”

 

Quello che abbiamo cercato di dare è un rapido assaggio e una piccola riflessione su cosa significhi ambientare delle storie nel passato. Il nostro rigore filologico ci porta a usare un calendario perpetuo per rispettare il giorno della settimana corrispondente alla data che scegliamo. Abbiamo anche ricalcolato le Pasque, quando è servito. Per non parlare delle fasi lunari. Quando parliamo di un plenilunio in quel dato giorno potete esser certi che quel dato giorno la luna era effettivamente piena. Nulla abbiamo potuto fare per il tempo atmosferico. Diciamo che i temporali da noi descritti sono quasi sicuramente licenze poetiche. Ma dopo aver scoperto che tipo di mutande si usassero, cosa indossassero le donne sotto gli abiti, quali musiche andassero per la maggiore… beh, un po’ di sana invenzione potete anche concedercela!